CULTURA

Boris Pahor, una vita attraverso il Novecento

di Daniele Mont D'Arpizio

È nato nell’agosto del 1913 in una Trieste ancora austro-ungarica; ha attraversato due guerre, la persecuzione fascista e i campi di concentramento nazisti. Ha vissuto per quarant’anni a pochi metri dalla cortina di ferro e poi l’ha vista crollare. Parlare con Boris Pahor significa ascoltare il Novecento, le sue meraviglie e le sue asprezze, profonde come le rughe secolari che gli solcano il volto.

Lo raggiungiamo telefonicamente nella sua casa, sulla salita che da Trieste porta al Carso, a picco tra il blu dell’Adriatico, il verde dei boschi e il grigio delle rocce calcaree. Quando Pahor sente parlare di Padova si apre al flusso dei ricordi: “Tornai dalla guerra in Libia e mi mandarono Bogliaco sul lago di Garda, dove mi misero a fare l’interprete di serbocroato con i prigionieri di guerra slavi. Prendevo il treno a Desenzano e in due fermate ero a Padova: così fino all’8 settembre del ’43 sono riuscito a fare quasi tutti gli esami all’università”. Per laurearsi in lingue dovrà però aspettare fino al 1947, con una tesi sul grande poeta sloveno Edvard Kocbek, ripubblicata qualche anno fa dalla Padova University Press. “Sono ancora riconoscente all’ateneo per l’uscita di questo volume, anche se in realtà al tempo avrei voluto laurearmi in francese con Diego Valeri. Rimasi però di stucco quando il professore mi disse che avrei dovuto andare in Germania a cercare documentazione: ‘professore – gli dissi –, mi spiace contraddirla ma io dalla Germania sono appena tornato!’”.

Boris Pahor era infatti passato per diversi campi di concentramento, tra cui quelli di Dachau, Dora e Natzweiler: una storia che lo scrittore ha raccontato nel suo capolavoro Necropoli, l’opera che pubblicata nel 1967 in sloveno (la lingua che lo scrittore usa in quasi tutti i suoi libri) oggi è tradotta in oltre 25 lingue e ha spinto Claudio Magris ad annoverarlo tra i grandi della “letteratura dello sterminio”, accanto a Primo Levi e al premio Nobel Imre Kértesz. “La cosa peggiore nei campi di concentramento era la fame – ricorda oggi –: tutto il resto si poteva in una maniera o nell’altra sopportare e in una qualche misura capire. Però aver fame e dover lavorare… e se uno si fermava veniva il kapo e lo caricava di pedate e di pugni”.

Un ricordo che ancora oggi non abbandona lo scrittore, e che per anni lo ha spinto a partecipare a centinaia di incontri e di conferenze, vero testimone della brutalità  del totalitarismo: “Parlo ad esempio del fascismo, di cui in Italia non si parla mai. C’erano diversi campi di concentramento fascisti, negli anni in cui Lubiana fu sottomessa all’Italia. Tutto questo oggi è dimenticato. Campi di concentramento diversi da quelli nazisti, senza triangoli sulle divise e dove non si era costretti a lavorare, ma dove comunque sono morte centinaia di persone”. Come quello di Gonars in provincia di Udine, dove morirono di stenti e malattie oltre 500 sloveni (di cui oltre 100 bambini): un capitolo troppo spesso trascurato della nostra storia recente. Del resto lo squadrismo fascista aveva avuto il suo battesimo proprio a Trieste con l’incendio del Narodni dom (la casa di cultura slovena) del 13 luglio 1920, un evento che segnò l’inizio delle persecuzioni contro la minoranza slava e di cui lo stesso Pahor ha scritto nella raccolta di novelle Il rogo nel porto.

Lo scorso 26 agosto Boris Pahor ha tagliato il traguardo delle 105 candeline, felicitato da amici e intellettuali di tutta Europa: un uomo che ha vissuto così a lungo, dall’inizio del ’900 fino ai giorni nostri, come ha visto cambiare il mondo? “In peggio!”, risponde sdegnato Pahor. Le sue sono parole durissime: “Dopo quello che il secolo ventesimo ha patito in tutti i modi, dal fascismo al nazismo fino al comunismo sovietico, il popolo avrebbe dovuto sentire questa felicità della libertà, del respiro dell’uomo libero. E invece è diventato una specie di vigliacco sporco: conta solo l’interesse personale, tutto il resto è dimenticato”.  

Come ha visto cambiare il mondo? “In peggio!”

Solo il processo di unificazione europea, nonostante i ritardi e le inadeguatezze, sembra dare qualche speranza: “L’Europa unita è un fattore interessante, unico: un’unità nel molteplice. È stata aspettata a lungo e finalmente si è avverata – risponde Pahor  –. Però l’ho detto due volte di fronte al Parlamento Europeo: l’Europa unita deve ancora crearsi. Con la Catalogna ad esempio come si è comportata l’Europa? È stata per la libertà, di un popolo che la merita e che l’ha votata?”.

Questo non significa però che si deve andare verso l’omologazione e l’annullamento delle identità: “L’ha scritto anche Stéphane Hessel nel suo libro Il cammino della speranza: va bene il globalismo ma c’è anche un necessario particolarismo, i popoli e le nazioni hanno diritto di essere difesi. Questo amore per il proprio essere, per la propria identità oggi è chiamato nazionalismo: ma non è vero, nessuno ha diritto di dichiarare che una persona è nazionalista solo perché vuole restare italiano, o inglese, oppure olandese”.

Pahor è così: nemmeno alla sua veneranda età rinuncia al gusto di una parola spiazzante, comunque mai banale. Posizioni che in passato allo scrittore sono costate diverse critiche e attacchi, sia da sinistra che da destra (“Pahor kapo”, è la scritta comparsa qualche anno fa a Trieste), ma che acquistano un peso diverso se pronunciate da un uomo che ha guardato in faccia tutti, ma davvero tutti i totalitarismi del ‘900, compreso il declino e poi il crollo del sogno socialista nella Ex Jugoslavia.

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