CULTURA

Antropologia: disciplina interprete della crisi

Dieci anni fa moriva Claude Lévi-Strauss, antropologo francese. Qual è stato il suo contributo allo studio di questa disciplina e quali mutamenti si sono succeduti nella storia dell'antropologia? Innanzitutto, definire che cosa sia l'antropologia è un'impresa alquanto ardua. Infatti, col termine antropologia senza aggettivi o ulteriori specificazioni settoriali, quali culturale, sociale, fisica, dei media, del politico, dei processi patrimoniali ecc. è quasi impossibile darne una definizione precisa. “L'antropologia è una disciplina in crisi, in quanto interprete stessa della crisi” spiega Maria Teresa Milicia, ricercatrice e professoressa aggregata di Antropologia culturale. In questa definizione, per crisi, si intende una rottura dei grandi paradigmi otto-novecenteschi, ma con accezione positiva: “È l'approccio disciplinare che meglio interpreta la crisi dell'umano e le tensioni tra visioni globali e interessi locali nel mondo contemporaneo”.

Disciplina della crisi e in crisi, che vuol dire possibilità di grande fermento. Quando si è in crisi, infatti, si cercano delle soluzioni ed emergono nuove idee e stimoli Maria Teresa Milicia

Uno dei maggiori antropologi del '900, Ulf Hannerz, nato all'interno dell'antropologia sociale, è protagonista e partecipe del grande cambiamento costituito dallo spostamento degli interessi dell'antropologia dal cosiddetto mondo primitivo alle società complesse. Questo studioso sottolinea l'attraversamento dell'antropologia di una fase di difficile definizione di se stessa, in quanto sussiste una grande frammentazione e un'eccessiva complessità all'interno della disciplina derivata anche dalla confluenza delle diverse tradizioni di studi nazionali.

Per rispondere alle esigenze della semplificazione comunicativa, Hannerz propone di definire gli antropologi esperti delle diversità culturali piuttosto che tentare di circoscrivere temi e aree di ricerca in continua trasformazione. L'antropologia è ormai un campo di studi vastissimo che, come precisa Franceso Remotti, si occupa di tematizzare sia le differenze che le somiglianze culturali e deve mettere a frutto “questa enorme e preziosissima potenzialità epistemologica” di attraversare e creare reti di connessioni inter- e cross-culturali.

“L'antropologia, oggi, non può definire con esattezza di che cosa si occupa, ma, in realtà, nasce in un periodo di grandi certezze” racconta Milicia: “Alla fine dell'800 nascono le prime cattedre, in un momento storico in cui la definizione di uomo è certa e stabile all'interno del grande paradigma dell’evoluzionismo culturale. Si trattava di una definizione etnocentrica, con al centro il modello di uomo europeo: bianco, maschio e all'apice dell'intelligenza”. Altrove vivevano delle società considerate primitive, che rappresentavano quella che era stata la preistoria della civiltà europea. Questo schema così rigido poteva far pensare che l'antropologia dovesse essere solamente lo studio di quel modello d'uomo: “Parliamo di progressionismo, termine usato da Telmo Pievani, che indica la sovrapposizione tra le ideologie del progresso nate con il grande sviluppo industriale della fine dell'800 e l'evoluzionismo darwiniano. In realtà l'evoluzione biologica non ha alcuna teleologia e, certamente, non si concentra sul modello antropocentrico di progresso” afferma Milicia.

Dopo la Seconda guerra mondiale iniziò il grande declino dell'ottimismo: “Basti pensare alla paura del futuro che si diffonde con la consapevolezza della catastrofe del cambiamento climatico, della crescita drammatica delle diseguaglianze economiche, per capire quanto siamo distanti dal contesto in cui nacque l'antropologia” commenta Milicia. Dal punto di vista teorico, l'elemento che contribuì dall'interno all'erosione delle certezze nell'ambito dell'antropologia, fu la ricerca sul campo e l'osservazione partecipante, grazie alla quale gli studiosi si recano sui luoghi e vivono le diverse realtà prese in esame: “Quando vai a osservare il particolare di un villaggio o di una famiglia, diventa più problematico far rientrare lo studio in una teoria prestabilita. Viene a cadere l'idea di società e culture statiche” spiega l'antropologa. A partire dalla fine del '900 in poi, al centro degli interessi dell'antropologia, ci fu sempre il cambiamento. Si rinunciò a forme di generalizzazione, alla ricerca di leggi e alla concezione di grandi paradigmi che potessero rendere conto della realtà dell'umano in tutte le sue forme.

Lévi-Strauss fu uno degli ultimi grandi antropologi appartenenti alla tradizione della ricerca di leggi generali e di una teoria onnicomprensiva per un paradigma universale. Il suo lavoro fu prevalentemente teorico, dopo una fase dedicata alla ricerca sul campo verso la quale espresse in effetti un profondo disagio, come emerge dalle pagine di Tristi Tropici. La sua analisi strutturalista fu un tentativo di eliminare la soggettività: “Lui stesso affermava che l'antropologo è una specie di astronomo. Dopo aver lavorato e visto una miriade di differenze, si deve porre a una distanza siderale da esse, così da poter trovare delle leggi universali che spieghino la variabilità dei fenomeni nel flusso della storia” racconta la professoressa Milicia.

Al tentativo di Lévi-Strauss non ne succedettero altri, oggi si accetta la diversità dell'antropologia, anche se perdurano delle difficoltà di dialogo tra sottodiscipline, è il caso dell'antropologia culturale e di quella fisica o bioantropologia: “L'antropologia culturale venne definita tra la fine dell'800 e i primi del '900, in contrasto con quella fisica, allora fondamentalmente antropologia razziale e razzista che si occupava di definire una gerarchia delle razze” spiega l'antropologa: “Si formò l'esigenza da parte dell’antropologia culturale, che per inerzia continua ancora oggi, di tenere separate biologia e cultura, con la conseguenza di lasciare campo aperto a facili riduzionismi, come quello della sociobiologia. Anche alla luce dell'utilizzo delle recenti tecnologie di editing del genoma come il sistema Crispr, il modello di biologia e cultura separati in casa è totalmente superato. La coevoluzione di biologia e cultura è un processo continuo e l’epistemologia dell'uomo diviso non ha più senso: bisogna lavorare sui territori di frontiera tra discipline e l’antropologia culturale deve dare il suo contributo critico al dibattito pubblico sugli scenari inquietanti del futuro che è già presente” conclude Milicia.

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