CULTURA

Da dove veniamo? Il nuovo libro di Massimo Polidoro, tra lampi di genio e false partenze

Da quando esistono gli esseri umani, esiste anche la domanda più antica di tutte: da dove veniamo? È una curiosità che attraversa culture, epoche e continenti, e che ha prodotto mitologie, speculazioni filosofiche e, molto più tardi, tentativi scientifici di ricostruire il passato. Se da un lato il desiderio di conoscenza portava a farsi domande di questo tipo, alcuni hanno invece cercato di ignorare la risposta, anche tra gli scienziati. Indagare l’origine dell’uomo significava correre il rischio di mettere in discussione le credenze fondamentali su cui si reggevano il mondo, la società e perfino l’idea di sé, quindi poteva essere molto pericoloso. Sapere da dove veniamo, infatti, non è per forza rassicurante, e per lungo tempo il desiderio di proteggere un ordine granitico ha prevalso sul bisogno di comprendere. È proprio questa tensione tra curiosità e paura a fare da sfondo a tutta la storia della ricerca scientifica sulle nostre origini e al nuovo saggio di Massimo Polidoro Il mistero delle origini dell’uomo (Feltrinelli, 2025).

All’inizio era tutto chiaro

Per capire quanto sia stato difficile arrivare all’idea moderna di evoluzione, che tra l’altro come vedremo è una parola imprecisa, bisogna ricordare il contesto: per quasi tutta la storia umana l’origine dell’essere umano era stata indagata solo a livello mitico, religioso o al limite filosofico. In Occidente la domanda non sembrava neppure avere senso: era già spiegato tutto chiaramente nella Bibbia, quindi non ci si trovava di fronte a una domanda aperta, era un capitolo chiuso. L’umanità proveniva da un atto di creazione intenzionale, inscritto in un racconto che definiva non solo la storia, ma l’ordine morale, politico e sociale del presente. Ogni società aveva la propria versione, ma in comune c’era un aspetto: ognuna di queste versioni era intoccabile, perché andava a definire l’intera architettura del mondo.

Scoprire popolazioni che non avevano mai sentito parlare della Bibbia rappresentava un enigma: com’era possibile che Dio avesse creato l’uomo... ma non l’avesse mai informato della cosa? Massimo Polidoro

Un percorso impervio

Il problema è che la natura non si è mai particolarmente preoccupata della coerenza con i nostri sistemi simbolici, e quando, tra Settecento e Ottocento, iniziano ad accumularsi fossili di animali mai visti e rocce che raccontano tempi geologici molto più lontani di quelli a cui rimandavano i libri sacri, l’impianto teologico comincia a vacillare, perché diventava impossibile non farsi domande: i dati raccontavano storie diverse da quelle della Bibbia, la geologia mostrava che la Terra non poteva avere poche migliaia di anni come si credeva, perché i processi che la modellavano richiedevano ere, non secoli. Nel mentre, la paleontologia rivelava organismi scomparsi da milioni di anni, rendendo evidente che i fossili non erano né scherzi divini né residui del diluvio universale come si era ipotizzato. E man mano che l’anatomia comparata metteva in fila le somiglianze tra le specie, diventava difficile sostenere l’idea che l’uomo fosse apparso all’improvviso già completo e perfetto. Era un cambio di paradigma lento, spesso osteggiato, ma inevitabile: la scienza raccontava una storia che non coincideva più con quella che gli uomini avevano sempre dato per scontata.

La crisi delle certezze come spinta verso il futuro

La reazione, com’è ovvio, fu duplice. Da una parte gli uomini di scienza che iniziavano a intessere nuove ipotesi come fili sparsi di una trama ancora invisibile; dall’altra un esercito di persone che erano convinte che quel tipo di curiosità fosse pericolosa, dissolutrice, insomma, una minaccia. È difficile oggi immaginare quanto potesse essere destabilizzante affermare che l’essere umano avesse un’origine animale: significava mettere in discussione la nostra eccezionalità, la struttura dell’autorità, la relazione con il divino.

Il libro mostra quanto sia stato laborioso arrivare a ciò che oggi è assodato. Il ritratto che emerge non è quello dell’umanità che avanza guidata da una progressiva illuminazione, ma quello di un’enorme quantità di tentativi, errori, intuizioni sbagliate, rivalutazioni, oggetti trovati per caso e presi per tutt’altro. Homo sapiens ha convissuto con altre forme umane, dai Neanderthal ai Denisova, fino a popolazioni più arcaiche come Homo floresiensis o Homo naledi. Non eravamo l’unica possibilità, né la più probabile, anzi: più volte abbiamo rischiato di estinguerci, schiacciati dalle oscillazioni climatiche e dai cambiamenti ambientali del Pleistocene. La nostra presenza oggi non è il risultato di una “scalata verso il meglio”, ma l’esito contingente di un equilibrio fragile, di ibridazioni, di incontri e di una quantità di fortuna che raramente riconosciamo. 
Oltre che sulla storia della nostra specie, il libro ci dice qualcosa sul fatto che neanche la conoscenza scientifica si sviluppa in modo lineare, ma come una lunga serie di fessure che si aprono nelle certezze, una crepa dopo l’altra. Prima si incrina la cronologia biblica, poi l’immutabilità delle specie, poi l’idea stessa che la natura segua un progetto.

Darwin: un’idea troppo esplosiva per essere pubblicata subito

E quando arriva Darwin, il terreno è già pronto a metà: i dubbi erano molti, ma mancava ancora una spiegazione unitaria che tenesse insieme i dati. A cambiare la sua vita e la nostra comprensione del mondo è un viaggio che lo porta tra fossili giganti in Sud America e specie simili tra loro ma non identiche nelle isole Galápagos: a quel punto Darwin comprende che la natura non è immutabile. Eppure non pubblica nulla e per vent’anni tiene le sue idee chiuse nei suoi taccuini. Perché?
Perché sa perfettamente che la teoria che sta elaborando è una mina culturale sotto le fondamenta del pensiero occidentale. Dire che le specie cambiano, che non sono state create così come le vediamo, che non esiste un progetto esterno che guidi la forma degli esseri viventi, significa rimettere in discussione l’idea stessa di un ordine divino.

Darwin ha infranto questo incantesimo. Ma proprio per questo ci ha consegnato qualcosa di più grande: la libertà di costruire il nostro senso. Non perché ci sia stato imposto, ma perché possiamo sceglierlo Massimo Polidoro

… e l’uscita allo scoperto

Il colpo di scena arriva nel 1858, quando riceve una lettera da Alfred Russel Wallace, un naturalista che, lavorando nell’arcipelago malese, è giunto in modo indipendente a un’intuizione quasi identica alla sua. La lettera è così precisa da costringere Darwin a fare ciò che aveva rimandato per decenni: presentare la sua teoria. È un momento emblematico del modo in cui funziona la scienza: spesso gli scienziati arrivano alle stesse conclusioni, perché la cultura e la quantità di dati disponibili hanno finalmente raggiunto la soglia necessaria, ma qualcuno viene dimenticato.

L’Origine delle specie esce nel 1859. È il libro che cambia tutto, perché elimina il bisogno di un progetto per spiegare l’esistenza dell’essere umano. Ed è proprio questa assenza di finalità, questo abbandono dell’occhio divino sull’ordine naturale, a scardinare molte delle certezze che la cultura occidentale considerava irrinunciabili. Da qui la confusione sul termine “evoluzione”, che Darwin stesso usa pochissimo, perché porta con sé un bagaglio semantico che ancora oggi rischia di farci immaginare un percorso lineare, ordinato, quasi programmato, cioè l’idea di quella scalata verso il meglio di cui parlavamo. Darwin invece voleva aprire la porta a un nuovo modo di pensare la storia della vita che rimanda a un intreccio complesso di tentativi, adattamenti, ma anche vicoli ciechi.

Le idee giuste arrivate troppo presto

Ma Polidoro non si limita alla storia di Darwin: come la storia dell’uomo, anche la scienza non procede attraverso una fila ordinata di successi, ma ha una trama irregolare fatta di intuizioni premature e di scoperte che hanno avuto bisogno di decenni prima che qualcuno si accorgesse di quanto fossero rivoluzionarie. È un aspetto che spesso nei manuali scolastici scompare, inghiottito dall’ansia di ordine, mentre qui riusciamo a guardare dietro le quinte di questo processo arricchendo la nostra cultura generale.

In questo senso, la storia più interessante è quella di Gregor Mendel, che sembra inventata da uno sceneggiatore con uno spiccato senso dell’ironia. Nel 1866 Mendel pubblica un articolo in cui descrive come funzionano l’ereditarietà e la trasmissione dei caratteri: non a sensazione, non per intuizione, ma attraverso migliaia di incroci di piselli, registrati e analizzati con un metodo rigoroso che oggi definiremmo statistico. E qui sta la prima parte della questione: nessun biologo dell’epoca aveva una formazione matematica o statistica sufficiente per capire davvero che cosa stava facendo Mendel. Le scienze naturali ottocentesche erano quasi esclusivamente descrittive; Mendel invece stava giocando in un altro campionato: il suo articolo era scientificamente corretto, ma culturalmente fuori tempo, e così rimase ignorato per trentaquattro anni, fino a quando De Vries, Correns e Tschermak lo riscoprirono indipendentemente, rendendosi conto con stupore che aveva già tracciato la strada che loro stavano cercando di percorrere.

Eppure la teoria di Mendel avrebbe risolto, già nel XIX secolo, alcuni dei limiti della teoria darwiniana. Darwin aveva intuito perfettamente che la selezione naturale agiva sulle variazioni ereditarie, ma non sapeva spiegare come queste variazioni si trasmettessero né perché non si “diluivano” generazione dopo generazione. Se avesse letto Mendel, Darwin avrebbe avuto in mano la metà mancante della sua teoria: la possibilità che alcuni tratti restino “silenti” e poi riemergano e la stabilità delle variazioni utili su cui la selezione può agire. Il darwinismo e la genetica mendeliana, insieme, avrebbero completato il quadro decenni prima.


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Un filo che passa di mano in mano

Quello di Mendel non è l’unico esempio di scoperta arrivata nel momento sbagliato che troviamo nel libro. Polidoro rileva che la scienza non è la storia di chi ha avuto ragione, ma di tutti quelli che hanno provato a capire qualcosa anche prima che fosse possibile capirlo davvero.
Le intuizioni premature, le ricerche ignorate, le idee sbagliate ma provvidenziali sono parte integrante della costruzione del pensiero, e per questo è importante raccontarle, anche perché rivelano la natura collettiva della conoscenza.

Un altro aspetto importante è quello della multidisciplinarietà: tutta la storia dell’evoluzione non può essere raccontata ricorrendo a una singola disciplina. Se nell’Ottocento si poteva ancora immaginare che bastasse un naturalista solitario con un taccuino in mano e un buon paio di scarponi, a un certo punto quell’immagine non reggeva più: la paleoantropologia era diventata un lavoro di squadra. Non bastava trovare un fossile: bisogna interpretarlo, datarlo, confrontarlo con altri siti, inserirlo in un contesto climatico, e molto altro. Dovevano entrare in campo archeologi, geologi, climatologi, genetisti, archeologi, esperti di biologia dello sviluppo e persino modelli computazionali.

Una lettura consigliata

Il mistero delle origini dell’uomo è un libro estremamente denso, ma il lettore non ha bisogno di essere esperto in nessuno dei campi affrontati, basta seguire il filo, e tutto torna. Polidoro sa che se un concetto non trova una forma narrativa rischia di restare astratto, lontano, e così riesce a dare vita alle scoperte di cui parla, e questa è una delle qualità più importanti di un divulgatore. Non si limita a elencare fatti, ma costruisce un racconto, che è la storia concreta della scienza, con tutte le sue esitazioni, i suoi entusiasmi e le sue false partenze. La sua forza sta nella capacità di far convivere rigore e narrativa senza tradire né l’uno né l’altra.

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