SCIENZA E RICERCA

Addio stelle

Ci hanno mostrato la strada per millenni, indicato le stagioni e fatto intuire l’universo intorno a noi. Con la loro osservazione sono nate la scienza e la religione, ma adesso forse non servono più. Già con l’inquinamento luminoso godere del cielo stellato era diventato estremamente difficoltoso: adesso ci si mettono anche i satelliti. In 64 anni, da quando cioè il 4 ottobre 1957 fu lanciato il primo Sputnik, il cielo si è affollato di migliaia di corpi artificiali; con la nuova space economy il fenomeno compie però un salto di qualità e di dimensioni. Con i nuovi vettori, in grado di mandare in orbita decine di satelliti alla volta, i costi si abbassano enormemente e sono ormai sono alla portata di (quasi) tutti, dalle piccole-medie aziende agli Stati senza grosse tradizioni aerospaziali.

Il problema è però rappresentato soprattutto dalle nuove megacostellazioni da decine di migliaia di satelliti, che presto dovrebbero portare internet superveloce in ogni angolo del globo, dall’Himalaya agli oceani. Un affare enorme che vede in prima fila magnati come Elon Musk con Starlink, Jeff Bezos con Kuiper e Richard Branson con OneWeb, ma che rischia di stravolgere completamente la visione del cielo come la conosciamo da millenni. Il grido d’allarme è stato lanciato da Science, che con un reportage firmato da Joshua Sokol si sofferma sui rischi della nuova situazione.

Entro la fine del decennio i satelliti visibili potrebbero essere più numerosi delle stelle

Le megacostellazioni nelle orbite basse promettono innanzitutto di rendere sempre più difficoltoso e potenzialmente impreciso il lavoro degli scienziati, proprio mentre l’astronomia e l’astrofisica stanno vivendo un momento magico e c’è un grosso rilancio dell’esplorazione spaziale. I primi satelliti lanciati sono infatti più luminosi della maggior parte delle stelle osservabili, e si prevede che presto le supereranno anche in numero. Un bel problema: telescopi spaziali come Hubble costano dalle 10 alle 100 volte in più rispetto a uno terrestre, ragion per cui la stragrande maggioranza delle osservazioni è ancora condotta dalla Terra. È ad esempio il caso dell’osservatorio Vera C. Rubin citato dall’articolo di Sokol, che presto dovrebbe essere inaugurato sulle Ande cilene e che nelle aspettative dovrebbe fornire contributi determinanti allo studio dell’energia e della materia oscura.

Sul punto Starlink, il network più grosso, ha mostrato una certa disponibilità a collaborare con la comunità scientifica: gli ultimi satelliti sono stati ad esempio dotati di ‘tende parasole’ in modo da riflettere meno la luce solare: l’obiettivo dichiarato è che la loro visibilità non superi il settimo grado di magnitudine, in una scala in cui il primo grado è assegnato alle stelle più brillanti. Una soluzione parziale e su base puramente volontaria che ha diviso scienziati e semplici amatori.

Il problema però non è solo il futuro dell’astronomia: riguarda l’assetto di un bene pubblico fondamentale, con conseguenze al momento difficilmente immaginabili. “La privatizzazione dello spazio porta la mercatizzazione della società a un altro livello, che sfugge completamente al controllo democratico – spiega a Il Bo Live Roberto Trotta, docente di Astrostatistics all’Imperial College di Londra e responsabile del nuovo gruppo di lavoro in scienza e teoria dei dati presso la SISSA di Trieste  –. Con il cielo stellato inoltre rischiamo di perdere uno degli ultimi spazi naturali rimasti, l’ultima frontiera dell’inquinamento dopo aver distrutto le foreste, avvelenato i mari e i fiumi, desertificato le terre”.

Il tema è al centro di Libra, una pièce teatrale scritta dallo stesso Trotta con il regista Gigi Funcis e l’antropologa Giulia Corallo, portata in scena lo scorso settembre al Castello di Miramare e pronta nel 2022 a girare l’Italia. Una rappresentazione immersiva e visivamente potente che si avvale di tecniche innovative, con gli attori in carne e ossa che interagiscono con comparse virtuali e un ologramma, mentre il mapping tridimensionale trasforma il fondale in una grandiosa scenografia.

Lo spettacolo sorprende ma fa anche riflettere, raccontando un futuro in cui i satelliti artificiali disegnano nel cielo fantasiose pubblicità, mentre nell’umanità si diffonde una sindrome da shopping seriale che obbliga ognuno ad acquistare più volte lo stesso prodotto. Scenario inquietante ma nemmeno troppo irrealistico: “Perdere il cielo ci priva anche della nostra umanità – continua Trotta – . Non è solo questione di essere o meno ‘romantici’: le stelle ci ricollegano culturalmente, socialmente e scientificamente alla storia dell’umanità, per questo appartengono a tutti. Il fatto che oggi possano essere oscurate o nascoste da un manipolo di individui per i loro esclusivi interessi è un problema enorme”.

Le grandi compagnie di solito rispondono che con le megacostellazioni la rete arriverà anche alle comunità più povere e isolate, favorendo il loro sviluppo, ma questa giustificazione non convince lo scienziato: “Il costo di 100 euro al mese resterà comunque inaccessibile per la maggior parte della popolazione mondiale. A meno che non paghino i governi, ma allora si tratterà di trasferire fondi pubblici a un gruppo di compagnie private straricche”. Per raggiungere gli stessi obiettivi, sempre secondo Trotta, ci sarebbero soluzioni tecniche quasi altrettanto funzionali, con meno satelliti a quota più alta: “Costerebbero però più, rendendo necessario l’intervento dei governi in un business che si vuol far rimanere esclusivamente privato. Questo sistema inoltre non permetterebbe connessioni a bassa latenza ultraveloci, che però servono soprattutto per il gaming e il trading finanziario”.

Il problema insomma è serissimo, riguarda tutti e però è ancora lontano di essere discusso con l’attenzione che meriterebbe. Per il momento a protestare sono soprattutto le associazioni di astronomi amatoriali e diverse popolazioni di origine nativa: lo stravolgimento apparente delle costellazioni rischia di alterare e distruggere le loro tradizioni come nemmeno il colonialismo e l’occupazione delle loro terre erano mai riusciti a fare. Intanto c’è chi inizia a porre il problema anche da un punto di vista legale: secondo alcuni avvocati e giuristi nell’autorizzare i lanci di nuovi satelliti la Federal Communications Commission (FCC) dovrebbe rispettare in maniera più rigorosa il National Environmental Policy Act del 1969, che impone alle agenzie federali di valutare le conseguenze per l’ambiente di ogni nuovo progetto. A livello internazionale la International Astronomical Union (IAU) si batte da tempo perché l’Unesco tuteli il cielo notturno, ma negli ultimi tempi scienziati e attivisti si rivolgono soprattutto al Committee on the Peaceful Uses of Outer Space (COPUOS) perché imponga limiti all’inquinamento luminoso. Chi prevarrà? Gli interessi in gioco sono enormi. Del resto è in gioco il cielo: “il più grande dei tesori” secondo il Deuteronomio, simbolo di eterna immutabilità per Aristotele. Almeno fino all’arrivo di Elon Musk.

Serie GEOSPAZIO

  1. La carica dei privati arriva alle stazioni spaziali
  2. Di chi è il cielo?
  3. Addio stelle

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