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Burnout: il costo psicologico dello sport di alto livello

Allenamenti intensi, aspettative sempre più elevate e competizioni ad altissimi livelli. Nel 2021 la ginnasta Simone Biles si ritirò da alcune gare delle Olimpiadi di Tokyo per concentrarsi sul proprio benessere psicologico. Nel 2023 Amanda Anisimova, tennista professionista a 15 anni e semifinalista al Roland Garros a 17, annunciò una pausa dalle competizioni per problemi di salute mentale. E gli esempi potrebbero continuare. Jannik Sinner, che in questi giorni si sta preparando al torneo di Wimbledon dopo il crollo fisico al Roland Garros, in più occasioni ha sottolineato l’importanza di saper gestire il carico di lavoro e di mantenere un buon equilibrio mentale. 

La pressione agonistica può avere dunque un impatto significativo, influendo sul rendimento, sulla motivazione e, nei casi più estremi, anche sul benessere psicologico di atlete e atleti. 


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Allenamento intenso e scarso recupero, con quali conseguenze?

Gli “atleti d'élite”, che svolgono attività agonistica in competizioni nazionali e internazionali, hanno straordinarie capacità fisiche e seguono rigorosi e intensi programmi di allenamento, per ottenere la migliore prestazione possibile. Gli allenamenti prevedono spesso un graduale aumento di quantità o intensità delle sessioni, dunque periodi di sovraccarico o “sovrallenamento”. A questi livelli atleti e atlete possono facilmente essere esposti a fattori di stress fisico e non, legati per esempio a competizioni impegnative, infortuni, pressioni esterne, anche con conseguenze negative sul loro benessere. 

Ad approfondire l’argomento, con una revisione sistematica pubblicata su Psychology of Sports and Exercise, è un gruppo di ricercatori e ricercatrici dell’Università di Padova, tra cui Alice Valdesalici e Marta Ghisi alle quali ci siamo rivolte. Il sovrallenamento, spiegano, a seconda del grado di recupero fisico, può determinare un miglioramento o un peggioramento della prestazione atletica. 

“L’allenamento intenso di breve durata – approfondisce Valdesalici, prima autrice dello studio – può determinare un affaticamento e un calo della prestazione sportiva temporanei. Tuttavia, con un periodo di recupero adeguato (di norma di qualche giorno o settimana), la performance atletica può migliorare rispetto ai livelli iniziali: si parla in questo caso di sovraccarico funzionale (functional overreaching). Bilanciare l’allenamento, il sovraccarico e il recupero è molto importante”. 

Quando ciò non accade, infatti, e le fasi di recupero sono insufficienti o non adeguate rispetto al protrarsi del sovrallenamento, si rischia il cosiddetto sovraccarico non funzionale (non-functional overreaching). “In questa fase la prestazione stagna e l'atleta non riesce a migliorare. Percepisce più fatica, più dolori muscolari, meno energia, ha più difficoltà a recuperare nei momenti di relax. Iniziano a insorgere magari le prime alterazioni del tono dell'umore, i primi effetti psicologici. Il ritorno alla capacità di prestazione di base può richiedere settimane o addirittura mesi”.  

Se il sovraccarico non funzionale perdura nel tempo può progredire fino alla cosiddetta sindrome da sovrallenamento (overtraining syndrome), caratterizzata da un accumulo di stress, ridotta capacità di recupero, affaticamento continuo e cattiva salute fisiologica e psicologica. “Le conseguenze a livello fisico e psicologico sono persistenti, severe, intense, e a volte l'atleta ha bisogno anche di anni per riuscire a ritornare alla situazione di benessere iniziale”. 

La revisione sistematica ha incluso 11 studi (9 osservazionali e 2 case study). “Tutti gli studi – si legge nel paper – hanno esaminato almeno un esito psicologico e hanno costantemente riscontrato che il sovrallenamento influisce negativamente su diversi domini psicologici, tra cui un aumento dei disturbi dell'umore, dello stress percepito, della fatica e del burnout degli atleti, insieme a un declino più ampio del benessere psicologico e fisico”. 

Burnout sportivo, una sindrome cognitivo-affettiva

Il burnout dunque può essere una conseguenza del sovrallenamento, ma anche avere radici di altro tipo. A differenza del sovraccarico non funzionale o della sindrome da sovrallenamento, principalmente riconducibili a processi fisiologici, il burnout è maggiormente influenzato da fattori psicologici: “È possibile arrivare a una condizione di burnout, indipendentemente dal fatto che ci sia stato un sovraccarico fisico di allenamento  – spiega Marta Ghisi, professoressa di psicologia clinica nell’ateneo padovano e responsabile dell’unità operativa complessa di Psicologia ospedaliera nell’Azienda ospedale-Università di Padova –. Il burnout ha una componente prettamente psicologica: un atleta potrebbe trovarsi in questa condizione, anche se ha un carico di allenamento adeguato e ben gestito. Solitamente si tratta di atleti che hanno investito, e continuano a investire, molto in campo sportivo. Spesso la loro identità è fortemente associata a questo ruolo, e nella loro vita oltre allo sport non c'è molto altro”. 

Approfondisce Valdesalici: “Il burnout sportivo è una sindrome cognitivo-affettiva caratterizzata da tre dimensioni principali: l'esaurimento fisico ed emotivo, la svalutazione del contesto sportivo e il ridotto senso di realizzazione personale”. Si tratta dunque di una grave forma di stress cronico: l’atleta sente su fisico e psiche il peso di allenamenti e competizioni, continui e intensi, e inizia ad avere un atteggiamento negativo e distaccato nei confronti della pratica sportiva. “C’è una sorta di repulsione e risentimento nei confronti del contesto sportivo”. Perde la passione che lo caratterizzava, e tende a valutare negativamente le proprie capacità e i propri risultati sportivi. 

Segnali da non sottovalutare… ma da chi?

“Esistono diversi campanelli d'allarme a cui prestare attenzione – osserva Ghisi –. Per esempio, può accadere che un atleta sempre puntuale inizi ad arrivare in ritardo, oppure interrompa gli allenamenti prima del previsto o, ancora, mostri un calo della concentrazione e dell’impegno. Possono insorgere problemi legati al sonno, o difficoltà con i compagni di squadra dovuti a una maggiore irritabilità. Inizia a ridursi il tono dell’umore”. 

La docente spiega che un altro aspetto da non sottovalutare sono i cambiamenti legati alla motivazione. “Se inizialmente l'atleta è mosso prevalentemente dal piacere che trae dalla pratica sportiva, quindi da una motivazione intrinseca, con il tempo possono assumere maggiore peso fattori come il successo, i benefici economici o l’approvazione di familiari e amici. La motivazione tende così a diventare prettamente estrinseca, con il rischio di arrivare alla totale assenza di interesse per lo sport che prima appassionava tanto l’atleta”. 

A questo punto, chi dovrebbe accorgersi di questi segnali? “A livello italiano il panorama è molto vario – continua la docente –. Lo psicologo e la psicologa dello sport non sono figure strutturate sistematicamente come in altre nazioni”. Ad esempio, in serie A atlete e atleti generalmente possono contare su tali figure, mentre in ambito regionale o provinciale è più difficile per questioni di budget. “La psicologia dello sport è una disciplina giovane che sta guadagnando credibilità grazie agli studi scientifici. Sarebbe tuttavia importante istituzionalizzare questa professionalità per garantire un monitoraggio continuo, esattamente come avviene per i parametri fisiologici. Spesso gli interventi necessari non agiscono solo sul singolo, perché il burnout si associa anche al clima motivazionale della squadra. Proprio per questo l’allenatore ha un ruolo molto importante, perché può contribuire a promuovere un clima centrato sulla competenza oppure uno focalizzato sul risultato”.

Giocare d’anticipo

Valdesalici sottolinea che il burnout insorge spesso in risposta a un’esposizione cronica allo stress e, nel momento in cui è ormai conclamato, è molto difficile recuperare le condizioni psicofisiche iniziali dell’atleta. Per questo, è importante giocare d'anticipo, intervenire in maniera preventiva, anche per un’altra ragione. Il burnout dà come esito il dropout, cioè l’interruzione definitiva dell’attività sportiva, un fenomeno problematico non solo quando coinvolge atleti d’élite, ma anche quando interessa praticanti a livello non professionistico. Condurre una vita attiva, infatti, è un elemento protettivo contro malattie croniche e disturbi mentali come ansia e depressione. 

Come agire dunque? “Una delle azioni principali da compiere – argomenta Ghisi – è coltivare la motivazione intrinseca in ottica preventiva. Se l’allenatore stabilisce esclusivamente traguardi di risultato, come la vittoria, ciò può avere delle conseguenze. È molto più importante, invece, avere obiettivi di prestazione e di miglioramento individuale. Un atleta in condizioni di benessere psicofisico ottiene più facilmente una buona performance. Un ruolo rilevante assume anche la ristrutturazione cognitiva: è utile che l'atleta impari a interpretare determinate situazioni in modo funzionale, ad esempio come sfida piuttosto che come minaccia. È altrettanto importante, inoltre, che gli interventi dello psicologo dello sport si integrino con quelli degli altri professionisti, dall’allenatore, al preparatore atletico fino al fisioterapista. È un lavoro di squadra fatto per il benessere di chi pratica sport a livello agonistico”.

Un contributo importante allo studio del burnout negli atleti è stato lo sviluppo dell'Athlete Burnout Questionnaire nel 2001, cioè la prima misura validata negli Stati Uniti da Thomas D. Raedeke e Alan L. Smith. Un adattamento del questionario originale è stato realizzato in lingua italiana nel nostro Paese da Alice Valdesalici, Marta Ghisi, Erika Borella e Andrea Spoto dell’Università di Padova, e pubblicato quest’anno su Frontiers in Psychology. “In questo modo – conclude Valdesalici – abbiamo voluto offrire agli psicologi dello sport in Italia un’opportunità per monitorare le percezioni di burnout”.

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