SOCIETÀ

Bolsonaro e il governo dell'involuzione

Jair Bolsonaro, presidente del Brasile, ha recentemente espresso l'idea di voler nominare suo figlio Eduardo ambasciatore negli Stati Uniti. Attualmente, il più giovane dei tre figli del presidente, è impegnato come deputato, ma si è detto pronto a dimettersi nel caso si concretizzasse il desiderio paterno, che comunque dovrebbe ricevere l'approvazione da parte del Senato per diventare realtà.

Bolsonaro è stato spesso al centro della cronaca internazionale per via delle sue politiche ambientali, per le problematiche inerenti alla deforestazione e per il suo scontro con la comunità scientifica brasiliana, che già si era schierata contro il congelamento dei fondi al ministero delle Scienza, tecnologia, innovazione e comunicazione. Quest'ultimo episodio riguardante il figlio, oltre ad aver avuto un comprensibile risalto mediatico, sembra aver creato dei malumori fra i suoi stessi sostenitori. Yurij Castelfranchi, sociologo di origini italiane e divulgatore scientifico dell’Universitade federal de minas Gerais in Brasile ci dà la sua opinione, raccontando quanto riportato dai media internazionali da un punto di vista interno: "la questione del figlio ambasciatore è più folcloristica che altro. Infatti, i segnali di totale incompatibilità di Bolsonaro con qualsiasi progetto di governo coerente con le basi che lo appoggiano, c'erano già stati in momenti precedenti".

Sembra che la crisi politica vissuta dal governo Bolsonaro abbia radici ben più profonde, continua Castelfranchi: "Il presidente brasiliano è riuscito a vincere appoggiandosi a diverse realtà locali che non vanno assolutamente d'accordo fra loro. Tra quelli che l'hanno votato, i veri bolsonaristi con tendenze estremiste che incitano all'uso della violenza, alla caccia del nemico interno e all'attacco a qualsiasi tipo di intellettuale, sono pochi: meno della metà. Una parte dei suoi sostenitori è composta da fondamentalisti religiosi cristiani, poi ci sono i sostenitori dell'estrema destra, i liberisti (stile démodé, parliamo di un neoliberalismo anni '80 della scuola di Chicago e di Reagan) e, infine, le persone che avrebbero votato qualsiasi partito che si fosse dichiarato contro la sinistra, contro Lula e la socialdemocrazia. La diversità e incompatibilità di questi sostenitori ha creato problemi alla politica di Bolsonaro molto più delle proteste e della resistenza da parte delle università e degli scienziati del paese".

C'è stato un rigetto violentissimo di qualsiasi ideale di stampo progressista da parte di alcune componenti della popolazione Yurij Castelfranchi

"Il sostegno a Bolsonaro è diminuito" continua il professor Castelfranchi: "lo zoccolo duro che lo supporta è formato da estremisti fanatici. Tra quelli religiosi, anche se lo sostengono ancora, iniziano a sorgere dei dubbi. Tra i nazionalisti iniziano ad esserci delle divisioni: c'è una spaccatura tra i militari e la componente di stampo marcatamente fascista, cioè gli irriducibili sostenitori del presidente. Si è arrivati al punto che persino i generali, che avevano partecipato alla dittatura militare, ora vengono accusati da quest'ala estrema del governo di essere dei comunisti: li chiamano i cocomeri, verdi fuori per il colore della tuta mimetica e della bandiera del Brasile e rossi dentro. L'appoggio popolare si è ridotto, ma resta comunque un 25/30% di persone che ancora lo sostengono. Però, non solo all'interno del partito di Bolsonaro, ma in tutta la coalizione che ha appoggiato il suo governo si sta vivendo una crisi gravissima: l'ala nazionale patriottica dei militari è in rotta di collisione con quest'ala violenta e di stampo fascista. Queste due ali, a loro volta, sono completamente agli antipodi rispetto a quella economica che è più liberale, non autarchica né nazionalista. Quindi non è compromesso solo il partito di Bolsonaro, ma tutti i partiti di destra".

Il sociologo sostiene che la politica di Bolsonaro abbia rappresentato un'involuzione per il paese: "Sin dall'inizio le sue proposte erano, in realtà, spaventose e sembravano promettere una retrocessione grandissima in tutti i settori. Ha promesso di togliere le terre amazzoniche agli indios, di cancellare molti dei diritti Lgbt conquistati, e in ambito ambientale pensava di ritirare il Brasile dall’accordo di Parigi, documento sottoscritto da quasi tutti i paesi del mondo contro il riscaldamento globale, inoltre è a favore della deforestazione selvaggia dell'Amazzonia per dare spazio all'agricoltura. La crisi interna al governo ha portato lui e i suoi fedelissimi a inasprire queste posizioni retoriche proprio per mantenere un clima di campagna elettorale e di conflitto costante, che è andato peggiorando: la sua politica è principalmente basata su fake news e fake issues allo scopo di distogliere l'attenzione della popolazione scatenando l'indignazione".

In questo clima di tensione generale è molto difficile stabilire cosa accadrà in futuro, come spiegato da Castelfranchi: "Il Brasile è un paese con una forma di governo presidenziale, perciò è molto difficile che questo cada, bisognerebbe che si creassero le basi per l'impeachment. Per ora non c'è un governo, ma un disgoverno. Qualche giorno fa c'è stata l'invasione di una terra degli indigeni da parte di cercatori d'oro armati. Gli scienziati, che stanno monitorando la situazione ambientale e la distruzione delle foreste, vengono delegittimati e smentiti pubblicamente. La maggioranza della comunità scientifica è sul piede di guerra perché sono stati tagliati i fondi e le borse di studio per le università. Tutte le conquiste e i passi avanti degli ultimi 15 anni, ottenuti in ambito scientifico e tecnologico, vengono smantellati. Quello che accadrà dipenderà molto dalla capacità di questi gruppi di organizzarsi in una resistenza seria e di creare dei movimenti internazionali di appoggio alla comunità. La situazione è veramente grave: gli scienziati sono esposti a minacce dirette, di tipo fisico, non solo di censura o di licenziamento. Bolsonaro è riuscito a farsi nemici tutti: non solo gli intellettuali, il centro-sinistra, i movimenti sociali, i movimenti per i diritti civili dei neri, gli indigeni e la comunità Lgbt, ma anche tutti quelli che l'hanno fatto eleggere".

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