SCIENZA E RICERCA

Boschi, un bene comune da tutelare

A fronte degli episodi occorsi quest’estate in molti Paesi d’Europa e non solo, Il Bo Live ha chiesto un parere in tema di incendi boschivi ad Alessandra Stefani, a capo della Direzione generale delle foreste del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo.

Negli ultimi mesi sono scoppiati gravi incendi nei boschi della Grecia, della Spagna, del Portogallo, dell’Italia, ma anche di Paesi come la Svezia e la Lapponia. Cosa sta succedendo?

Nei paesi del bacino mediterraneo il fuoco non è una novità. Secondo molti studiosi, gli ecosistemi forestali mediterranei sono il risultato della millenaria azione dell’uomo, insieme alle utilizzazioni forestali ed ai rimboschimenti. Ciò che cambia è la virulenza dei fenomeni, e la gravità degli effetti, anche in numero di vite umane. Per ogni Nazione occorrerebbe un approfondimento specifico, ma posso dire che errate scelte per le strutture preposte alle attività AIB (antincendi boschivi Ndr), ma anche urbanistiche, insieme a comportamenti del fuoco sconosciuti alla modellistica tradizionale (i cosiddetti fire storms) e legati a eccezionali condizioni predisponenti sono certamente fattori che legano tutti questi episodi nei differenti paesi europei. Per i paesi del Nord Europa è del tutto evidente, nel 2018 ancor più che nel 2017 (anno in cui gli incendi avevano raggiunto il circolo polare artico), che i cambiamenti climatici rivestono un ruolo importantissimo, presentando per il secondo anno consecutivo condizioni eccezionali di aridità e di alte temperature prolungate nel tempo. Si tratta delle principali condizioni predisponenti per il propagarsi delle fiamme. Interessante sarebbe conoscere qualche dato sulle condizioni scatenanti, tenendo in considerazione che l’incuria non pare essere un denominatore comune del fenomeno nei paesi scandinavi.

Qual è l’entità del problema nel nostro Paese?

Per restare negli ultimi 5 anni, periodo ragionevole per comprendere annate ad andamento climatico vario, possiamo dire che nel triennio 2014-2016 si sono registrati in media 4500 incendi l’anno. Il 2017 è stato un anno record, sia per numero di incendi sia per estensione, perché le superfici percorse dal fuoco hanno superato di gran lunga i 100.000 ettari (141.311 ettari, secondo JRC), dato fatto registrare nell’altro annus horribilis, il 2007. Nel 2017 però si deve ricordare che l’attività di estinzione e di rendicontazione del numero degli incendi e delle superfici interessate sono state per la prima volta effettuate da due Amministrazioni diverse, Vigili del Fuoco e Arma dei Carabinieri/Comando Unità Tutela Forestale Ambientale e Agroalimentare, e le elaborazioni sono tutt’ora in corso.

Non tutte le superfici percorse dal fuoco risentono allo stesso modo degli effetti delle fiamme. Contano molto le specie, l’esposizione, la pendenza, la massa combustibile a terra, l’esperienza di chi espleta l’attività di spegnimento. Certo non aiutano alcune espressioni come “boschi bruciati” o “andati in fumo” perché questo in molti casi, fortunatamente non è vero. Dopo l’incendio molti boschi ripartono. Il fenomeno più difficile da controllare e prevenire, soprattutto nelle aree dove il fuoco passa e ripassa sovente, è quello del verificarsi di fenomeni di dissesto, nel giro di cinque o sei anni. Quanto successo in Val di Susa dopo gli incendi del 2017 è paradigmatico.

L’Italia come sta facendo fronte a questa situazione?

Molto si è investito e si sta investendo sulle strutture per l'attività di estinzione, in termini di personale, anche volontario, e di mezzi. Le Regioni, titolari ai sensi della legge n. 353 del 2000 di tale attività, insieme ai Vigili del Fuoco ed alle organizzazioni di volontariato, devono approntare piani antincendio e accordi operativi. Non tutte sono efficienti e aggiornate con le migliori tecniche disponibili allo stesso grado, ma certo il grande cambiamento del 2017 ha reso necessario un percorso di adattamento.

In alcuni territori e grazie ad alcune Regioni vi sono delle autentiche eccellenze, ed esperienza che viene portata fuori dal proprio territorio e offerta ad altre zone che ancora hanno bisogno di tempo. Posso citare l'esempio conosciuto e collaudato del Corpo Volontari AIB del Piemonte. Durante la stagione estiva, tradizionalmente a modesto rischio per l'arco alpino e prealpino, le squadre del Corpo Volontari AIB si sono recate più volte ad aiutare le operazioni antincendio in Regioni ad alto rischio, come la Liguria o la Puglia, creando ottime sinergie con le forze locali. Quello che manca, a mio avviso, è una vera campagna di prevenzione attraverso lavori selvicolturali dedicati ad abbassare il rischio che il fuoco parta e, se malauguratamente dovesse partire, ad abbassare il fronte di fiamma e la sua velocità di propagazione in modo da poterne facilmente avere ragione.

La pratica del fuoco prescritto deve essere ulteriormente sperimentata, viste le prime positive esperienze.

Esistono misure di prevenzione oltre che di intervento? Se si, quali?

Certamente esistono, prima fra tutti una gestione selvicolturale mirata, nei pressi delle aree di interfaccia e nelle aree maggiormente a rischio, a una diminuzione della biomassa combustibile nel rispetto della sostenibilità. Inoltre possono essere creati, e mantenuti nel tempo, viali parafuoco, semplici o “verdi”, a minore impatto visivo, o comunque zone ove, grazie alla diminuzione del fronte di fiamma, sia più semplice l’attività di estinzione. Inoltre, possono essere messe in atto operazioni selvicolturali che favoriscono la presenza di specie autoctone più resistenti e resilienti alle fiamme.

Il “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali”, approvato nei mesi scorsi, promuove una gestione attiva delle risorse forestali. Ciò significa rivitalizzare l’economia del settore, perché un bosco che produce valore è un bosco che viene difeso e non brucia. Cosa ne pensa?

Sono assolutamente d’accordo. Il Testo unico forestale mira, tra le sue finalità, a riportare al centro della scena sociale e politica il tema dei boschi, della loro inestimabile attività a servizio della collettività, dell’importanza di una gestione attenta e oculata delle loro potenzialità.

Non si lascia intaccare da eventi imponderabili ma evitabili un bene di cui si conosce il valore, soprattutto se quel bene è, direttamente o indirettamente, fonte del proprio benessere e delle risorse economiche proprie e della collettività in cui si è inseriti. Io ne sono profondamente convinta: più che azioni intenzionali, i boschi temono l’incuria e l’indifferenza.

Af3 - Advance Forest Firefighting è un progetto di ricerca europeo a cui hanno partecipato dieci Paesi tra cui l’Italia, che ha proposto nuovi metodi per migliorare l’efficienza della attuali attività antincendio con un mix di nuove tecnologie. Ritiene possa essere uno strumento di cui servirsi?

Conosco il progetto AF3 per quello che ne è divulgato sui siti dedicati e quello che ne è stato riportato da quotidiani e riviste, anche di settore. Non vi ho dunque partecipato attivamente.

Si tratta di un progetto che si propone di ottenere significativi miglioramenti di efficienza nelle operazioni di spegnimento, risparmiando vite umane e danni a infrastrutture e boschi, tramite l’applicazione, lo sviluppo di tecnologie innovative e di strumenti che migliorino il livello di integrazione tra i nuovi sistemi e quelli tradizionalmente in uso, anche di privati casualmente vicini alla zona con incendio in atto.

L’insieme di tutte queste tecnologie è sicuramente di grande interesse, anche per favorire l’acquisizione di esperienze grazie a modelli di simulazione, o le attività di debriefing per valutare le decisioni prese nel momento dell’emergenza.

Credo che il giusto mix tra conoscenza dei luoghi del personale dedicato, vicinanza dei presidi alle aree maggiormente a rischio, nuovi modelli di propagazione e applicazioni tecnologiche avanzate siano la via giusta per rendere efficiente la fase dell’estinzione. Resto convinta che l’investimento più redditizio sia quello che evita l’innesco di ogni incendio boschivo, nella consapevolezza collettiva che i boschi sono un bene comune e una parte inestimabile del capitale naturale italiano.

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