CULTURA

Cercando Marco Polo. John Man "Sulla via della seta"

Perché Marco Polo, nonostante il lungo tempo trascorso in Cina, non ha mai parlato della Muraglia cinese? E se davvero ha governato sulla città di Yangzhou, perché non si trova il suo nome nell'elenco dei regnanti del luogo?
A queste e a molte altre domande cerca di rispondere John Man, storico e scrittore britannico, nel suo libro Sulla via della seta. Marco Polo e l'incontro tra due mondi, pubblicato da Giunti.

Il racconto di Man non è un libro di storia della Cina, né una parafrasi del Milione, né una biografia di Marco Polo. Attraverso una narrazione fluida e avvincente, Man cerca di avvicinarsi il più possibile a quello che, al di là di ciò che è scritto del Milione, può aver visto, sentito e pensato il celebre veneziano. Intrecciando il suo racconto con le fonti storiche, le testimonianze di viaggiatori ed esploratori, e la sua personale esperienza nei luoghi dove più di sei secoli prima era stato Marco Polo, Man ci accompagna in un viaggio unico sulle tracce di colui che probabilmente è stato "il viaggiatore più famoso di tutti i tempi".

Come scrive John Man, la grande fortuna del Milione è dovuta all'aver portato l'oriente a occidente in un periodo in cui la maggior parte degli europei non aveva idea di cosa succedesse al di fuori dei confini delle loro terre d'origine, e non sapeva assolutamente nulla della Cina, dei Mongoli, e della loro storia.
Marco, quindi, a seguito del suo viaggio senza precedenti, svelò un mondo che per moltissimi era rimasto nascosto, e che ora prendeva finalmente forma, attraverso il suo resoconto ricco di dettagli. Marco raccontò agli occidentali dell'Asia centrale e della Cina, e rese grande la fama di Kublai Khan in Europa, nonostante quando uscì il Milione fosse passato del tempo dalla morte di quest'ultimo.

La domanda che si pone spesso Man nel corso del libro è: il racconto di Marco era affidabile? Certamente ebbe fama e suscitò meraviglia, ma riportava davvero una descrizione valida dei popoli che aveva conosciuto e dei luoghi che aveva visitato? La risposta di Man è sì, al contrario di altri storici che hanno ipotizzato che il Milione fosse in gran parte inventato, ispirato ai grandi romanzi cavallereschi medievali.

Se Marco commise molti errori nel riportare la sua esperienza, molti di essi furono in buona fede, sostiene più volte l'autore, perché l'intento del veneziano era quello di far capire ai lettori, pur esagerando, la grandezza della Cina di Kublai Khan e rendere il suo libro fruibile a un pubblico di cristiani.
Il Milione non era una mera descrizione geografica, né semplicemente una "guida di viaggio" per i mercanti, ma intendeva anche raccontare dettagli su popoli lontani e diversi sui loro costumi, la loro cultura e le loro tradizioni.

Grazie alle leggende e ai dettagli riportati nel Milione, John Man ha incrociato la storia del XIII secolo e le ipotesi di altri storici con le testimonianze raccolte sul luogo da lui e da altri viaggiatori, per cercare di comprendere, prima di tutto, quale fu davvero il tragitto percorso da Marco, suo padre e suo zio, per arrivare in Cina dopo essere partiti da Venezia nel 1271, quando il giovane Polo aveva 17 anni e conosceva ben poco quei due uomini che erano mancati da casa per 16 anni e che adesso volevano tornare alla corte di un loro vecchio amico, un misterioso sovrano chiamato Kublai Khan.

Il racconto di Marco descrive un itinerario piuttosto lungo e arzigogolato, per cui è difficile delineare quali siano stati i luoghi che attraversò davvero e quelli che descrisse per sentito dire, non avendoli in realtà mai visitati.
I Polo seguirono, a un certo punto, un percorso noto come Via della seta meridionale, incontrando la Grande Muraglia. Alcuni studiosi si sono domandati allora perché, giunto davanti a uno dei simboli della Cina per eccellenza e uno dei monumenti più grandi del mondo, che costeggiò per 200 chilometri, il giovane Marco non ne fece alcun cenno. Che sia davvero passato di là? La risposta di John Man, in questo caso, è affermativa, perché nel 1275 "la Muraglia e la fortezza erano già state abbandonate da mezzo secolo [...] la struttura di canne e terra era malconcia, gli strati di terra spazzati via dal vento lasciavano scoperta la paglia. [...] la verità è che non c'era un granché che valesse la pena menzionare".

Invece che dalla Grande muraglia, Marco rimase molto più colpito dal tempio di Zhangye, e dalle statue di Buddha coricate, che Man visitò nel 2005, imbattendosi proprio nella statua che aveva visto Marco: un Buddha coricato talmente grande da sembrare una parete.
Come sostiene lo storico, non si può imputare a Marco di aver tralasciato eventi o particolari importanti, concentrandosi piuttosto su dettagli apparentemente minori; la memoria di Marco, come quella di tutti, era selettiva, e per questo conservò solo ciò che poteva aver colpito la sensibilità del ragazzo diciottenne che era allora.

Infatti, non sono tanto le omissioni a colpire lo storico, quanto piuttosto le invenzioni. Ad esempio, la descrizione di luoghi come la capitale mongola Karakorum, che Marco non può aver visitato, perché "avrebbe significato un'insensata deviazione di 1500 chilometri e diverse settimane attraverso il deserto dei Gobi". Possiamo perdonare a Marco il racconto di questa falsa deviazione? Forse sì, perché probabilmente era un buon espediente letterario per iniziare a parlare dei Mongoli.

Il racconto dei Mongoli di Marco si concentra sulla descrizione del loro modo di vivere, di combattere, e sulla figura di Gengis Khan, del quale però Marco propone una descrizione molto edulcorata, dipingendolo come un sovrano magnanimo che proteggeva i popoli che conquistava. Probabilmente queste le voci che circolavano in Cina cinquant'anni dopo la morte di Gengis Khan, all'arrivo dei Polo. Ancora una volta, però, nonostante qualche inesattezza storica, Marco si rivela ancora una fonte affidabile nel descrivere minuziosamente le tradizioni mongole e la loro religione.

Il capitolo dedicato a Xanadu, dove Marco incontrò finalmente Kublai Khan, si dipana tra passato e presente, tra la storia del Milione e il racconto di viaggio di Man, che lascia trasparire la sua emozione nell'aver cercato e osservato i resti dell'antico regno di Kublai e gli indizi di ciò che Marco aveva potuto vedere e sperimentare in quel luogo.

"Sentendomi privilegiato come un principe e colpevole come uno scolaretto, sfiorai con le dita lo stesso marmo su cui avrebbe potuto posare la mano Marco [...]. Scoperte simili, all’ordine del giorno fino a un secolo fa, danno un’idea della magnificenza del luogo e dell’abilità degli artisti cinesi di Kublai".

Man si sofferma poi a lungo sulla dimora del piacere del Khan, un grande palazzo composto interamente da canne, che si reggeva su pilastri dorati attorno ai quali statue di draghi avvolgevano la loro coda. Affascinato dalla descrizione che ne fa Marco nel Milione, che comprende anche il modo in cui venne progettato e costruito, Man ingaggiò il figlio architetto e alcuni ingegneri per progettare nei dettagli la costruzione di questo edificio, affrontando assieme a loro tutti i problemi tecnici da risolvere per capire come potesse tenersi in piedi una struttura del genere. L'intero progetto di "come realizzare una dimora del piacere" è infatti presente nel libro, a disposizione di chi volesse appagare il suo desiderio di conoscenza riguardo all'ingegneria edile nella Cina medievale.

Marco ammirava e riveriva Kublai con sincerità, tanto che nel Milione riesce ad accendere la curiosità del lettore anche e soprattutto nel raccontare le abitudini e lo stile di vita del sovrano, il quale ostentava il suo potere e promuoveva la sua immagine spendendosi in numerosi e complicati rituali propiziatori, organizzando feste magnifiche, e dotatosi di un immenso apparato di funzionari che lo aiutavano nella gestione dell'impero. Non sorprende che Marco fosse affascinato e incuriosito da quel mondo e dalla figura di Kublai, che divenne per lui una sorta di mentore.
La sua lealtà verso il sovrano, racconta nel Milione, gli fece addirittura ottenere un incarico di governatore di Yangzhou, una città sul Grande Canale, a circa 200 km da Shanghai. Questa è una delle informazioni che Man analizza con attenzione, data la lunga serie di polemiche che ha scatenato. Tra i governatori di Yangzhou non compare nessuno il cui nome è riconducibile a Marco, e si chiede quindi cosa ci sia di vero in questa affermazione. Possibile che fu un temporaneo sostituto, o che governò sotto falso nome? Oppure si era inventato tutto?

La spiegazione che secondo Man è la più verosimile è che Marco Polo abbia fatto parte del keshig di Kublai, ovvero di quei dodicimila uomini di fiducia che gli facevano da guardie del corpo e formavano la cerchia di funzionari più interna dell'amministrazione di Kublai. Marco non lo dice mai apertamente, forse perché temeva di essere mal visto dalla società cristiana che lo aspettava a casa, ma forse era proprio così. Doveva godere di molto rispetto da parte di Kublai, tanto che egli ne fece, com'è noto, il suo incaricato per svolgere un lavoro di ricognizione per le città del regno.

Man non poteva tralasciare, infine, la storia di come quella serie di appunti, di ricordi e di esperienze collezionate da Marco si trasformarono nel Milione e del ruolo che ebbe il suo fantasioso compagno di cella: Rustichello, uno scrittore probabilmente pisano con una gran voglia di ascoltare le vicende di Polo e di trasformarle in una grande incredibile avventura. Man, ancora una volta, difende la buona fede di Marco, ipotizzando che in parte fosse proprio il suo scrivano ad aver esagerato ciò che il veneziano aveva raccontato.

Non sapremo mai cosa raccontò Marco a Rustichello e alla fantasia di quale dei due uomini appartengano certi dettagli, ma ciò che ne venne fuori fu una delle opere più famose della storia, nonché il libro che, come riporta Man, sembra aver ispirato un altro grande esploratore: Cristoforo Colombo, che si dice partì per cercare la Cina del Gran Khan con una copia del Milione. Questo probabilmente non era vero, perché sembra che Colombo si sia procurato la sua copia del Milione solo nel 1494, ma fu probabilmente ispirato da una lettera dell'astrologo fiorentino Toscanelli, la quale conteneva riferimenti al del Milione. Come scrive Man, "Dunque Colombo era a conoscenza delle conclusioni di Toscanelli, basate sul libro di Marco. Fu Marco, anche se indirettamente, a ispirare a Colombo la sua grande idea". E la storia, naturalmente, continua.

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