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Covid-19 e misure restrittive: quali conseguenze su bambini e adolescenti?

Nuove ordinanze del ministro della salute, nuova mappa dell’Italia: dieci regioni in zona rossa (Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Veneto) e in arancione le altre. Almeno fino a Pasqua (3, 4, 5 aprile), quando tutto il territorio nazionale dovrà adottare le misure di contenimento più rigide. Dove vigono le norme più severe (in zona rossa) – come ormai abbiamo imparato –, è possibile spostarsi solo per comprovati motivi di lavoro, salute e necessità, la didattica viene svolta esclusivamente online per gli istituti di ogni ordine e grado, palestre, piscine, centri benessere sono chiusi, i ristoranti e i bar lavorano esclusivamente per asporto. Ormai da un anno, chi è ligio alle regole sa bene quanto la necessità di contenere la diffusione del virus Sars-CoV-2 possa incidere sui momenti di socializzazione e sulle relazioni con gli altri, anche con periodi di isolamento che alla lunga possono diventare difficili da sostenere e incidere sul benessere psicologico. Se questo vale per gli adulti, quali possono essere le conseguenze sulla salute mentale di ragazze e ragazzi in fase di crescita?

Sicuramente le restrizioni legate alla pandemia hanno contribuito ad aumentare, nell’ambito dell’età evolutiva, problematiche riferite al benessere psichico che si esprimono soprattutto con elementi di ansia, depressione e stress. Sappiamo che sono condizioni, in particolare riferite allo stress, che poi si esprimono con sintomi sia sul piano fisico che psicologico, che sugli aspetti di regolazione emotiva e di relazione. Questo vale a livello di popolazione generale. Ciò che poi noi rileviamo nella nostra attività professionale è un aumento delle situazioni in cui la problematica psicologica diventa un disordine psicopatologico che richiede un intervento significativo a livello ambulatoriale o un ricovero”. A parlare è Michela Gatta, direttrice dell’unità operativa complessa di Neuropsichiatria infantile dell’Azienda ospedale università di Padova e docente nello stesso ateneo, sulla base di un’esperienza clinica che trova riscontro nel confronto con colleghi di altre realtà nell’ambito della neuropsichiatria italiana ed europea e in un buon numero di articoli che cominciano ormai ad affacciarsi sul panorama della letteratura scientifica.

Guarda l'intervista completa alla neuropsichiatra infantile Michela Gatta. Montaggio di Barbara Paknazar

Un’indagine nazionale condotta nel gennaio del 2021 dal C.S. Mott Children's Hospital Michigan Medicine, per esempio, giunge a conclusioni significative: circa la metà (46%) dei 977 genitori che hanno risposto al questionario afferma di aver notato nei loro figli, adolescenti di età compresa tra i 13 e i 18 anni, l’insorgere di difficoltà a livello psicologico o il peggioramento di disturbi preesistenti. Le famiglie hanno rilevato nei più giovani, con maggior frequenza nelle ragazze rispetto ai ragazzi, problemi di ansia (36% vs 19%), depressione (31% vs 18%), disturbi del sonno (24% vs 21%), comportamenti aggressivi (9% vs 8%) e isolamento dalla famiglia (14% vs 13%). Per aiutare i ragazzi, i genitori riferiscono di aver provato ad allentare le regole Covid imposte in ambito familiare per consentire ai figli di avere qualche contatto in più con gli amici, hanno cercato di essere più permissivi riguardo l’uso dei social media, si sono consultati con gli insegnanti e i consulenti scolastici o si sono rivolti ai servizi di salute mentale. Altri hanno suggerito ai figli di ricorrere a qualche app o programma online di supporto (dietro opportune indicazioni degli specialisti), dato che questi strumenti potrebbero rendere la terapia più accessibile. Tutte strategie, queste, che in misura diversa i genitori hanno affermato essersi rivelate utili

Ancora, uno studio pubblicato agli inizi di Marzo su Translational Psychiatry conferma questa tendenza, evidenziando un aumento della prevalenza di depressione e ansia negli adolescenti in seguito alla prima ondata epidemica in Cina. L’indagine ha coinvolto ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 11 e i 20 anni (escludendo chi aveva disturbi psichiatrici maggiori preesistenti) ed è stata condotta in due momenti distinti: il primo sondaggio ha avuto luogo dal 20 al 27 febbraio 2020 e ha interessato 9.554 persone, il secondo dall'11 al 19 aprile 2020 e ha visto coinvolti 3.886 studenti. Ebbene, durante l'indagine iniziale, la prevalenza della depressione era del 36,6%, la prevalenza dell’ansia del 19%, tassi che nel corso del secondo sondaggio sono saliti rispettivamente al 57% e al 36,7%.

Gli autori provano a dare qualche spiegazione a questi risultati, imputando l’aumento nella prevalenza di questi disturbi a diversi fattori. Innanzitutto, osservano, i servizi di salute mentale, resi disponibili online in Cina durante la pandemia, non hanno tenuto conto dei bisogni specifici degli adolescenti. In secondo luogo chi risultava affetto da sintomi depressivi o da disturbi d’ansia durante il primo sondaggio non ha potuto ricevere trattamenti tempestivi ed efficaci a causa dell’inaccessibilità dei servizi di salute mentale in molte aree. In terzo luogo, con la chiusura delle scuole e l’allontanamento sociale, gli adolescenti sono stati privati della relazione con i propri pari, condizione questa che potrebbe aumentare il rischio di ansia e depressione. E anche la mancanza di attività fisica all’aperto e l’uso prolungato di Internet e smartphone a casa potrebbero aver inciso. Gli scienziati osservano, poi, che nel corso del secondo sondaggio, l'88,3% degli studenti non era ancora tornato a scuola, anche se la maggior parte dei genitori invece aveva ripreso a lavorare. La mancanza di chiarezza sul ritorno a scuola durante quel semestre, e al tempo stesso la mancanza di cure e supervisione da parte dei genitori, potrebbero aver contribuito a un ulteriore aumento del rischio di problemi di salute mentale. Inoltre, troppe ore di studio (più di otto suggeriscono i ricercatori) sono spesso associate a un pesante carico di compiti a casa, a sonno insufficiente e a un uso eccessivo del computer, tutti fattori che potrebbero avere un impatto negativo sul benessere psichico degli adolescenti.

Più in generale, nel periodo tra l'11 marzo 2020 e il 2 febbraio 2021, stando ai dati riportati nel rapporto Unicef Covid-19 and school closures. One year of education disruption, le scuole sono state completamente chiuse per una media di 95 giorni a livello globale, che rappresenta circa la metà del tempo destinato all'istruzione in classe. “La scuola – osserva Michela Gatta – rappresenta una dimensione fondamentale di vita per i ragazzi non solo per l’apprendimento, ma anche perché consente la socializzazione, il confronto tra pari, offre un riferimento di adulti significativi al di fuori del contesto familiare, un ambiente dove provare le proprie possibilità, dove esprimere le proprie competenze, dove cominciare a definire la propria identità e la propria progettualità”. Tutto questo, spiega la docente, ha a che fare con i compiti evolutivi che i ragazzi in fase adolescenziale devono corrispondere per portare a compimento il loro sviluppo, riferendosi con ciò alla separazione dalle figure di riferimento, alla possibilità di vivere esperienze di amicizia o sentimentali, alla possibilità di avere un luogo dove poter esperire un sentimento di collettività, di appartenenza, dove cominciare a trovare le modalità adeguate per corrispondere alle frustrazioni oltre che ai successi. “La scuola sicuramente è un ambiente che offre tutto questo, oltre che essere un luogo di apprendimento. Quindi nel momento in cui la scuola chiude, viene a mancare un aspetto fondamentale per la crescita dei ragazzi”.

Anche nel nostro Paese sono state condotte indagini volte a rilevare l’impatto che le restrizioni imposte dallo stato di pandemia hanno avuto sui più giovani. L’Istituto Gaslini in collaborazione con l’università di Genova, nel 2020 ha indagato l’impatto psicologico e comportamentale sui bambini delle famiglie in Italia dovuto alla pandemia. Dall’analisi di oltre 3.200 questionari, somministrati tra il 24 marzo e il 3 aprile, è emerso che nel 65% e nel 71% dei bambini con età rispettivamente minore o maggiore di 6 anni sono insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione. Nei bambini con meno di 6 anni i disturbi più frequenti sono stati l’aumento dell’irritabilità, disturbi del sonno e disturbi d’ansia (inquietudine, ansia da separazione). Nei ragazzi e nelle ragazze di età compresa tra i 6 e i 18 anni, invece, i problemi più frequenti hanno interessato la “componente somatica” (disturbi d’ansia e somatoformi come la sensazione di mancanza d’aria) e i disturbi del sonno. In questa fascia di età, in particolare, è stata rilevata una significativa alterazione del ritmo del sonno, con adolescenti che andavano a letto molto più tardi la sera e faticavano a svegliarsi al mattino per seguire le lezioni online da casa. Nei più grandi è stata inoltre riscontrata una maggiore instabilità emotiva, con irritabilità e cambiamenti del tono dell’umore. Un altro studio – coordinato da Maria Spinelli del dipartimento di Neuroscienze, imaging e scienze cliniche dell’università “G. D’Annunzio” Chieti Pescara e condotto in Italia tra il 2 e il 7 aprile 2020, su 854 genitori di bambini dai 2 ai 14 anni – dimostra invece che a determinare maggiori difficoltà a livello psicologico nei più piccoli, con conseguenti problemi emotivi e comportamentali, è la difficoltà con cui i genitori affrontano la situazione di isolamento e il relativo livello di stress che può avere un impatto significativo sul benessere dei più piccoli. 

C’è poi chi ha segnalato anche problemi di altro tipo, gravi e importanti. Stefano Vicari, responsabile dell’unità operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, curatore con Silvia Di Vara del volume Bambini, adolescenti e Covid-19 (Erickson 2021), ha rilevato dall’inizio della seconda ondata un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso di ragazzi con disturbo psichiatrico, nel 90% giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita. Senza contare i ricoveri per autolesionismo. “È qualcosa che abbiamo riscontrato anche noi nella nostra realtà – sottolinea Michela Gatta –. In quest’ultimo anno, nel periodo riferito alla pandemia, sono sicuramente aumentate le situazioni anche compromesse, importanti dal punto di vista della sintomatologia espressa. Soprattutto da ottobre del 2020 sono aumentati gli accessi, specie di ragazze, preadolescenti e adolescenti, dunque di età compresa tra gli 11 e i 17 anni, con autolesionismo suicidario o non suicidario”.

La neuropsichiatra sottolinea che chi ha già una fragilità sul piano psicopatologico, ha risentito in modo importante della pandemia e dei cambiamenti correlati alla stessa, dunque chi già soffre di un disturbo neuropsichico è evidentemente a maggior rischio. “Tuttavia, nella nostra esperienza abbiamo visto aumentare la proporzione di quelli che sono arrivati in ambulatorio o sono stati ricoverati, ma non erano noti precedentemente ai servizi e che quindi, prima della pandemia, avevano un loro equilibrio”.

Se questo è il quadro generale, come comportarsi dunque con i più giovani in questo periodo di isolamento sociale e restrizioni? I genitori sono spesso la risorsa migliore e più vicina a cui i bambini possono chiedere aiuto, si legge in un articolo su Lancet. Una comunicazione aperta con i più piccoli è la chiave per identificare eventuali problemi fisici e psicologici e per confortare i bambini durante periodi di isolamento prolungato. I genitori sono spesso dei modelli importanti per un comportamento sano. Buone capacità genitoriali diventano cruciali quando i bambini sono confinati a casa. Oltre a monitorare le attività e il comportamento dei figli, i genitori devono anche rispettare la loro identità e i loro bisogni, oltre che aiutarli a sviluppare capacità di autodisciplina. I bambini sono costantemente esposti a notizie legate alla pandemia, quindi conversare direttamente con loro su questi temi potrebbe alleviare la loro ansia. L’isolamento domestico potrebbe offrire una buona opportunità per migliorare l'interazione tra genitori e figli, per coinvolgere i bambini nelle attività della famiglia e per aiutarli a essere più autonomi. Con i giusti approcci genitoriali, i legami familiari possono risultarne rafforzati e soddisfatte le esigenze psicologiche del bambino.

Su questa stessa linea è anche Michela Gatta che osserva: “L’adulto in generale, che sia un genitore o un educatore, deve essere un punto di riferimento. Anche in età adolescenziale, quando dei genitori se ne vuole sapere poco, è importante rimanere sullo sfondo, restare comunque disponibili. Sicuramente in questo momento ascoltare e prestarsi alla comunicazione per cercare di comprendere quali siano le difficoltà che i ragazzi stanno vivendo diventa un aspetto fondamentale, oltre che testimoniare quali possono essere le modalità migliori per rispondere a una situazione di stress”. Sarà importante dunque suggerire delle strategie di adattamento, di risposta adeguata con alternative valide, sfiatare le tensioni piuttosto che sostenerle, dare importanza a quello che sta vivendo il giovane. Può essere utile fare delle attività insieme ed evitare la solitudine, perché in solitudine gestire le angosce e le preoccupazioni, che sono proprie di questo periodo, può risultare più difficile. E può essere utile agire sulla quotidianità, dunque dare un ritmo alla giornata, ritagliarsi dei momenti da dedicare ad attività piacevoli. “Sicuramente è importante far esprimere i ragazzi – sottolinea la docente –, dare spazio di parola, ascoltarli ed evitare che la negatività prenda il sopravvento, focalizzandosi di più su ciò che si può fare piuttosto che su quello che viene a mancare”.

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