CULTURA

La classe “degli altri” di Michela Fregona

La scuola è una di quelle realtà che va sotto l’apparente rigido nome di istituzione totale: insieme a lei, il carcere e l’ospedale, cioè quei mondi che hanno delle regole interne, un proprio gergo e inglobano l’individuo in una collettività che lo trascende.

È da notare che se ospedali e carceri si trovano descritti (non spesso, ma ci sono) nei romanzi, raramente si parla di scuola nei libri per adulti: certo c’è, ma è lo sfondo su cui le vicende si stagliano.

Ne La classe degli altri di Michela Fregona pubblicato per Apogeo (e il successivo, breve, Riscossa che ne è in qualche modo un’appendice ma si inserisce dentro il progetto di Anima Mundi Edizioni chiamato “Vocabolario dell’arca: parole in caso di diluvio”) il paradigma è rovesciato. Il mondo della scuola è l’universo raccontato, e la scrittrice trova una voce inequivocabile per restituirlo.

Quella che lei descrive, peraltro, non è la scuola che la maggior parte di noi ha conosciuto: dalle otto all’una, attraversata quando eravamo adolescenti, bistrattata o amata ma mai profondamente scelta (“a scuola si va perché si deve”); Fregona qui racconta quelle che imprecisamente chiamiamo “scuole serali”, ossia le scuole (che si tengono anche di giorno) per adulti, per lavoratori e per stranieri decisi tutti, in uno sforzo immane e non sempre sostenibile, di conseguire “il titolo” nonostante la vita li abbia portati altrove.

Michela Fregona lo fa cercando in aprire un orizzonte, di inventare una lingua e un modo di raccontare che sia tanto presente nelle storie che intreccia quanto nuovo, mai provato, stupefacente, come le vicende di Giada, Sara, Miscél, Julio César, Matteo, Teresa, Vito, Noura, Lulavera, Roina, Ieda, Analyn, Giancarlo, Gioia, Gherghina e tutti quelli che sulla pagine dell'autrice non ci sono ma che di certo hanno contribuito fare sue quelle storie, quelle vite, quel mondo di cui lei stessa è attrice, essendo da vent’anni insegnante per adulti (anche in carcere). E di certo la sua ricerca formale è passata attraverso altri linguaggi, modi di comunicare altri da quelli canonici, non ultimi quelli che s’è dovuta inventare (“sopravvissuta alla dad” si legge che sta scritto sulla maglietta regalo della sorella) e non solo in tempo di covid e lezioni su zoom.

Un assaggio del suo pastiche linguistico?

“Prima riga: DI. Seconda riga: A. Terza riga: DA. Quarta riga: IN. Quinta riga: momento di incertezza (Lo scrivo o no?... ) Giro gesso in tondo tra pollice, indice e medio, fissando i quadretti neri. Dietro di me le penne che grattano più fogli si fermano tutte insieme, interrogative, a mezz'aria. Decido: CON. Sesta riga: SU. Fine. Torno in cima e sottolineo. La linea bianca corre sulla lavagna, sborda sul legno e dopo continua sul nero a fianco. Seconda lavagna. Poi le colonne: 6. Una per ogni articolo determinativo: IL, LO, LA... Scrivere grande, scrivere piano, scrivere comprensibile per l'ultima fila di banchi, dov'è il posto vuoto di Anita sembra il buco di un dente dentro alla bocca […] Le preposizioni – l'ho capito dopo millenni – sono uno dei più grandi misteri della lingua italiana. Perché dico vado a pranzo, ma in discoteca? Non lo so. Prima di chiedermelo (anzi, prima che mi venisse chiesto) il problema non esisteva: l'uso rientrava nella categoria delle cose naturali. È così perché ho imparato così. E basta”.

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