SCIENZA E RICERCA

Biodiversità. Per salvarla non basta conservare le aree protette e contenere le estinzioni

Un team di ricercatori dell'Istituto di tecnologia di Karlsruhe in Germania ha avanzato la proposta di porre un limite al quantitativo di estinzioni di specie animali e vegetali che si possono verificare ogni anno, che tutti i paesi dovrebbero impegnarsi a mantenere. In modo analogo a quanto è stato deciso per quanto riguarda il cambiamento climatico, per arginare il quale è stato concordato l'obiettivo di mantenere l'aumento della temperatura media globale, rispetto ai livelli preindustriali, sotto i 2°C, questi studiosi ritengono che porre un limite massimo alla perdita annuale di biodiversità sia indispensabile per conservarla e proteggerla.

Abbiamo chiesto un'opinione su questo argomento al professor Lorenzo Ciccarese, responsabile dell'area Specie e habitat terrestri, agricoltura e selvicoltura di ISPRA e del National focal point dell'IPBES.

“Il tentativo teoretico in questione va nella direzione giusta", sostiene il professor Ciccarese. "Sicuramente, un apex goal, ovvero un obiettivo numerico facilmente misurabile, basato sull’evidenza scientifica, in grado di dimostrate con trasparenza i progressi fatti per arrestare e possibilmente anche invertire l'attuale drammatico declino della biodiversità, chiaro ai decisori politici e facilmente comunicabile, è davvero auspicabile. Ci vorrebbe per il post-2020 un accordo globale per la biodiversità stile Accordo di Parigi per il clima («mantenere il riscaldamento globale ben sotto i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali e perseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C»), che è stata una rivoluzione, non solo per il lungo negoziato sul clima ma per tutti gli accordi multilaterali in ambito Nazioni Unite.

Questa proposta non è certo l'unica che è stata fatta in questo senso: il tema di avere un apex goal è stato oggetto di un intenso e appassionato dibattito scientifico ed è stato discusso in ambiti negoziali in più occasioni, come nella prima riunione, tenutasi a Nairobi nell’agosto del 2019, del gruppo di lavoro internazionale chiamato dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la Diversità Biologica a costruire il Global Biodiversity Framework, l’accordo globale sulla biodiversità per il post 2020, che dovrà essere approvato in occasione del prossimo summit mondiale che si svolgerà in Cina nel maggio del 2021. Quella sarà la data per approvare questo accordo globale, che intende essere il più possibile partecipativo e inclusivo e che è stato concepito dal Segretariato della Convenzione ONU per la diversità biologica, accogliendo i contribuiti della comunità scientifica e in particolare dell’IPBES, l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, e delle organizzazioni non governative.

In occasione della seconda riunione di questo gruppo di lavoro internazionale, lo scorso febbraio, a Roma, è stata presentata la bozza zero dell'accordo, che ha identificato una serie di cinque obiettivi overarching, ovvero di carattere generale, per affrontare la perdita di biodiversità. I cinque obiettivi principali si articolano in 20 target più specifici, che per alcuni versi sono in continuità con quelli relativi al periodo precedente, dal 2011 al 2020, chiamati Aichi Biodiversity Targets”.

In cosa consiste la continuità rispetto agli obiettivi Aichi? E per quali versi, invece, è stata presa una direzione diversa?

“Molti osservatori sostengono che il motivo per cui i target Aichi non sono stati raggiunti, è che sono poco misurabili, poco compressibili e realisticamente non raggiungibili. Per questo, per definire le strategie future, bisogna basarsi anche sull'esperienza passata e sugli errori commessi. Sarà sicuramente necessario tenere compatti gli impegni che i Paesi hanno già preso per mantenere un sistema di inventario, monitoraggio e costruzione dei gruppi di lavoro che possono contribuire a raggiungere gli obiettivi. D'altra parte, è chiaro però che molti degli obiettivi Aichi non saranno raggiunti, nonostante manchino ancora pochi mesi al termine del 2020. Per alcuni di essi, tra l'altro, i trend saranno addirittura peggiori rispetto al punto di partenza.
Gli unici risultati positivi riguardano il target che prevede la conservazione del 17% delle aree protette terrestri, che sarà probabilmente raggiunta entro la fine dell'anno”.

By 2020, at least 17% of terrestrial and inland water, and 10% of coastal and marine areas […] are conserved through effectively and equitably managed, ecologically representative and well connected systems of protected areas [...] Undicesimo Target Aichi

“Ci sarebbe poi da discutere sull'effettiva qualità della capacità di gestione e di governo di queste aree protette, sul principio di equità e uso sostenibile dei benefici che ne derivano, e anche della loro equa e giusta ripartizione con le popolazioni locali o le comunità indigene", aggiunge il professor Ciccarese. "A livello quantitativo, però, possiamo dire che questo obiettivo è stato raggiunto. Verrà dunque data continuità al target di protezione delle aree protette con traguardi più ambiziosi. A Roma si è discusso di un possibile target per le aree protette del 30% entro il 2030. La nuova strategia europea per la biodiversità prevede di aumentare l’estensione delle aree protette, sia terrestri sia marine, al 30% entro il 2030, ed è aperta anche la possibilità che l'Unione Europea, con la sua leadership, possa far valere questo obiettivo su scala internazionale”.

Tornando però ai pro e ai contro dell'obiettivo di ridurre le estinzioni a non più di 20 per anno, e, in generale, di definire un obiettivo unico e omnicomprensivo (l'apex goal) per affrontare il problema della perdita di biodiversità, ci sono alcune criticità da mettere in luce, dovute al fatto che la biodiversità è una realtà complessa e poliedrica, la cui conservazione non può ridursi a un unico aspetto.

Come fa notare il professor Ciccarese, infatti, “sembra che il negoziato internazionale abbia già superato l'idea di un apex goal, rispetto ai processi che sono stati già avviati. Elizabeth Maruma Mrema, la nuova responsabile della Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità, ha detto chiaramente che sarebbe molto auspicabile avere un target chiaro, comunicabile, misurabile, ma questo ancora non c'è. Per quanto l'idea di ridurre le estinzioni a non più di 20 all'anno possa essere interessante, genera senza dubbio alcune perplessità.

Il punto è che gli obiettivi della protezione della biodiversità vanno molto al di là della conservazione su base territoriale delle specie, degli ecosistemi, e delle aree protette.
La strategia dell’UE per la biodiversità, che in qualche modo anticipa l'accordo globale, infatti, si basa su tre pilastri fondamentali: il primo è appunto quello della conservazione basata sul territorio, accompagnata da altre misure efficaci di conservazione, come la protezione delle aree agricole ad alto valore naturalistico o dei territori che possono diventare utili per integrare o implementare le aree protette.
Un secondo pilastro, l'ecosystem restoration, riguarda l'aumento della biodiversità all'interno delle aree agricole, oppure il restauro della aste fluviali che sono state sbarrate o cementificate. La strategia per la biodiversità, su questo punto, si è posta ad esempio l'obiettivo di restaurare 25 mila chilometri di aste fluviali e di piantare 3 miliardi di alberi nell’UE.
Infine, il terzo pilastro riguarda l'importanza di creare tutte le condizioni possibili affinché la natura venga conservata.

Anche la Convenzione ONU per la Diversità Biologica contempla tre obiettivi principali: la conservazione della diversità genetica, di specie e di ecosistemi; l'uso sostenibile delle risorse genetiche e di ecosistemi; l'equa distribuzione delle risorse sia all'interno delle nazioni sia nella stessa nazione tra diversi gruppi sociali, incluse le popolazioni indigene e le comunità locali.
Anche in questo caso, l'apex goal suggerito dagli autori dello studio sul limite di 20 estinzioni annue risponde al primo dei tre obiettivi, ma non agli altri due".

“Va poi messo in luce, inoltre, il concetto di integrazione della natura nei diversi settori produttivi. La conservazione attraverso la protezione su base territoriale, fatta di aree protette e di “altre misure efficaci di conservazione basate sul territorio”, per quanto fondamentale, non è sufficiente per raggiungere l’obiettivo dichiarato dalla Convenzione di “Vivere in armonia con la natura”. C'è bisogno che ognuno di questi settori, dall'agricoltura alla selvicoltura, dall'energia al turismo, dall'industria al commercio, integri il valore della biodiversità nelle sue politiche e nelle misure concrete. E questo può avvenire solo se tutti i settori produttivi capiscono l'importanza della natura per la loro stessa esistenza.
L'agricoltura, ad esempio, è il principale responsabile, tra i settori, della perdita di biodiversità in termini di distruzione e degradazione degli habitat e uno dei principali fattori di inquinamento dei suoli e delle acque, ma è anche quello che più di altri si fonda sulla biodiversità, che più di altri beneficia della diversità genetica, di specie e di habitat. A cominciare dagli impollinatori, che anche a causa dell’agricoltura sono in rapido declino. L'agricoltura dovrebbe essere quindi il primo settore a impegnarsi nella conservazione della biodiversità, che è il fondamento dei sistemi agricoli e alimentari e ne garantisce la produttività e la sostenibilità nel tempo.

Due concetti importanti introdotti dal Global Giodiversity Framework sono “whole governement” e “whole society”. Di fronte alla gravità, documentata dalla scienza, del declino della natura è necessario agire con urgenza: fare più aree protette e gestirle e governarle meglio e affrontare le cause dirette: distruzione di habitat, inquinamento, prelievo eccessivo di risorse, cambiamenti climatici, diffusione di specie aliene. Questo richiede una trasformazione radicale dei modi di prelevare, trasformare, trasferire, consumare le risorse naturali. Per raggiungere questo obiettivo è necessario il coinvolgimento di tutti i ministeri competenti, non solo dei soli ministeri dell’ambiente di un Paese., secondo un approccio chiamato “whole-of-government”. In più, è essenziale un approccio “whole-of-society”: la comunità della biodiversità, così come si è sedimentata negli anni, non può rispondere da sola a problemi cosi ampi e complessi come quelli posti dal declino della diversità biologica del pianeta e dagli effetti associati in termini socio-economici, sanitari, di sicurezza alimentare e geo-politici. Il coinvolgimento delle organizzazioni non governative, il settore privato, il sistema bancario e della finanza, le imprese, l'industria, il mondo accademico, le comunità locali e indigene, le amministrazioni locali devono avere un ruolo nella costrizione e nell’attuazione degli impegni per tutelare la natura".

Ma i dubbi legati alla ricerca di un apex goal non finiscono qui. Il professor Ciccarese aggiunge infatti che: “la definizione di un obiettivo unico e omnicomprensivo per arrestare la perdita di biodiversità impone di rispondere ad altre domande: Quali gruppi tassonomici vanno privilegiati, all'interno nel numero massimo delle 20 estinzioni? Come va fatta questa scelta? Gli animali prima? O le piante? E come si traduce poi questo impegno su scala regionale o continentale?

Un'ulteriore questione che si è sempre posta quando c'è stato un tentativo teoretico di inserire un apex goal è infatti quella della regionalizzazione di questi impegni: il cosiddetto downscaling. È proprio qui che è chiara la differenza tra biodiversità e clima: le emissioni producono degli effetti globali. Quindi, nell'ambito dei cambiamenti climatici, per quanto ci sia voluto molto tempo, si è potuto giungere a un target globale minore di 2°C, e possibilmente di 1,5°C. È questo che fa la differenza rispetto al negoziato sulla biodiversità, che è un tema complesso da affrontare e tradurre in politica. Non che questo non valga per il clima, ma la biodiversità ha molte più dimensioni e soprattutto è molto legata—sia dal lato dei fattori che sono alla radice del suo declino sia delle opzioni per arrestare e invertire lo stesso declino--al territorio e alle specificità ecologiche, sociali ed economiche nazionali e subnazionali.

Per cui va bene lavorare a un tentativo teoretico di avere uno o pochi obiettivi chiari, misurabili, comprensibili, ma sembra che fino al 2030 il percorso sia già segnato dall’approccio che è stato già avviato dal Global biodiversity framework, la cui base teoretica e scientifica è molto solida.

Questo non significa che questo lavoro di ricerca di un obiettivo unico o di pochi obiettivi non debba essere fatto, anzi. Sono state portate a termine altre ricerche di questo tipo, tra le quali uno studio che ha individuato una metrica per calcolare l'abbondanza media di una specie rispetto all'abbondanza della stessa specie in ecosistemi indisturbati, definendo un limite, del 28%, che non dovrebbe essere superato. Questo indice è più fondato dal punto di vista scientifico, sebbene anche in questo caso non manchi il problema della regionalizzazione e del coinvolgimento di tutti gli attori, in particolare delle imprese e della società civile”.

Per tutti questi motivi, un obiettivo unico e omnicomprensivo è ancora lontano dall'essere raggiunto, e il percorso che porterà alla sua definizione dovrà essere analogo a quello che ha condotto ai termini dell'accordo di Parigi.

“Quando è stato concordato questo target dei 2°C per l'aumento massimo della temperatura media globale, la proposta era stata vagliata dall'Ipcc, per cui la stessa cosa dovrebbe avvenire anche per un eventuale apex goal per la biodiversità, che dovrà essere vagliato all'interno di un organismo scientifico e super partes che, in questo caso, è l'Ipbes. Siccome questo processo richiederà del tempo, è verosimile che, almeno fino al 2030, andremo avanti con i 5 obiettivi riportati dal Global Biodiversity Framework, che al momento rispondono ai cosiddetti requisiti SMART: Sustainable, Misurabile, Achievable, Relevant, Time-bounding. (Specifici, misurabili, raggiungibili, rilevanti e definiti nel tempo)”, conclude il professor Ciccarese.

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