CULTURA

Il «cervello che legge» al tempo del digitale

Al tempo dei fasti del digitale, della sua pervasività in ogni nostra azione quotidiana, è estremamente difficile evidenziare i punti problematici delle nuove tecnologie senza venire vergognosamente bollati come dinosauri destinati all’estinzione, come neoluddisti, come conservatori incapaci di accogliere il nuovo. E tuttavia, bisogna provarci, perché all’entusiasmo per la cultura digitale va sommata una certa cautela. Ci troviamo, infatti, sulla soglia di una transizione senza precedenti che, se da una parte amplia enormemente le nostre possibilità di accesso al sapere, dall’altra potrebbe portarci a sostanziali cambiamenti cognitivi e a perdere alcune qualità umane fondamentali, sviluppate a fatica nel corso dell’evoluzione.

È una possibilità che affronta di petto Maryanne Wolf, una neuroscienziata della University of California, studiosa della lettura e autrice del famoso Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge. Nel suo nuovo libro, Lettore, vieni a casa (Vita e pensiero, 2018, pagg. 222, euro 20), Wolf ci avverte che «non siamo nati per leggere» e che «l’alfabetizzazione è una delle più importanti conquiste epigenetiche dell’homo sapiens». Un processo che ha avuto bisogno di millenni per plasmare aree del nostro cervello e permetterci di andare oltre le sue capacità programmate geneticamente. Nessun’altra specie ci è riuscita. Imparare a leggere, sviluppare quella capacità estremamente complessa, ha cambiato la struttura del nostro cervello e ha mutato la natura stessa del pensiero umano. Ora, però, le nostre connessioni neuronali potrebbero essere riformattate dall’immersione quotidiana nelle esperienze digitali, mettendo probabilmente in pericolo la formazione di processi cognitivi più lenti, la qualità della memoria a lungo termine, la capacità di lettura profonda, di concentrazione, di riflessione, di immaginazione e di empatia.

Basandosi sugli studi neuroscientifici più recenti, Wolf spiega come la lettura su supporti digitali sia radicalmente diversa da quella su carta e a lungo andare, perfino in lettori esperti e assidui, possa modificare la durata e la qualità della nostra concentrazione (spezzettando la nostra attenzione in frazioni di tempo sempre più brevi), la capacità di comprendere i pensieri e le emozioni degli altri (con i rischi di intolleranza che questo comporta), la possibilità di attingere a «piattaforme interiori di conoscenze uniche e personali» a vantaggio di «server esterni di conoscenze sempre più simili». E questi processi, a loro volta, potrebbero condurre (anzi, lo stanno già facendo) ad avere «meno basi per l’inferenza, la deduzione e il pensiero analogico», rendendoci «facile preda delle informazioni non verificate, che siano fake news o invenzioni assolute. I nostri giovani non sapranno ciò che non sanno».

Vale, per il circuito neuronale della lettura profonda costruitosi evolutivamente nei millenni, il principio neurologico di base: «se non lo usi, lo perdi». «Soltanto se lavoriamo continuamente» scrive Wolf «per sviluppare e usare le nostre complesse capacità analogiche e inferenziali, le reti neuronali su cui si fondano sosterranno la nostra abilità di essere analisti critici e riflessivi della conoscenza, anziché consumatori passivi di informazioni». Invece, in una cultura che premia sempre più l’immediatezza, la facilità e l’efficienza, il pensiero critico sembra sempre più minacciato

Sono considerazioni che non riguardano semplicemente il nostro cervello individuale, ma hanno anche e soprattutto un fortissimo impatto sociale e politico. Quale reale democrazia può essere sostenuta da individui con un’empatia ridotta e un pensiero facilmente manipolabile?

Naturalmente, non si tratta di guardare con nostalgia al passato, a un mondo privo di Internet o dei social network. Significherebbe, da un lato, essere irrealistici, e dall’altro rinunciare alle grandi possibilità offerte dalle tecnologie digitali. Si tratta, però, di agire per impedire che i cambiamenti del «cervello che legge» si radichino al punto da rendere impossibile tornare indietro. Si tratta di non cadere nella trappola descritta da Edward Tenner quando ha affermato: «Sarebbe un peccato se una brillante tecnologia finisse per minacciare il tipo d’intelletto che l’ha prodotta".

E infatti l’obbiettivo ultimo di Maryanne Wolf «è lo sviluppo di un cervello davvero bi-alfabetizzato, capace di assegnare tempo e attenzione alle abilità di lettura profonda a prescindere dal mezzo usato. Queste abilità non solo forniscono antidoti efficaci agli effetti negativi della cultura digitale, quali la dispersione dell’attenzione e il logoramento dell’empatia, ma completano anche in modo positivo le influenze digitali». Si tratta, insomma, di integrare la preziosa eredità della cultura analogica con l’innovazione digitale, creando approcci alternativi, ibridi, per acquisire o rinforzare quelle capacità in pericolo. La sfida è aperta. Tocca a noi orientare il cambiamento, correggere i punti deboli della tecnologia che cambia. Sono in gioco gli aspetti più profondi della stessa esperienza umana.

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