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Covid-19, Università e Regione: al via la sorveglianza attiva in Veneto

1487 ricoverati di cui 281 in terapia intensiva. 5500 persone positive. 192 decessi. 329 dimessi. Rispetto alla vicina Lombardia i numeri del 23 marzo del Veneto mostrano un’epidemia grave ma non fuori controllo: nonostante sia partito da Vo’ Euganeo uno dei primi focolai italiani, la crescita della curva è stata più lenta che altrove. Secondo il prof. Andrea Crisanti, direttore dell’unità di microbiologia e virologia dell’ospedale di Padova, il dato è correlato al fatto che il Veneto ha realizzato tanti test diagnostici per identificare i positivi al coronavirus, ad oggi circa 64.000 i tamponi, grazie a cui sono state messe in isolamento fiduciario circa 15.000 persone. “Le epidemie si combattono su tre fronti” ha dichiarato oggi nella conferenza stampa indetta dalla Regione Veneto a fianco del presidente Luca Zaia e del rettore dell’università di Padova Rosario Rizzuto. “Sul fronte dell’ospedale, con i ricoveri e la rianimazione; si combattono a casa con la disciplina e l’isolamento; e si combattono con la sorveglianza attiva”, ovvero con un massiccio impiego del test diagnostico del tampone, con cui si vanno a individuare le persone che inconsapevolmente possono trasmettere la malattia: gli asintomatici e i pauci sintomatici.

Il piano è quello di seguire l’esempio della Corea del Sud che sin dalla prima comparsa dei suoi due focolai ha monitorato lo spostamento dell’epidemia effettuando più di 300.000 tamponi, ottenendo ottimi risultati in termini di contenimento: ad oggi i contagiati sono circa 9000 e i decessi circa 100, l’1% il tasso di letalità coreano, contro il 2% - 3% globale e il 12% attuale della Lombardia. In Veneto la letalità è intorno al 2,8%, compatibile con quella della Cina (2,2%) se normalizzata per l’età media più elevata qui, spiega Crisanti. L’anomalia del dato lombardo dipende dal fatto che non sono stati fatti sufficienti test, secondo Crisanti. “All’appello mancano 250.000 casi di infezioni che sicuramente ci sono, perché il virus della Lombardia non è diverso da quello del Veneto per letalità. Se noi teniamo il numero dei decessi come costante e normalizziamo rispetto al numero di asintomatici ci troviamo di fronte dal punto di vista matematico a circa 600.000 contagiati in tutta Italia. La verità è questa e gli italiani lo devono sapere. C’è un’epidemia in atto di dimensioni notevolissime. Per cui è ingiusto accusare il servizio sanitario della Lombardia che è stato inondato da questi numeri di malati”. Crisanti basa queste stime sulle rilevazioni fatte a Vo’ a partire dal 20 febbraio, dove ha trovato su una popolazione di circa 3000 abitanti il 3% di infetti, un’enormità se si considera che si era solo all’inizio della curva di diffusione. Una percentuale tra il 50% e il 75% degli infetti era asintomatica, dunque trasmetteva inconsapevolmente la malattia. Lo studio di Vo' non è ancora stato pubblicato su una rivista scientifica internazionale.

Oltre al fatto che nel bergamasco non sono state fatte subito zone rosse, la differenza tra Veneto e Lombardia secondo Crisanti risiede nel fatto che in Veneto oltre a chiudere la zona rossa di Vo’ sono stati fatti molti più test sulla popolazione, sin dal primo focolaio. Anche per questo i numeri del Veneto sarebbero più veritieri di quelli delle altre regioni italiane dove sono stati fatti meno test per abitante.

Ci sono diversi metodi per realizzare la sorveglianza attiva, in Corea hanno strumenti informatici che in Italia non abbiamo, né qui è possibile monitorare gli spostamenti delle persone che ora per decreto devono stare casa. “La nostra tracciabilità funziona così” spiega Crisanti: “Supponiamo che una persona si senta male, telefona ai numeri dei sanitari, verrà mandata una squadra che farà il prelievo del campione a chi sta male e a tutti i suoi contatti: parenti, amici e vicinato. Dobbiamo procedere per cerchi concentrici attorno a quelli che sono risultati positivi” spiega Crisanti. La sorveglianza attiva va fatta anche sulle categorie di persone a rischio che non possono stare a casa: personale sanitario, poliziotti, cassieri, dipendenti degli uffici pubblici, case di riposo.

È un progetto estremamente ambizioso quello presentato in conferenza stampa da Andrea Crisanti e pienamente sostenuto dalla Regione Veneto, che metterà a disposizione le risorse economiche e organizzative, e dall’università di Padova, che ha deciso di scendere in prima linea nella lotta all’epidemia da coronavirus. “Come università abbiamo chiesto ai laboratori di ricerca di mettere a disposizione le macchine, abbiamo chiesto ai colleghi generosamente di spostare il loro ambito di ricerca in aiuto al lavoro del prof. Crisanti” ha dichiarato il rettore Rosario Rizzuto. “È uno sforzo a cui hanno già risposto in molti. Metteremo a disposizione competenze di ricerca molto alte da affiancare allo sforzo che l’eccellente laboratorio del prof. Crisanti da solo non sarebbe in grado di sostenere. L’università in questa battaglia è in prima linea”.

L’obiettivo è di arrivare a fare 20.000 test al giorno. Il laboratorio di Crisanti è passato da circa 1000 a 2000 test quotidiani, ma punta a raddoppiarli arrivando a 4000. “Ci vorrà tempo prima di arrivare a regime. Non arriviamo dall’oggi al domani a 4000 test al giorno” specifica Crisanti. “Il successo di questa iniziativa lo vedremo dall’aumento del numero di casi positivi che andremo a scovare: più casi positivi troviamo meno persone si ammalano, meno persone finiscono in ospedale, meno persone vanno in terapia intensiva. Dobbiamo diminuire il rapporto tra ospedalizzati e casi totali. Questo è il numero del nostro successo”.

Il progetto è ambizioso ma dovrà comunque garantire che il sistema sanitario mantenga la sua funzionalità ordinaria. “Deve essere tutto coordinato e integrato per potenziare il sistema ordinario” ha commentato Stefano Merigliano, preside della scuola di medicina dell’università di Padova. “In questo senso abbiamo deciso con una delibera che i tirocini degli studenti per l’esame di Stato andranno dirottati sui sistemi territoriali, caricando sul sistema 400 giovani medici in formazione che daranno una spinta enorme”.

 

Rosario Rizzuto, rettore dell’università di Padova

“Il presidente della Regione ha detto che siamo di fronte alla pandemia del secolo, il più grande shock che il Paese riceve dopo la seconda guerra mondiale. È uno shock che possiamo superare solo tutti insieme. Come università abbiamo la consapevolezza di essere la istituzione scientifica che deve mettersi in gioco e che può risolvere nel più breve tempo possibile questa crisi. E lo stiamo facendo. Ringrazio pubblicamente il prof. Cirsanti che ci ha dato l’indirizzo in un momento in cui pochi lo dicevano. È un virus che si trasmette da persona a persona e noi dobbiamo interrompere la trasmissione in due modi: il primo è attraverso l’impegno di tutti i cittadini, dobbiamo sollecitarli a continuare i comportamenti che hanno avuto. Il secondo modo è trovare le persone che possono trasmettere la malattia. Ci sono persone che non possono stare in casa: le forze dell’ordine, il personale sanitario, chi fornisce i negozi alimentari, chi garantisce gli alimenti. Queste persone devono lavorare. Dobbiamo cercare chi può trasmettere la malattia. Dobbiamo fare i tamponi, diagnosi molecolari. Se non facciamo questo avremo centinaia e migliaia di trasmettitori inconsapevoli della malattia. Questo è il progetto decisivo che si deve accompagnare al comportamento collaborativo di tutti i cittadini. È un grande sforzo anche economico e organizzativo, messo in campo dalla Regione, ma dobbiamo erogarlo. Noi come università abbiamo chiesto ai laboratori di ricerca di mettere a disposizione le macchine, abbiamo chiesto ai colleghi di mettersi a disposizione generosamente spostando il loro ambito di ricerca in aiuto al lavoro del prof. Crisanti. È uno sforzo a cui hanno già risposto in molti. Potremo mettere a disposizione un ampio sistema di diagnostica. Noi metteremo a disposizione competenze di ricerca molto alte da affiancare allo sforzo che l’eccellente laboratorio del prof. Crisanti da solo non sarebbe in grado di sostenere. L’università in questa battaglia è in prima linea”.

Andrea Crisanti, direttore dell’unità di microbiologia e virologia di Padova

“Le epidemie si combattono su tre fronti: in ospedale con i ricoveri e la rianimazione; a casa con la disciplina e l’isolamento; e con la sorveglianza attiva. Dobbiamo andare a stanare le persone che inconsapevolmente possono trasmettere la malattia. Ci sono classi di persone a rischio, dobbiamo andare lì e fare la diagnosi a cerchi concentrici: ai parenti (il primo cerchio) agli amici e ai vicini (il secondo cerchio). È un progetto estremamente ambizioso, che richiede un notevole sforzo. La Regione sta coordinando i laboratori di microbiologia del Veneto, sta coordinando il lavoro sul fronte di come disporre i macchinari, come coordinare il personale, distribuire i reagenti. Il nostro laboratorio ha iniziato da Vo’ passando da 100 a 1000 tamponi al giorno, ora siamo passati da 1000 a 2000, ieri, e ora contiamo di arrivare a 4000 durante la prossima settimana.

È una sfida pazzesca perché c’è una rincorsa in tutta Europa e in tutto il mondo a queste macchine. Recentemente abbiamo fatto l’acquisto importantissimo di una macchina che aumenta capacità di analisi di decine di volte.

Ci vorrà tempo prima di arrivare a regime. Non arriviamo dall’oggi al domani a 4000 test al giorno. Cosa ci aspettiamo nei prossimi giorni? Il successo di questa iniziativa lo vedremo dall’aumento del numero di casi positivi che andremo a scovare: più casi positivi troviamo meno persone si ammalano, meno persone finiscono in ospedale, meno persone vanno in terapia intensiva. Dobbiamo diminuire il rapporto tra ospedalizzati e casi totali. Questo è il numero del nostro successo. Il che è già una caratteristica veneta. Il Veneto ha già indicatori positivi. Poi arriverà un punto di flessione in cui il numero di positivi inizierà a calare insieme al numero di ospedalizzati. Ci aspettiamo questo dal successo di questa operazione. Gli individui da cui partire sono quelli a rischio: personale sanitario, poliziotti, cassieri, dipendenti di uffici pubblici, anziani nelle case di riposo”.

Stefano Merigliano, preside della scuola di medicina

“La cosa importante di questo progetto è il contributo dell’università e la forte volontà di coordinamento tra le strutture: dobbiamo garantire che il sistema funzioni anche per la funzionalità ordinaria. Deve essere tutto coordinato e integrato per potenziare il sistema ordinario. Il progetto vale su scala regionale e sarà attivato per cerchi concentrici. Partiamo da padova e ci allarghiamo, la croce rossa ha messo in campo 15 squadre divise per provincia. Non bisogna saturare le capacità ma coordinarsi. Si faranno tamponi alle persone che son state dette e sarà importante garantire l’attività di controllo dei pazienti positivi domiciliati. In questo senso abbiamo deciso con una delibera che i tirocini degli studenti per l’esame di Stato li abbiamo dirottati sui sistemi territoriali, caricando sul sistema 400 giovani medici in formazione che daranno una spinta enorme”

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