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Covid-19, Crisanti: “Gli asintomatici svolgono un ruolo”

Hanno fatto discutere nei giorni scorsi le dichiarazioni di Maria Van Kerkhove, responsabile dell’unità per le malattie emergenti e le zoonosi dell’Organizzazione mondiale della Sanità, secondo cui la trasmissione del virus Sars-CoV-2 da parte di individui asintomatici è molto rara (pur chiarendo poi che, data la complessità della questione, non esiste ancora una risposta definitiva). La reazione degli scienziati, di fronte a questa affermazione, non si è fatta attendere.

Molti studi stanno via via affrontando la questione, a partire da quello ormai ben noto di Vo’, condotto da Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’università di Padova: i risultati dell’indagine, in quel caso, hanno dimostrato che il 43% delle persone positive al tampone era asintomatico. Altre ricerche trovano percentuali inferiori: secondo un meta-analisi pubblicata in preprint su MedRxiv, di cui riferisce Francesco Suman su questa testata, e che prende in esame 998 articoli scientifici (non esenti, purtroppo, da limitazioni), gli asintomatici rappresentano tra il 15% e il 16% delle infezioni rilevate. Un dato che tuttavia potrebbe essere sottostimato, considerato che la diffusione dell’epidemia potrebbe essere stata molto più ampia di quella rilevata, ma tale tuttavia da giustificare secondo i ricercatori l’adozione di politiche di prevenzione. Wired, inoltre, riporta i dati di uno studio pubblicato sugli Annals of Internal Medicine, secondo cui nel campione preso in esame circa il 40-45% delle persone positive a Sars-CoV-2 non aveva sintomi.

Nel dibattito è intervenuta anche Antonella Viola, docente di patologia generale all’università di Padova, che, intervistata da Barbara Paknazar de Il Bo Live, ha dichiarato: “Gli studi presenti indicano che c’è una possibilità di contagio da parte degli asintomatici, anche se è vero che una questione molto importante è andare a distinguere i veri asintomatici, cioè coloro che non svilupperanno mai nessun sintomo, da quelli che invece sono pauci-sintomatici, quindi hanno avuto dei sintomi lievi che magari sono stati confusi con stanchezza, con mal di testa, con debolezza, legati invece a una reale sintomatologia”. E aggiunge Viola: “Poi c’è ancora un terzo caso e cioè quelle persone asintomatiche che non hanno mai riportato nessun sintomo ma, se sottoposte a una tac, presentano lesioni a livello dei polmoni. Bisogna fare chiarezza e capire se, in tutte e tre le condizioni, la possibilità di contagio è la stessa. Però diciamo chiaramente che lo studio di Vo’, che conosciamo così bene, ha dimostrato che c’è un ruolo importante degli asintomatici anche nel contagio, così come molti altri studi che sono stati fatti in giro per il mondo”.

Siamo partiti dalla contingenza di questi fatti, balzati con impeto agli onori della cronaca negli ultimi giorni dopo le dichiarazioni di Maria Van Kerkhove, per porre alcune domande proprio ad Andrea Crisanti, promotore dello studio nell’ormai noto paese sui colli euganei. L’occasione ha stimolato una riflessione più ampia, che ha toccato molti dei temi caldi di questo periodo, a cominciare dal ruolo (nell’ottica del docente) di un’istituzione come l’Organizzazione mondiale della Sanità. Non sono mancate considerazioni intorno al supposto “indebolimento” del virus, a fronte di una netta diminuzione del numero di casi gravi registrata negli ospedali. Si è ragionato sull’ipotesi che a settembre possa verificarsi (o meno) una seconda ondata della malattia e sulla capacità del nostro Paese di contenere eventuali focolai. Non da ultimo, in vista del prossimo anno scolastico, abbiamo cercato di capire quale sia la suscettibilità di bambini e ragazzi alla malattia e quale la loro capacità di trasmettere il virus. 

Guarda la videointervista ad Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell'università di Padova. Servizio di Monica Panetto, montaggio di Elisa Speronello

Nei giorni scorsi si è tornato a discutere del ruolo degli asintomatici, dopo che Maria Van Kerkhove, responsabile dell’unità per le malattie emergenti e le zoonosi dell’Oms, ha dichiarato che la trasmissione del virus da parte di persone che non presentano sintomi è molto rara. Come risponde?

Rispondo che mi farebbe piacere vedere i dati che supportano queste affermazioni, perché noi abbiamo dati completamente diversi. Abbiamo completato la sierologia a Vo’ e abbiamo individuato 63 soggetti positivi al test sierologico, che sono sempre risultati negativi al tampone. Ciò significa – tenendo conto che a Vo’ non c’è stato più nessun caso – che queste persone si sono ammalate e sono guarite in diverse ondate dalla fine di gennaio fino al 22 febbraio (il riferimento è al primo decesso avvenuto nella notte tra il 21 e il 22, ndr). Ed erano sintomatiche o asintomatiche? Sulla base della loro risposta, erano asintomatiche. Ciò indica che il virus si trasmette sotto traccia, senza essere notato, in grande parte della popolazione, senza sintomi. Consideri che a Vo’ il 22 febbraio, calcolando le persone positive al tampone e quelle che erano già guarite e avevano sviluppato anticorpi, avevamo 150 individui che erano già entrati in contatto con il virus: non mi si venga a dire che gli asintomatici non svolgono un ruolo.   

Alcuni studi rilevano che la carica virale degli asintomatici è analoga a quella dei sintomatici. Altri, invece, la trovano differente. Cosa si può affermare in proposito, in relazione anche al tasso di trasmissione del virus?

Questo dipende dal momento in cui viene fatta la rilevazione, è chiaro che la carica virale non è sempre costante nel tempo. Se una persona asintomatica si è appena infettata sicuramente avrà una carica virale elevata, paragonabile a quella di una persona sintomatica e quindi la differenza non si vede; se questa stessa persona dovesse essere intercettata sei, sette giorni dopo, quando la malattia è in via di risoluzione, la carica virale è più bassa. Quindi, di fatto, è molto difficile paragonare sintomatici e asintomatici in base alla carica virale, se non sappiamo esattamente il momento in cui le persone si sono infettate.

Recentemente ha dichiarato che “abbiamo bisogno di un’Organizzazione mondiale della Sanità”, che sia però “diversa e indipendente”. Cosa intende nello specifico con queste parole? Nella sua ottica quali dovrebbero essere i principi fondanti?

Deve essere indipendente, più snella e più decentralizzata. Io penso che sia poco utile un’Organizzazione mondiale della Sanità composta da migliaia di burocrati a Ginevra, completamente distanti dai problemi sanitari di quei Paesi che invece avrebbero bisogno del loro supporto. Per di più non va bene un’Organizzazione mondiale della Sanità, in cui una notevole frazione del budget (circa il 50-60%) proviene da donatori privati e da aziende farmaceutiche, perché di fatto è un’organizzazione le cui decisioni più importanti vengono in qualche modo influenzate dai finanziatori.  

E delle posizioni di Trump in merito cosa pensa?

Io penso che le posizioni di Trump siano posizioni estreme, che non condivido, perché come ho detto noi abbiamo bisogno di un’Organizzazione mondiale della Sanità, ma abbiamo bisogno che sia indipendente. Le faccio un esempio: l’Oms non riconosce Taiwan, ma ciò sulla base di ragioni politiche: dunque i milioni di abitanti di Taiwan non sono persone che necessitano di essere tutelate? Questo proprio per spiegare l’assurdità della politicizzazione dell’Oms che abbiamo oggi.

In queste settimane si è discusso sull’ipotesi che il virus possa essersi indebolito. Qual è la sua opinione a riguardo?

È come dire che il virus ha cambiato colore. Non è la parola giusta: “indebolito” non è un termine biologico. Il virus può cambiare di virulenza, può modificarsi in trasmissibilità. Ora, questo virus muta come mutano tutti i virus, in modo particolare anche i virus a Rna. Il problema non è se è mutato, il problema è quale mutazione in termini di selezione naturale si avvantaggia a seconda dell’evolversi dell’epidemia: in genere all’inizio dell’epidemia si avvantaggiano le mutazioni che danno un vantaggio selettivo in termini di infettività e in termini di morbidità. Successivamente, quando si raggiunge l’equilibrio, tendono ad avvantaggiarsi invece varianti virali che sono più attenuate. Ma noi siamo ben lungi dall’aver raggiunto questo equilibrio. Io penso che la differente morbidità, cioè il fatto che le persone si ammalano di meno adesso, sia dovuto alla carica virale che è molto più bassa.

Si discute anche di una possibile seconda ondata di Covid in autunno. Potrebbe trattarsi di un’ipotesi plausibile o da escludere?

Io penso che siano i dati stessi a darci una risposta. Sono ormai più di due settimane che ci sono circa 300-350 casi al giorno in Italia e non scendono. Abbiamo avuto dei cluster a Roma, un piccolo cluster qui da noi a Padova recentemente, nonostante probabilmente il virus abbia una certa sensibilità alla situazione climatica. In condizioni favorevoli osserviamo ancora questi fenomeni, quindi sicuramente non penso che, se noi non aggrediamo ed eliminiamo tutti i casi residui, possiamo guardare alla situazione in autunno e in inverno con tranquillità. 

Si sta ragionando sulla riapertura delle scuole a settembre: ad oggi cosa sappiamo sulla suscettibilità dei bambini alla malattia e sulla loro capacità di trasmettere il virus?

Innanzitutto definiamo cosa intendiamo per “bambini”, dato che per un pediatra un bambino va da zero a 18 anni. Incominciamo a dire subito che i neonati, in genere fino a un anno, si ammalano, sono suscettibili. Dopodiché, da 1 a 11 anni sono effettivamente molto resistenti. A Vo’ abbiamo una casistica unica di circa 250 bambini che abbiamo esaminato: nessuno è risultato positivo al tampone, nonostante un gruppo di loro vivesse e condividesse l’abitazione con molte persone adulte infette. I bambini, se si ammalano, si ammalano in modo transiente, con una malattia lieve che dura probabilmente mezza giornata o una giornata, e non lascia segni in termini di presenza del virus e produzione di anticorpi. Quindi io non mi preoccuperei tanto di un bambino. Differente la situazione invece per i ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni, perché in questo caso si è visto che possono ammalarsi.

Ad oggi, ritiene che l’Italia sia sufficientemente attrezzata per contenere eventuali focolai? Il monitoraggio finora ha funzionato?

Io penso che l’Italia sia molto più preparata, sia dal punto di vista della logistica che culturalmente, e quindi reputo che, se dovessero apparire nuovi focolai, non succederà quello che è accaduto negli ultimi mesi. Chiaramente, esiste un diverso livello di preparazione a seconda delle regioni, ma ritengo ci sarà modo e opportunità di colmare queste differenze. Sicuramente ci saranno dei casi, sicuramente ci saranno dei cluster, però credo che in qualche modo abbiamo imparato a combattere questo virus. 

Che risultati si aspetta dai test sierologici che si stanno effettuando in Italia?

Io mi aspetto che avremo delle sorprese importanti nelle aree di Bergamo, Brescia e nella cintura industriale di Milano, se la situazione all’inizio, al 21 febbraio, era in qualche modo paragonabile a quella che abbiamo visto a Vo’, dove abbiamo completato lo studio sierologico. A Vo’ il 21 febbraio c’erano state perlomeno 150 persone che erano entrate in contatto con il virus e avevano prodotto anticorpi, cioè il 5% della popolazione. Se adesso noi introduciamo questo 5% della popolazione in un algoritmo che tiene conto del tempo di replicazione della malattia (che è di circa di 4-5 giorni) e di R0 (che va da 2,4 a 3), dopo 4 settimane ci dovrebbe essere il 60% della popolazione infetta. Quindi mi aspetto picchi di questo tipo in alcune zone della Lombardia.

Ripercorrendo a ritroso gli ultimi mesi, qual è stato il significato dello studio di Vo’ nella gestione della pandemia?

Penso che sia stato di importanza fondamentale, perché ci siamo resi conto della frequenza degli asintomatici e della capacità di questi ultimi di trasmettere la malattia. Il 17 marzo io e il mio gruppo abbiamo inviato alla Regione Veneto un progetto di sorveglianza massiva, basato appunto sulla rilevazione attraverso tampone degli asintomatici, quindi un vero e proprio programma che coinvolgeva anche lo screening delle persone a rischio, comprese le Rsa e tutte le persone potenzialmente esposte. È stato recepito dalla Regione Veneto con una delibera sempre dello stesso giorno. Sicuramente questa è stata un’esperienza che ha cambiato completamente la politica della Regione, con risultati che poi obiettivamente sono stati positivi.

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