SOCIETÀ

Cile: lo Stato mette sotto controllo il litio

Se non è una “nazionalizzazione” poco ci manca: ma l’affare del litio è troppo importante, e verosimilmente troppo redditizio nell’immediato futuro, per lasciarlo interamente nelle mani dei privati, com’è stato finora. Così il presidente del Cile, Gabriel Boric, ha deciso che d’ora in avanti lo stato dovrà recitare un ruolo da protagonista nell’estrazione del litio, una delle eccellenze del paese sudamericano (è il secondo produttore al mondo, dopo l’Australia).

Il litio, oggi, rappresenta la nuova frontiera dell’energia pulita, l’ingrediente perfetto per agevolare la transizione energetica: una delle componenti indispensabili per assicurare lunga durata alle batterie delle auto elettriche, dei laptop, degli smartphone (oltre al suo utilizzo in campo medico, soprattutto come “stabilizzatore dell’umore”). Dal 2015 a oggi la domanda è triplicata, e potrebbe aumentare ancora di quattro o cinque volte da qui al 2030.

«Questa è la migliore possibilità che abbiamo di passare a un’economia sostenibile e sviluppata: non possiamo permetterci di sprecarla», ha dichiarato Boric la scorsa settimana, in un discorso televisivo. Il presidente, in pratica, ha annunciato che i futuri contratti per le estrazioni di litio saranno emessi soltanto attraverso forme di partenariato tra pubblico e privato, dunque con un mix di investimenti (e di ritorni in termini commerciali), ma comunque sotto il diretto controllo dello stato. Nessuna rescissione è prevista per i due contratti attualmente in vigore, quello con SQM (acronimo di Sociedad Quimica Y Minera de Chile), in scadenza nel 2030, e l’altro con Albemarle Corp. (società statunitense, a cui partecipa anche Tesla) che decadrà nel 2043.

Ma il governo cileno “si augura che le aziende in questione siano disponibili ad accogliere la partecipazione statale prima della loro scadenza”. Dunque un approccio più graduato, più flessibile. La maggiore azienda mineraria cilena, la Codelco (Corporación Nacional del Cobre), è stata incaricata di cercare un accordo in tal senso con gli attuali operatori. Secondo il piano del governo, d’ora in avanti tutte le aziende che vorranno entrare nel settore del litio cileno dovranno accogliere come partner la “National Lithium Company”, società statale ad hoc che dev’essere ancora formalmente costituita. Il manager cileno di Albemarle, Ignacio Mehech, non ha chiuso la porta, anzi: «Il rispetto dei contratti in essere è un segno inequivocabile per il mercato che ci consente di massimizzare il nostro impegno in Cile. Vogliamo ancora crescere in Cile, e nella salina di Atacama, con nuove tecnologie». Il progetto dovrà essere poi sottoposto all’esame del Congreso Nacional (sia dalla Camera dei Deputati, sia dal Senato) dove il presidente Boric non ha la maggioranza: si presume che il voto finale non arriverà prima di due-tre mesi. 

Timori per l’impatto ambientale 

È comprensibile che Boric punti a far diventare il business del litio uno dei pilastri dell’economia cilena. Attualmente il Cile soddisfa il 30% dell’offerta globale, grazie all’enorme giacimento presente nella salina di Atacama, nel nord del paese. Ma dovrà considerare con estrema attenzione l’impatto ambientale che un aumento delle estrazioni, fisiologicamente, comporterà. Perché se in Australia il litio si estrae da roccia solida (il 47% della produzione globale nel 2022 viene da quelle miniere a cielo aperto), in Sud America i giacimenti si trovano nelle saline del cosiddetto “triangolo del litio” (tra i confini di Cile, Bolivia e Argentina) e la produzione si ottiene dall’evaporazione della salamoia, un processo ad altissimo consumo idrico, più lungo e più costoso. Come si legge sul sito specializzato CitizenSustainable: «I più grandi giacimenti di litio del mondo si trovano nei laghi salati sotterranei di Bolivia, Argentina e Cile, che si stima contengano 42 milioni di tonnellate di metallo. La salamoia viene pompata dalle profondità in enormi bacini dove evapora al sole entro due anni. La salamoia concentrata viene quindi filtrata e il carbonato di litio viene estratto chimicamente. Le emissioni di anidride carbonica derivanti da questo metodo di estrazione sono relativamente basse, che vanno da 50 a 100 kg di CO2 per una batteria per auto (50 kWh), secondo uno studio dell’Istituto svedese di ricerca ambientale. Tuttavia, questo tipo di estrazione del litio può portare a problemi nell’acqua potabile. Il pompaggio della salamoia può abbassare i livelli delle acque sotterranee, mentre i corsi fluviali e le zone umide possono prosciugarsi. In alcune regioni provoca una carenza di acqua per l’agricoltura».

Anche l’autorevole rivista scientifica Nature sottolineava i rischi, in un editoriale pubblicato nel 2021: «Le batterie agli ioni di litio sono fondamentali per il futuro dell’umanità, ma comportano costi ambientali e umani che devono essere mitigati. L’aumento delle quote di mercato non è gratuito. La tecnologia agli ioni di litio ha degli aspetti negativi, per le persone e per il pianeta. L'estrazione delle materie prime, principalmente litio e cobalto, richiede grandi quantità di energia e acqua. Inoltre, il lavoro si svolge in miniere dove i lavoratori spesso affrontano condizioni non sicure.

Circa un terzo del litio mondiale proviene dalle saline del Cile e dell’Argentina, dove il materiale viene estratto utilizzando enormi quantità di acqua in aree altrimenti aride». Il ministro delle finanze cileno, Mario Marcel, ha chiarito che il piano del governo cileno punta non soltanto a «valorizzare l’esperienza e le conoscenze tecnologiche delle società private» utilizzando l’estrazione diretta DLE (qui un approfondimento sulle tecniche utilizzate), ma anche a «salvaguardare le condizioni ambientali delle saline e il rapporto con le popolazioni indigene delle aree interessate all’estrazione». E il presidente cileno ha promesso che i progetti futuri andranno avanti «soltanto dopo consultazioni con le comunità locali» e con l’utilizzo di «nuove tecnologie che riducano al minimo il consumo di acqua, proteggendo al tempo stesso la biodiversità delle saline». Dunque ricerca e investimenti. Sperando di far ricredere JP Morgan che ha previsto, come riporta il Financial Times,  una drastica riduzione della produzione cilena (al 10%) entro il 2030. Boric punta nella direzione opposta: vuol fare del Cile il “global player”, il numero uno.

La nuova “corsa all’oro”: e la Cina è in prima fila

La “quota di mercato” sudamericana sarebbe ancor più vasta considerando le potenzialità del “triangolo del litio”, un territorio che racchiude quasi due terzi (si stima il 63%) delle riserve del pianeta. La Bolivia sta muovendo ora i primi passi verso lo sfruttamento delle risorse. Non a caso i governi di Cile, Bolivia e Argentina, con l’aggiunta del Brasile, che nella classifica mondiale dei produttori è al settimo posto, hanno già avviato colloqui con la prospettiva di istituire in futuro una sorta di “cartello” tra produttori, sul modello dell’Opec per il petrolio, per coordinare i prezzi (il primo forum si è tenuto esattamente un anno fa, nell’aprile 2022). Colloqui ancora in corso, complicati dalle differenze giuridiche e normative che regolano il settore dell’industria nei vari paesi.

E come sempre accade, quando l’affare si fa interessante, ecco arrivare le ingerenze straniere. La Cina ha già fiutato l’affare e si è tuffata proprio laddove la produzione non è ancora decollata, in Bolivia: il 20 gennaio scorso il presidente boliviano Luis Arce Catacora ha partecipato alla firma di un accordo tra la società cinese Contemporary Amperex Technology Co. Limited (CATL, specializzata nella produzione di batterie agli ioni di litio per autoveicoli elettrici) e la Yacimientos de Litio Bolivianos (YLB) per lo sviluppo di due complessi industriali di estrazione diretta del litio nelle saline di Uyuni e Coipasa. Cina che è presente anche in Zimbabwe (paese nell’Africa meridionale, al quinto posto nella classifica mondiale dei produttori di litio) con un’altra società mineraria per azioni, la Sinomine Resource Group, che nel giugno 2022 ha annunciato un progetto da 180 milioni di dollari per la costruzione di un nuovo impianto nella miniera di Bikita. La China Natural Resources sta inoltre trattando l’acquisizione di un’altra miniera di litio, sempre nella regione di Masvingo, un’operazione da 1,75 miliardi di dollari.

Il “dinamismo”, chiamiamolo così, di Pechino in Sud America sta preoccupando e non poco gli Stati Uniti. Il capo dello United States Southern Command, generale Laura J. Richardson, ritiene non soltanto che le risorse del “triangolo del litio” appartengano esclusivamente alle nazioni che ne fanno parte, ma che la crescente “influenza negativa” della Cina (e della Russia) nella regione possa mettere a rischio la sicurezza degli Stati Uniti. Secondo l’economista boliviano Franz Quisbert Parra, si tratta di dichiarazioni che tradiscono “l’imperialismo americano”: «I paesi del “triangolo del litio” sono sovrani nel decidere per il futuro delle loro risorse naturali, che saranno comunque sempre a beneficio della loro popolazione».

In cerca di nuovi giacimenti

Insomma, il litio è l’affare che fa gola a molti. E la mossa della “quasi nazionalizzazione” del Cile non fa che innescare un risiko internazionale d’interessi, di riposizionamenti, ciascuno alla ricerca della miglior collocazione possibile per poter competere. Perché tutti, compatibilmente con le risorse e le tecnologie a disposizione, stanno tentando di entrare nel gioco, e con diverse strategie. Per fare qualche esempio: il Messico ha appena annunciato la nazionalizzazione dei suoi giacimenti, trasferendo la gestione delle sue riserve (ancora non sfruttate) al ministero dell’Energia. Nel continente africano, oltre allo Zimbabwe, riserve di litio sono state scoperte in Namibia, Ghana, Repubblica Democratica del Congo e Mali (in alcune di queste nazioni la presenza di Cina e Russia è assai radicata).

Due mesi fa l’India ha annunciato di aver scoperto il primo giacimento di litio (si parla di 5,9 milioni di tonnellate) nel territorio del Jammu e Kashmir. Anche l’Unione Europea sta tentando di ridurre la sua quasi totale dipendenza dalle importazioni. La punta di diamante resta il Portogallo, finora al sesto posto della classifica mondiale di produttori (ma sta crescendo il peso delle proteste ambientaliste che bloccano l’apertura di nuovi siti di estrazione). Si cercano giacimenti anche in Spagna, Austria, Repubblica Ceca.

In Serbia, dove la presenza di litio è stata già accertata, si dibatte se procedere o meno all’apertura degli impianti. E se accettare o meno l’offerta del colosso anglo-australiano Rio Tinto che ha messo sul tavolo un progetto da 2 miliardi di euro per l’estrazione di borato di litio nella valle di Jadar, dove si trovano i bacini dei fiumi Drina e Sava: bacini che, secondo gli ambientalisti, potrebbero essere in pericolo. In Germania, dove sono stati individuati diversi giacimenti (come nelle acque calde della Formazione Rotliegend, ma a una profondità di circa 4.500 metri), è allo studio un progetto avveniristico  proprio per riuscire a estrarlo. Anche l’Italia è alla ricerca di risorse: secondo uno studio, pubblicato pochi mesi fa da quattro ricercatori del Cnr, non è da escludere la presenza di litio nel sottosuolo profondo tra Toscana, Lazio e Campania.

Di fatto, tutti stanno correndo in quella direzione: come nell’800 verso il giallo dei giacimenti d’oro, come nel 900 con le trivellazioni alla ricerca del petrolio, l’oro nero. Ora è la volta dell’oro bianco, del litio. Con la Banca Mondiale che già nel 2020 sosteneva: «La produzione di minerali, come grafite, cobalto e litio, aumenterà vertiginosamente con l’aumento della domanda di energia pulita». Si legge nel rapporto “Minerals for Climate Action: The Mineral Intensity of the Clean Energy Transition”: «La produzione di questi minerali potrebbe aumentare di quasi il 500% entro il 2050, per soddisfare la crescente domanda di tecnologie energetiche pulite. Si stima che saranno necessari oltre 3 miliardi di tonnellate di minerali e metalli per distribuire energia eolica, solare e geotermica, nonché lo stoccaggio di energia, necessaria per contenere l’aumento delle temperature». La strada maestra per l’abbattimento delle emissioni di Co2 e per la transizione ecologica, drammaticamente indispensabile come ha appena ribadito l’Onu con il report Climate Change 2023, passa esattamente da qui.

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