CULTURA

Tra Europa e America il filo invisibile dell’arte

Sessantuno dipinti, alcuni dei quali raramente lasciano le loro collezioni, e un percorso espositivo che va al di là della semplice giustapposizione di una serie di quadri. La nuova mostra appena aperta al Museo Santa Caterina di Treviso, curata da Marco Goldin, si propone come una riflessione sulla nascita e lo sviluppo dell’arte astratta tra Otto e Novecento, focalizzata sul passaggio del testimone dai maestri delle avanguardie europee agli esponenti della nuova scuola americana.

Le opere arrivano dal Toledo Museum of Art in Ohio, proclamato quest’anno miglior museo degli Stati Uniti, e costituiscono il nucleo di una mostra itinerante che ha già fatto tappa ad Auckland e Adelaide, scegliendo Treviso come unica sede europea. Pur partendo da una rassegna già predisposta, l’allestimento trevigiano introduce elementi di novità: accoglie infatti prestiti aggiuntivi di notevole qualità e riorganizza il percorso, che viene rimodellato per dare vita a una narrazione diversa e più coerente.

Il viaggio inizia provocatoriamente a ritroso, partendo dalla pittura americana degli anni ’70 del Novecento, introdotta dalla tela monumentale – oltre due metri per lato – di Richard Diebenkorn appartenente al ciclo Ocean Park, in cui l’astrazione è temperata dal richiamo a colori e forme marine. Da qui, il percorso si muove a ritroso verso alcune delle esperienze capitali della pittura europea, da Ben Nicholson e Josef Albers fino a Piet Mondrian e Paul Klee, evidenziando le connessioni tra ricerca formale, sperimentazione cromatica e riflessione teorica, e mettendone in luce l’influenza su artisti statunitensi come Morris Louis, Ad Reinhardt e Helen Frankenthaler. Una scelta che mostra come la modernità nasca da un lungo processo di trasformazione piuttosto che da una rottura netta, e come anche i maestri contemporanei abbiano radici ben piantate nella tradizione figurativa europea.

Procedendo ulteriormente il percorso esplora tre grandi temi: natura morta, figure e ritratti, paesaggi. La prima sezione offre un’interessante rassegna di opere che vanno da Henri Fantin-Latour e Camille Pissarro a Georges Braque e Giorgio Morandi, in una plastica rappresentazione di come soggetti apparentemente minori possano permettere un’interpretazione profonda di colore, luce e forma.

Nelle stanze successive, opere magnetiche come la Victoria Dubourg di Degas (1868-1869) e l’Antonin Proust di Renoir (1880) mettono in evidenza il passaggio verso una ritrattistica meno posata e ufficiale, più attenta a cogliere nei dettagli la dimensione interiore del soggetto. Una tensione che nel XX secolo si fa ancora più problematica e introspettiva, come mostrano il Paul Guillaume di Modigliani (1915) e la Donna con cappello nero (1909) del Picasso cubista, affiancati in mostra a un classico e inquietante doppio autoritratto di De Chirico (1922).

Di notevole interesse anche il dialogo dedicato alle figure all’aria aperta: qui gli impressionisti americani, a partire da William Merritt Chase, si confrontano con la sensibilità dei francesi – da Berthe Morisot a Camille Pissarro, fino a Courbet e Millet – rivelando affinità e divergenze nel modo di guardare la natura e la vita quotidiana.

Il percorso intreccia maestri europei e nuova scuola americana, mostrando come la modernità nasca da continuità inattese più che da rotture improvvise.

Interessanti anche paesaggi e open air, caratterizzati dalla varietà di approccio e dalla qualità dei lavori. Dai panorami urbani di Signac a Venezia e di Delaunay e Léger a Parigi, accompagnati alle visioni impressioniste e post-impressioniste di Monet, Gauguin, Whistler, Cézanne, Caillebotte, Renoir e Sisley, le opere tracciano un continuum tra percezione naturalistica e sensibilità moderna. Tra queste spicca una delle ultime versioni delle Ninfee di Monet, perfetto esempio dell’abilità tecnica e della poetica della luce del maestro francese.

Culmine emotivo – assieme al maestoso Figure e teatro (1927) di Edward Hopper, emblema di American way of painting – è il Campo di grano con falciatore a Auvers, dipinto pochi giorni prima della morte di Vincent Van Gogh il 29 luglio 1890. Un’opera che, nella sua densità cromatica e nella forza espressiva, sintetizza la vita e l’arte di uno degli artisti più iconici della storia recente, oltre che la qualità dell’intero corpus proveniente dal Toledo Museum. Accanto al quadro, nella sezione ipogea del museo, è stata allestita una piccola sala cinema da cinquanta posti, dove viene proiettato in ciclo continuo il film Gli ultimi giorni di Van Gogh, scritto e diretto dallo stesso Goldin, con animazioni e montaggio di Alessandro Trettenero e musiche di Remo Anzovino. La mezz’ora di proiezione intreccia scorci di Auvers, immagini dei quadri e momenti della vita quotidiana dell’artista, ampliando la comprensione emotiva dell’opera.

Pur partendo da una mostra già strutturata, il percorso trevigiano riesce comunque a introdurre elementi di novità e specificità, calibrando la sequenza dei capolavori in modo da raccontare non solo le singole opere, ma anche la nascita e l’evoluzione della pittura contemporanea. Ne deriva un forte valore educativo e divulgativo, perfettamente coerente con l’obiettivo dichiarato di rendere accessibile al grande pubblico il significato dei capolavori senza rinunciare alla loro complessità.

La mostra di Treviso, per la quale già si aspetta un pubblico numeroso, conferma che l’arte non è solo un insieme di opere da ammirare ma un filo da seguire, trama da svolgere e riannodare continuamente per legare alla conoscenza dei grandi maestri europei e americani vecchie e nuove generazioni di visitatori.


DA VAN GOGH A PICASSO
Maestri d’Europa e America tra Otto e Novecento

A cura di Marco Goldin

Museo Civico Santa Caterina
Piazzetta Mario Botter, 1
31100 Treviso

Fino al 30 giugno 2026

Info e prenotazioni:
www.museicivicitreviso.it

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