CULTURA

Com'è cambiata l'accoglienza con i decreti sicurezza

Da 35 euro a 19/21, da un’idea di accoglienza diffusa ad un accentramento che, in alcune situazioni, sa di monopolio. Gli effetti dei decreti sicurezza voluti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, non hanno avuto l’effetto annunciato. A dirlo è un report congiunto di Action Aid e Openpolis, che analizza com’è cambiata l’accoglienza dopo l’entrata in vigore dei due decreti.

I decreti sicurezza

Facciamo però un passo indietro all’ottobre 2018 e cerchiamo di capire in cosa consistono questi due decreti. Il primo, varato dal governo Conte I, di fatto ha ridisegnato il sistema di accoglienza italiano. Composto da 40 articoli, il ddl 840/2018, inizia parlando di “norme volte a disciplinare le ipotesi eccezionali di temporanea tutela dello straniero per esigenze di carattere umanitario”.

La protezione di carattere umanitario era stata introdotta nel 1998 con la legge 286 e consisteva in un permesso, rilasciato dalla questura, “per seri di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”. Ora però, come avevamo già avuto modo di analizzare in un altro reportage, di fatto il permesso per natura umanitaria è stato abolito dal ddl 840/2018, sostituito da altre tipologie.

Il permesso di "protezione speciale" che ha la durata di un anno, quello "per calamità naturale nel Paese di origine" ha la durata di sei mesi, è valido solo in Italia e permette di svolgere attività lavorativa, ma non può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

C’è poi il permesso "per condizioni di salute di eccezionale gravità”, accertate mediante idonea documentazione, tali da determinare un irreparabile pregiudizio alla salute degli stessi, in caso di rientro nel Paese di origine o di provenienza. In questo caso il questore rilascia un permesso di soggiorno per cure mediche, per il tempo attestato dalla certificazione sanitaria, comunque non superiore ad un anno, rinnovabile finché persistono le condizioni di salute di eccezionale gravità debitamente certificate. Il permesso è valido solo in Italia.

C’è poi il permesso "per atti di particolare valore civile", che è autorizzato dal ministro dell’interno, su proposta del prefetto competente, ha la durata di due anni, è rinnovabile, e consente sia l’accesso allo studio che di svolgere attività lavorativa e può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo o subordinato”.

Infine c’è il permesso "per casi speciali", come ad esempio per le vittime di grave violenza o di sfruttamento lavorativo. In quest’ultimo caso il permesso ha la durata di un anno e “consente l’accesso ai servizi assistenziali e allo studio o lo svolgimento di lavoro subordinato e autonomo, fatti salvi i requisiti minimi di età. Alla scadenza, il permesso di soggiorno può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, sia subordinato che autonomo, oppure in permesso di soggiorno per motivi di studio, nel caso la persona risulti iscritta ad un corso regolare di studi.

Il sistema di accoglienza

Sempre in tema di immigrazione il decreto sicurezza ridisegna anche il sistema d’accoglienza. Con il ddl 840/2018, la durata massima che una persona può rimanere nei Centri di permanenza per il rimpatrio è stata allungata, passando da 90 a 180 giorni.

Nel caso tali Centri siano tutti pieni, il giudice di pace, su richie­sta del questore, può autorizzare la temporanea permanenza della persona straniero, in strutture diverse e idonee nella disponibilità dell’Autorità di pubblica sicurezza.

L’articolo 6 del decreto legge aumenta anche il fondo per i rimpatri di 500.000 euro per il 2018, di 1.500.000 euro per il 2019 e di 1.500.000 euro per il 2020. Rimpatri che abbiamo visto essere molti meno di quelli auspicati dall’ex ministro dell’Interno in campagna elettorale.

L’altro punto cruciale del decreto sicurezza dell’ottobre 2018, è il ridisegnamento del sistema SPRAR. Con la nuova legge infatti, i Comuni potranno accogliere solo minori non accompagnati e titolari di protezione internazionale. Il nome stesso è stato sostituito da “Sistema di pro­tezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati”.

I richiedenti asilo che già stanno beneficiando dello SPRAR potranno usufruirne fino alla scadenza del progetto in corso, già finanziato. Da gennaio 2019 inoltre dovrebbero entrare a regime dieci nuove Commissioni territoriali, in modo tale da rendere più veloci le procedure.

Il report Action Aid e Openpolis

È proprio su quest’ultimo punto che si sofferma il report di Action Aid e Openpolis. “Le nuove regole delle gare di appalto per la gestione dei centri, volute per razionalizzare il sistema e tagliare i costi e i servizi di inclusione, si scontrano con la difficoltà, anche di natura politica, dei gestori di farvi fronte e delle prefetture di applicarle - riporta l’analisi -. Diversi i bandi deserti, quelli ripetuti o che non riescono a coprire il fabbisogno dei posti nei centri. Laddove ci si riesce, prevale il modello dei grandi centri dislocati in periferia. Un affare che attrae i gestori a carattere industriale, grandi soggetti privati anche esteri in grado di realizzare economie di scala, e allontana i piccoli con vocazione sociale e personale qualificato”.

Secondo i numeri riportati, gli irregolari stimati nel 2019 solo a causa della soppressione della protezione umanitaria sarebbero 40 mila, per un totale di 680mila immigrati irregolari presenti nel territorio italiano.

Ciò su cui si concentra maggiormente la terza parte del report però è capire com’è cambiato il sistema di accoglienza dall’entrata in vigore dei decreti sicurezza. Come abbiamo visto prima i decreti hanno dato un considerevole taglio alla diaria giornaliera per l’accoglienza. I “famosi” 35 euro sono infatti diventati dai 19 ai 21 euro.

La conseguenza di questo cambiamento? Secondo Action Aid è tutt’altro che insignificante. Molte piccole realtà cooperative infatti, hanno disertato i bandi che, di conseguenza, sono diventati “proprietà” di realtà più grandi.

“Queste aggiudicazioni  - dice il report - stanno drasticamente modificando la struttura del sistema di accoglienza, sia rispetto alla distribuzione dei migranti nei centri sia rispetto al tipo di organizzazioni che li gestiscono”.

Storicamente, cioè dalla sua nascita nel 2002, il sistema di accoglienza italiano è sempre stato caratterizzato dal binomio Cas (centri di accoglienza straordinaria) e Sprar (divenuti come abbiamo visto Siproimi), cioè un sistema ordinario gestito dai Comuni. I Cas invece, sono gestiti direttamente dalle Prefetture, che di fatto distribuiscono i fondi rilasciati dal ministero dell’Interno ai vari soggetti privati che li gestiscono. Le stesse prefetture negli ultimi tempi, soprattutto nel centro-nord Italia “hanno cercato di privilegiare il modello dell’accoglienza diffusa rappresentato dagli Sprar (piccoli centri affidati a gestori del terzo settore)”.  

I decreti sicurezza però hanno influito proprio su questo sistema, tornando di fatto a privilegiare, anche se indirettamente, i centri di grandi dimensioni e sfavorendo così l’accoglienza diffusa. 

“Se in alcuni territori il rifiuto di buona parte del terzo settore ha messo in seria difficoltà le prefetture nell’assegnazione dei bandi, in altre zone del paese le cose sono andate in maniera diversa”, dice Action Aid. Un esempio concreto è la situazione di Livorno in cui il 68% dei centri di accoglienza è di grandi dimensioni. 

                                                                  

La stessa situazione si può riscontrare anche a Milano, con il 64% dei posti offerti nell’accoglienza che riguardano centri di grandi dimensioni. “Le nuove regole -  dice una nota del report - hanno contribuito a mettere ulteriormente in difficoltà l’accoglienza diffusa, scoraggiando i piccoli gestori e creando per gli altri nuovi incentivi verso il modello dei grandi centri".

"Con la pubblicazione dei nuovi bandi molte associazioni e realtà del terzo settore (milanese ndr) hanno deciso di non partecipare alle gare ma, rispetto a quanto accaduto altrove, sembra che altre organizzazioni abbiano colmato il vuoto, riuscendo a raggiungere un numero di posti ritenuto sufficiente dall’ufficio territoriale del governo.

Già in prima battuta, a febbraio 2019, la prefettura ha impostato i nuovi bandi disegnando un’offerta molto orientata a favorire la concentrazione in grandi centri. Se si considerano sia l’accordo quadro per la gestione di centri fino a 300 posti, che gli appalti per il Cas Aquila e per l’ex caserma Mancini, i posti messi a bando per grandi centri dalla prefettura di Milano risultano essere 2.220, ovvero il 64%”.

Tra le organizzazioni che si sono presentate alle gare troviamo anche due società che nel 2018 hanno ricevuto dal ministero erogazioni superiori a 12 milioni di euro.              

                                                     

Una di queste, la Medihospes, è presente anche nell’accoglienza a Roma. La situazione della capitale infatti è ancora più significativa, in cui l’83,5% dei posti in accoglienza si trova in grandi centri. 

                                               

L’abbandono dei bandi da parte dei piccoli gestori e la crescita di quelli che già disponevano una grande mole di posti ha portato, soprattutto nella capitale, a situazioni di quasi monopolio. Il report Action Aid parla del caso, definito “eclatante”, della già citata Medihospes (già nota come Senis Hospes), che nel 2017 disponeva di 2.067 posti in accoglienza distribuiti in 15 province italiane, per i quali ha ottenuto pagamenti dalle prefetture per oltre 20 milioni di euro. “La crescita di questo gruppo è stata esponenziale negli ultimi anni e, secondo i dati della camera di commercio, il fatturato è passato da 42 milioni nel 2016 a 114 nel 2018.

Nel 2018 Medihospes (in collaborazione con Tre Fontane, altro grande gestore nazionale, dapprima considerata cooperativa ausiliaria e poi incorporata da Medihospes nel corso del 2018), amministrava già 16 centri nel territorio metropolitano di Roma. Queste strutture avevano una capienza variabile, tra i 50 e i 250 posti, e complessivamente offrivano il 37% dei posti in accoglienza nel territorio.

Questa posizione, già dominante, si è rafforzata in maniera sostanziale nel 2019, portando Medihospes in una condizione di quasi monopolio sul territorio della capitale. A luglio infatti questa società deteneva quasi due terzi di tutti i posti in accoglienza”.

“Si tratta peraltro - continua il report - di una società che ha condiviso propri esponenti con il Gruppo La Cascina, cooperativa commissariata per il tentativo di infiltrazioni mafiose nella vicenda di Mafia Capitale, stando a quanto dichiarato in un’ordinanza di custodia cautelare dal gip di Roma, Flavia Costantini. Con la cooperativa commissariata e le società del suo Gruppo, Medihospes avrebbe avuto in comune anche sedi, iniziative promozionali e appoggi politici. Medihospes è stata inoltre tra i gestori del Cara di Borgo Mezzanone quando L’Espresso denunciò le condizioni inumane in cui erano tenuti gli ospiti. Ma anche tralasciando questi trascorsi resta il fatto che affidare 2/3 dell’accoglienza a un solo gestore, chiunque esso sia, significa che l'amministrazione (l'ente appaltante) rischia di essere “catturata” dal proprio fornitore e di subirne la capacità di condizionamento”.

                                          

Concludendo quindi, meno fondi per l’integrazione significano si un risparmio per lo stato, ma anche un’accoglienza diversa che inevitabilmente porta ad un’integrazione non più così diffusa. Le situazioni di quasi monopolio poi, con società sempre più grandi che gestiscono sempre più persone, fanno risaltare un’anomalia che dev’essere posta sotto la lente d’ingrandimento.

E’ di sei anni fa l’inizio dell’inchiesta su Mafia capitale (chiamata poi “Mondo di mezzo” in seguito alla sentenza di cassazione che non ha rilevato l’aggravante mafiosa), in cui Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 giugno” diceva: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”.  

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