CULTURA

Il difficile concetto di Libertas

Libertà: concetto cardine della contemporaneità, delle sue conquiste e dei suoi conflitti. Fonte di ispirazione per battaglie politiche e rivoluzioni, ma anche base di una vera e propria religione civile: quella “unione di una visione totale del mondo con la passione civile e morale” che secondo Benedetto Croce ha guidato la storia d’Europa a partire dall’Ottocento.

La libertà è però anche valore distintivo e ‘identitario’ dell’università di Padova, che quest’anno si accinge a celebrare gli 800 anni dalla fondazione: per questo il gruppo di storici che sta via via pubblicando una storia europea dell’ateneo ha deciso di dedicare un volume proprio a quella Patavina Libertas che dà il nome all’intera serie. Libertas. Tra religione, politica e saperi, curato da Andrea Caracausi, Paola Molino e Dennj Solera (e con i saggi di Giulia Albanese, Antonella Barzazi, Luca Beltramini, Paula Findlen, Enrico Francia, Cynthia Klestinec, Margherita Losacco, Adriano Mansi, Hannah Marcus, Andrea Martini, Guglielmo Monetti e Michaela Valente) ricostruisce la storia di questo concetto prestando attenzione a istituzioni, spazi, pratiche e conflitti che ne hanno costellato la lunga evoluzione.

Intervista di Daniele Mont D'Arpizio, montaggio di Barbara Paknazar

Un’indagine necessaria e tutt’altro che scontata nella metodologia quanto negli esiti: libertas è infatti termine ambiguo per eccellenza, fondamentale eppure non di rado misconosciuto e frainteso, impiegato e piegato durante la storia per indicare fenomeni e concetti diversi e talvolta opposti. “Spesso si tende a tradurlo con libertà, ma non è sempre stato così – sottolinea Andrea Caracausi –. La libertas romana, come evidenziato fin dall’inizio del libro, non era un diritto di tutti ma un privilegio di pochi, sostanzialmente degli uomini liberi che godevano anche dei diritti politici. E un grande storico dell'antichità come Ronald Syme sottolineava come ben si prestasse all'intrigo e fosse invocata soprattutto da chi deteneva il potere, politico ed economico”. Un significato che perdura fino a ben oltre la fine del medioevo: ancora in pieno Seicento essa equivale alla possibilità esercitare un'attività economica o commerciale.

Ecco dunque in parte chiarito di quale libertas andassero in cerca gli studenti che nel 1222 da Bologna attraversarono il Po per stabilirsi a Padova. “La nostra curiosità nei confronti della patavina libertas viene dall’importanza che questa ha assunto nella storia dell'università nel corso dei secoli – spiega l’altra curatrice Paola Molino –. Ma, appunto per le ragioni spiegate da Andrea, la nostra scelta non è stata quella di indagare come l’università di Padova possa aver contribuito allo sviluppo di valori come la libertà di ricerca, di accesso al sapere e così via. La nostra idea è stata piuttosto quella di vedere come gli uomini e le donne che hanno animato le aule dell'ateneo si siano appropriati dei concetti di libertas in generale e di patavina libertas in particolare, per portare poi avanti una serie di istanze all'interno dei contesti sociali, politici ed economici nei quali vivevano”.

All'inizio la libertas non è un diritto di tutti ma un privilegio di pochi. Poi assume il significato di autonomia, dal potere e dalla religione

Se dunque agli albori libertas è soprattutto quella di definire i propri programmi di insegnamento, in seguito – paradossalmente quando la città e la sua università hanno ormai perso la loro indipendenza, passando sotto il controllo di Venezia – essa diventa sinonimo di apertura intellettuale e di cosmopolitismo. “È in questo contesto che il concetto di patavina libertas si arricchisce di un ulteriore significato, che è quello della cosiddetta libertas philosophandi – continua Molino –, ovvero la possibilità da parte dei filosofi di esporre le proprie teorie indipendentemente dalla dottrina teologica”.

Filosofia e scienza si emancipano dunque definitivamente dalla religione, dando il via agli anni d’oro dell’ateneo padovano: nel secondo Cinquecento un laureato su quattro proviene dal di fuori degli attuali confini italiani, come è stato ricostruito grazie alla nuova banca dati Bo2022, nella quale sono stati inseriti oltre 46.000 profili individuali di studenti dell’Università di Padova dal 1222 al 1989. Sempre tra il XVI e il XVII secolo l’università accoglie inoltre studenti protestanti ed ebrei, dando alla patavina libertas una nuova e fondamentale sfumatura: “Questo ovviamente non significa che fossero tutte rose e fiori – riprende Caracausi –; tuttavia, anche per la felice situazione di fare appunto parte della Repubblica di Venezia, ancora nel corso del secondo Cinquecento studenti di diverse confessioni religiose e provenienze potevano laurearsi a Padova”.

In seguito, a partire dal Seicento, l’ateneo perderà molta della sua forza attrattiva, e non solo a causa della Controriforma; tuttavia la libertas troverà ancora il modo di animare e a tratti di innervare la storia dell’ateneo: i saggi che compongono il libro si dedicano così all’esame dei moti del 1848 e del ruolo di Padova durante la Resistenza, in particolare a partire dall'appello del rettore Concetto Marchesi. Una storia che dura fino ai nostri giorni con la fondazione negli anni ‘80 del Centro per i diritti umani, fatta di discontinuità piuttosto che di continuità e ben simboleggiata dal noto motto Universa universis Patavina libertas. Che paradossalmente – come recentemente ha ricostruito Piero Del Negro – trova la sua definizione solo in epoca fascista, per mano di Carlo Anti e di Concetto Marchesi, ma che poi animerà e infiammerà i cuori di quanti contro quel regime si batteranno. Un’eterogenesi dei fini che ben simboleggia l’efficacia e il ruolo della libertà, obiettivo ineffabile ma al contempo perennemente seminale e gravido di ogni sorta di conseguenze. Comprese le più imprevedibili.

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