SOCIETÀ

Migranti, prove tecniche dell'UE per non essere accogliente

La parola d’ordine è: “altrove”. Accostata al tema delle migrazioni vuol dire respingere, ricacciare indietro chi tenta di varcare illegalmente una linea di frontiera. Rimpatri forzati, in un qualsiasi altrove, purché lontano da quel confine, e dagli occhi di chi li vuole sorvegliare. L’8 giugno scorso i ministri degli Interni dell’UE hanno raggiunto, a maggioranza, un accordo su un nuovo sistema di procedure di accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo, in parziale modifica del trattato di Dublino. L’intento è chiaro: l’Europa vuole blindare i suoi confini e fissare una “quota annuale prestabilita” di trentamila migranti ammessi a varcare i confini dell’Unione. Trentamila: non uno di più. Qualche dato per comprendere meglio: nel 2022 l’Europa ha accolto circa 160mila migranti, 105mila dei quali sono sbarcati sulle coste italiane (nel 2021 erano stati 67mila). Tutto l’eccedente (e si parla di esseri umani, spesso in condizioni di estrema fragilità, per usare un eufemismo) dev’essere mandato via. Dove? Nei paesi d’origine? Anche in presenza di guerre o di persecuzioni razziali? L’Italia, il paese geograficamente più esposto dell’Unione al fenomeno delle migrazioni, ha proposto una soluzione: i migranti potranno essere rimpatriati anche nelle nazioni di transito. Esempio: un migrante di qualsiasi nazionalità che arriva in qualche modo in Libia, e da lì attraversa il Mediterraneo per entrare in Italia, potrà essere “rimpatriato” a Tripoli. A due condizioni però: il governo libico (per restare all’esempio) deve essere d’accordo. E la Libia deve esser considerata “paese sicuro”, definizione sulla quale aleggia ancora un ampio margine di discrezionalità dei governi “invianti”. Proposta accettata, non senza malumori: la Germania chiedeva maggiori garanzie sulla definizione di “paese terzo sicuro”, ma alla fine la maggioranza dei paesi membri dell’UE ha votato a favore dell’escamotage. A far mancare l’unanimità sono state Polonia e Ungheria, secondo i quali la norma è perfino troppo permissiva: perché non vogliono proprio saperne di quei trentamila “autorizzati”, che dovrebbero essere ripartiti tra i 27 stati membri (secondo il principio della “solidarietà obbligatoria”) in base a vari parametri: popolazione del paese, Pil, numero di attraversamenti illegali alle frontiere. E chi si rifiuterà di accogliere la sua quota, stabilita dall’UE, dovrà pagare una “compensazione” di 20mila euro per ogni migrante respinto, soldi che finiranno in un fondo comune. Mateusz Morawiecki e Viktor Orban hanno detto no (mentre Malta, Lituania, Slovacchia e Bulgaria si sono astenute). Ma la loro contrarietà non è bastata a frenare l’accordo, che prevede inoltre “procedure di frontiera più rapide per valutare se le domande di asilo siano fondate o ammissibili”. Se la domanda sarà respinta, il migrante dovrà essere rimpatriato (nel suo paese d’origine o in quello di transito) entro 6 mesi. I paesi di frontiera (Italia, Grecia, Spagna) dovranno inoltre rafforzare i controlli per evitare, o comunque monitorare assai più di quanto accada ora, gli spostamenti dei richiedenti asilo verso i Paesi del Nord Europa. L’accordo sarà portato a breve in discussione al Parlamento Europeo: l’approvazione definitiva potrebbe arrivare nei primi mesi del 2024.

Il pressing dell’UE su Tunisi

Questa la base indispensabile per analizzare quanto accaduto nei giorni scorsi: le missioni a Tunisi della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, in compagnia della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e del primo ministro olandese Mark Rutte. La Tunisia, insieme a Libia, Marocco e Algeria, è un tassello fondamentale nella rotta dei migranti nel Mar Mediterraneo (dista appena 80 miglia dall’isola di Lampedusa), soprattutto per le centinaia di migliaia di persone in fuga dai paesi dell’Africa Subsahariana (dalla Nigeria al Mali, dal Burkina Faso al Sudan). E in pieno stile “aiutiamoli a casa loro” (una mano al portafogli, l’altra a chiudere gli occhi) è arrivata la proposta ufficiale, autorevole, della Commissione Europea: oltre un miliardo di euro per aiutare la Tunisia a fronteggiare la sua gravissima emergenza economica. In cambio però Tunisi dovrà, o meglio dovrebbe, impegnarsi a combattere la nuova crisi migratoria, il traffico di esseri umani e le continue tragedie in mare: dal 2014 a oggi, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), oltre 26mila migranti sono morti, o dichiarati dispersi, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. L’ultima tragedia è di poche ore fa, nella notte tra martedì e mercoledì, nel Peloponneso: le vittime potrebbero essere centinaia. Tornando alla Tunisia: il problema è che Kais Saied, salito al potere nel 2019 con il proposito di ripulire la democrazia tunisina dalla corruzione, ma che via via si è sempre più imposto come dittatore populista, licenziando il Parlamento e sottraendo autorità ai giudici, non ha alcuna intenzione di accettare la prima offerta. Conosce bene il “valore” dei migranti, al pari di Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco, appena rieletto, che nel 2016 strappò all’UE un accordo da 6 miliardi di euro per arginare un “travaso” di rifugiati provenienti dalla rotta balcanica (Siria, Afghanistan, Pakistan, Iran). «La Tunisia non diventerà la guardia di frontiera dell’Europa», ha dichiarato Saied, nonostante i sorrisi e le passerelle di rito con von der Leyen, Meloni e Rutte. La situazione economica tunisina è in crisi profonda: da mesi è in trattativa con il Fondo Monetario Internazionale per un prestito da 1,9 miliardi di dollari, ma quei soldi non sono gratis: servono riforme profonde. E Saied ha già rifiutato la proposta di tagliare i sussidi, oltre a dichiararsi contrario alla vendita delle aziende statali. La Tunisia sta preparando una proposta alternativa da sottoporre al FMI, soluzione sollecitata anche dal segretario di stato americano Antony Blinken. Intanto venerdì scorso l’agenzia di rating Fitch ha ulteriormente declassato il debito tunisino in classe “junk”, spazzatura, sostenendo che ci sono «maggiori segnali per un probabile default». L’eventuale crollo delle finanze statali potrebbe provocare un ulteriore impulso all’ondata migratoria. Perciò l’Unione Europea (Italia in testa) sta tentando di trovare una soluzione, in Tunisia, come in Libia.

Sicuri che siano paesi sicuri?

Un’intesa, con il presidente-dittatore tunisino, alla fine si troverà, sempre che la situazione interna non degeneri più rapidamente del previsto. Ma resta il tema del “come” l’Unione Europea si propone di «rompere il cinico modello di business di contrabbandieri e trafficanti», stando alle parole pronunciate a Tunisi da von der Leyen. Dove saranno respinti i migranti in eccesso? Chi garantirà trattamenti sicuri e rispetto per le persone? Denunciava, a proposito della Libia, lo scorso febbraio Human Right Watch: «Nella sua ossessione di tenere i migranti e i richiedenti asilo lontani dalle sue coste, l'Italia sta pagando per intercettare e riportare decine di migliaia di persone in Libia, dove affrontano abusi che l’ONU descrive come possibili crimini contro l'umanità». Più nel dettaglio, e perché non ci siano fraintendimenti: «Da quando è stato firmato nel 2017, il sostegno finanziario e tecnico che l’Italia fornisce alle autorità libiche è stato fondamentale per facilitare l’intercettazione di migliaia di persone che attraversano il Mar Mediterraneo per raggiungere l’Italia, costringendole a tornare in Libia. Lì i migranti hanno affrontato “omicidi, sparizioni forzate, torture, riduzione in schiavitù, violenze sessuali, stupri e altri atti disumani in relazione alla loro detenzione arbitraria”, secondo un rapporto pubblicato nel giugno 2022 della missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sulla Libia». E non va meglio con la Tunisia, dove giù lo scorso anno Amnesty International denunciava una profonda e sistematica «regressione dei diritti umani dalla presa di potere del presidente». Mentre lo stesso Saied è stato accusato di razzismo nei confronti degli immigrati provenienti dall’Africa Subsahariana, dopo averli definiti “portatori di violenza, crimini e di pratiche inaccettabili”. «Non permetteremo che la composizione demografica tunisina venga modificata», aveva dichiarato Saied. L’Unione Africana lo ha accusato di “incitamento all’odio razziale”.

Eppure, nonostante tutto, il governo italiano ha già dichiarato di voler considerare Libia e Tunisia “paesi sicuri”. E dunque, se alla fine il nuovo accordo di accoglienza verrà confermato dal Parlamento Europeo, rispedire lì la “quota eccedente” di migranti (secondo la bozza approvata a Strasburgo il “sistema europeo per l’accoglienza” sarà in grado di assicurare prestazioni per 30mila persone, ampliabili fino a 120mila nel corso dei prossimi anni). Le critiche, com’è ovvio, sono aspre. Secondo Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (Ics), interpellato da Internazionale, «le nuove regole sanciscono la fine del diritto di asilo in Europa e sono un attacco allo stato di diritto». Schiavone sostiene che è preoccupante che tutto diventi una procedura di frontiera, una procedura sommaria di esame delle domande di asilo: «La persona di solito può tornare in un paese terzo sicuro solo se ha un legame con quel paese: qui invece si vorrebbe mandare le persone indietro in paesi terzi di transito, in virtù di accordi bilaterali. Ma qui vedo problemi giuridici insormontabili. Vogliamo pagare, per respingere. Ma è un sistema di diritto o un mercato degli schiavi? Questo accordo è un testo estremista e provocatorio». Secondo Oxfam Italia, «le proposte non risolveranno in alcun modo le croniche carenze del sistema di asilo europeo e al contrario esprimono chiaramente l’obiettivo di blindare l’Europa».

Il modello britannico: deportazioni in Rwanda

Ma un precedente c’è, anche se al momento ancora teorico. È il sistema di rimpatrio ideato dal Regno Unito, che punta a spedire in Rwanda tutti coloro che varcano illegalmente le loro frontiere. Ed è lì, nel paese dell’Africa orientale, opportunamente ricompensato in denaro, che saranno analizzate le richieste d’asilo. I più fortunati potranno restare in Rwanda, mentre chi non ha diritto sarà rispedito al mittente. Un piano lanciato da Boris Johnson e perseguito con entusiasmo dal suo successore, Rishi Sunak, anche lui conservatore. Uno “schema” fondato non sull’accoglienza, ma sul respingimento sistematico, che potrebbe trovare molti seguaci, a partire dalla stessa presidente del Consiglio italiana, che al termine di un recente bilaterale, ha elogiato il piano. Un progetto non ancora operativo perché è in corso una dura battaglia legale nelle corti britanniche, con le associazioni umanitarie e la Corte europea dei diritti umani che lo ritengono una violazione delle leggi internazionali. Ma se dovesse passare quel principio, è verosimile immaginare che possa essere replicato all’infinito. Come ha sintetizzato l’8 giugno scorso Philippe Lamberts, presidente del Gruppo dei Verdi al Parlamento europeo: «L’accordo asseconda le richieste dell’estrema destra a spese dei valori europei. Gli Stati membri sembrano ben felici di appaltare la questione a regimi e dittature discutibili. Non dobbiamo dare un assegno in bianco per il denaro dell’Ue ad autocrati e signori della guerra al solo scopo di impedire ai migranti di entrare nell’Unione Europea. L’unica soluzione accettabile – ha concluso Lamberts – resta l’equa ridistribuzione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri». La presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, ha salutato il raggiungimento dell’accordo come «una buona notizia», auspicando un’approvazione definitiva prima delle prossime elezioni europee, previste nel giugno 2024. Poi la parola, il giudizio, passerà agli elettori.

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