SOCIETÀ

Il Giappone (ancora) a caccia di balene

È ripresa dopo 30 anni di interruzione la caccia alle balene in Giappone. Nella realtà, questa pratica da sempre molto contestata, non si era mai arrestata ma se, negli ultimi decenni, era stata giustificata da motivazioni di tipo ‘scientifico’, adesso lo scopo è tornato ad essere dichiaratamente commerciale.

La decisione è stata annunciata al termine del G20 che si è tenuto il 28 e 29 giugno scorsi a Osaka e solo pochi giorni dopo, lunedì primo luglio, cinque baleniere erano già salpate dal porto di Shimonoseki, nel sud dell'arcipelago, e dal porto di Kushiro, a nord. Il governo l’aveva già comunicato alla fine dello scorso anno stabilendo la sua uscita definitiva dalla Iwc (International Whaling Commission), organismo internazionale istituito per la difesa dei cetacei, che nel 1986 ha decretato l’intoccabilità delle specie in via d’estinzione.

Secondo quanto deciso dal Ministero dell'Agricoltura, delle foreste e della pesca nipponico, fino alla fine dell’anno queste imbarcazioni potranno uccidere, in acque territoriali, fino a 227 balene (52 balene Minke, 150 balenottere di Bryde - dette anche di Eden - e 25 balenottere boreali) restando fuori però dall’Oceano Antartico. Una pesca, quindi, apparentemente regolata e limitata a specifiche aree come già succede per altri Paesi impegnati nella caccia a questi mammiferi del mare, quali Norvegia e Islanda.

Le ragioni alla base di questa decisione, non sono ancora chiarissime. Secondo il governo nipponico, nel rispetto di un’antica tradizione anche culturale che vuole i giapponesi grandi cacciatori e consumatori di carne di balena, con la riapertura della caccia alle balene si tornerà a rivitalizzare il commercio e il consumo di questo alimento. Tuttavia, se l’aspetto culturale di questa pratica può avere  riscontri nei decenni passati, quello riguardante la richiesta di carne a scopo alimentare contrasta, però, con i dati più attuali.

Secondo i dati del Ministero dell'Agricoltura, delle foreste e della pesca giapponese, il calo dei consumi della carne del grande cetaceo dal 1960 al 2015 sarebbe drastico e quasi interamente sostituito da altre tipologie di alimenti, quali carne di bovino, maiale e pollo.

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