CULTURA

La scienza nascosta nei luoghi d'Italia. Siracusa: Ortigia e il sigillo di Archimede

Entrando in Ortigia, che quasi 3.000 anni fa (nell’VIII secolo a.C.) fu il primo punto di sbarco dei coloni greci che poi  avrebbero fondato Siracusa, è d’obbligo alzare lo sguardo per rendere omaggio al suo più celebre cittadino: Archimede, uno dei fisici e matematici più leggendari dell’antichità. Una statua in bronzo che lo raffigura in piedi ci accoglie, infatti, proprio all’inizio del ponte che connette l’isola alla terraferma. E passeggiando dentro il nucleo più antico della città è facile sentire la suggestione che il tempo sia fermo, che la modernità raggiunta dal resto dell’agglomerato urbano filtri in modo meno uniforme, regalando a quel piccolo lembo di terra di fronte alla costa un’aura particolare di quiete animata.

Ortigia si esperisce con tutti i sensi. La vista, prima di tutto: qui si capisce davvero cosa si intenda per “ora dorata”, quel magico momento che ogni giorno, poco prima del tramonto, tinge tutto di un indefinibile colore al confine tra rosa, oro, arancio. In ogni angolo, un po’ come in tutte le città la cui storia si perde nella notte dei tempi, all’osservatore curioso si svelano i dettagli della stratificazione di epoche diverse, dettagli che raccontano quanti passi abbiano calpestato le stesse vie che noi oggi attraversiamo. Il mare si vede quasi da ogni strada. E, soprattutto, si sente: il rumore, sottofondo costante delle attività dei Siracusani, ma ancor più l’odore. E il mare gioca un ruolo importante nella storia di Siracusa, ma anche – attraverso il pensiero, le scoperte e le invenzioni di Archimede – nella storia della scienza, con conseguenze i cui echi si ripercuotono fino a oggi. Dentro l’isola non è difficile immaginare che le leggende che circondano lo scienziato siano, in realtà, fatti storici davvero accaduti: Archimede che corre – nudo – per gli stretti vicoli della città, con in mano qualche foglio di papiro scarabocchiato di formule, gridando il famoso Eureka!; Archimede, già anziano, che partecipa con i concittadini alle riunioni di guerra, per difendere la sua città durante la seconda guerra punica.

La scienza nascosta Italia copertina

Questo articolo è tratto dal libro La scienza nascosta nei luoghi d’Italia (Università di Padova – Il Bo Live, 2025), disponibile nelle librerie e sulle principali piattaforme online


Siracusa, e il suo centro storico in particolare, è fin dall’origine una strana fusione tra scienza e mito. I Siracusani sono anche detti Aretusei, in omaggio a uno dei miti fondativi della città, legato a un luogo simbolo di Ortigia intorno al quale tutti, turisti e residenti, si avvicendano, ma di cui non tutti conoscono la storia, tanto immaginaria quanto suggestiva. Il mito greco narra, dunque, che Aretusa (“la virtuosa”), una delle tante ninfe dell’immaginario collettivo ellenico e sacra ad Artemide, la dea della caccia, per sfuggire al cacciatore Alfeo venne tramutata in una sorgente che affiorava molto  lontano, in Sicilia appunto. Al che Alfeo, disperato, si rivolse a Zeus che lo trasformò in fiume, facendolo però crudelmente sgorgare in Grecia. Non arrendendosi, il fiume Alfeo si inabissò dunque nel Mediterraneo e, riuscendo a non mescolarsi alle acque salate, riemerse proprio a Siracusa, unendosi alle acque della fonte Aretusa.

Oggi è meglio nota come la fontana dei papiri: questo piccolo lago d’acqua dolce, alimentato da una sorgente sotterranea sotto l’isola, ospita infatti l’unico papireto d’Europa. Non si sa a quando risalga, né se la sua presenza sia endemica o frutto di un’antica importazione; certo è che è abbastanza antico da appartenere all’immagine condivisa di Siracusa. Alla fonte Aretusa si sarà affacciato anche Archimede, perso in chi sa quale elucubrazione matematica. Forse, in quelle acque mitiche, avrà intravisto per la prima volta la soluzione all’enigma della spirale (si dice che sia stato proprio lui a scoprire questa entità geometrica e a calcolarne l’equazione). Forse alla fonte Aretusa si avvicinava per pregare che i marchingegni da lui ideati potessero salvare la città dall’assedio dei Romani, provando come vere le leggi fisiche e matematiche da lui intuite, scoperte e descritte. E chissà se proprio qui, e non in una vasca nella sua abitazione, il grande scienziato intuì il principio che più di ogni altro è legato al suo nome: quello secondo il quale un corpo immerso in un fluido in quiete è soggetto a una forza diretta verso l’alto pari al peso del fluido spostato. Come la fonte Aretusa, Archimede è un pilastro della storia e dell’identità stessa di Siracusa. A lui è dedicata una piazza (nel bel mezzo di Ortigia, ornata di una spettacolare fontana), una statua, persino un museo scientifico (che purtroppo ha avuto vita breve, dal 2011 al 2014).

A Ortigia è facile immaginare Archimede correre tra i vicoli gridando ‘Eureka!’, con idee e invenzioni destinate a riecheggiare fino a oggi

Archimede non riuscì, a suo tempo, a preservare l’indipendenza della sua città, che cadde nelle mani dei Romani conquistatori, ma le diede lustro, nei secoli a venire, ritagliandole un posto d’onore nel mondo della scienza come luogo natale di uno dei fondatori della matematica e della fisica, sulle cui leggi si regge il mondo. In effetti non c’è quasi campo di queste due discipline in cui Archimede non abbia lasciato un segno indelebile:  dall’idrostatica alla meccanica, con lo studio dei baricentri e delle leve (“datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo”), passando per l’astronomia, con la misura del diametro apparente del Sole, l’ottica, il calcolo infinitesimale e gli integrali.

Per una strana beffa del destino, di Archimede a Siracusa si è conservata solo la memoria, non le spoglie. Uno dei tanti misteri che avvolgono questa figura riguarda infatti il destino del suo corpo, le cui tracce sono andate perdute. Per tradizione si identifica la tomba di Archimede in un sepolcro romano situato nella Neapolis, la parte “nuova” dell’antica Siracusa, che oggi riemerge in un grande scavo archeologico visitabile, la cui datazione è però molto più tarda (I secolo d.C. circa). Cicerone, in un viaggio in Sicilia, si fregiò di aver trovato la tomba del grande scienziato, sottolineando l’inettitudine dei Siracusani rispetto al loro illustre antenato: indegno che proprio un Arpinate avesse dovuto riscoprire la tomba di Archimede, tra erbe e rovi.

Oggi Archimede, lo dimostra la quantità di miti e di storie che circondano la sua figura, è ancora percepito come l’archetipo dello scienziato: curioso ma all’occorrenza anche attento agli aspetti concreti delle sue scoperte, con la testa perennemente tra le nuvole ma al tempo stesso capace di convogliare l’infinita forza della natura, creando strumenti quasi magici e un po’ inquietanti. Archimede è dappertutto: campeggia ne La scuola di Atene, il celebre affresco di Raffaello Sanzio, nelle poesie di Schiller e nelle canzoni della Premiata Forneria Marconi; la Nasa gli ha dedicato un cratere e una catena montuosa sulla Luna, mentre la sua figura è presente sulle medaglie Fields, massima onorificenza per matematici (assieme a una delle tante frasi che gli sono attribuite: “Elevarsi al di sopra di se stessi e conquistare il mondo”) ma anche nell’ultimo film di Indiana Jones. Il suo nome è sinonimo di intuizioni geniali associate a effetti rivoluzionari ed è ottimo per il marketing, per un’autovettura elettrica quanto per il progetto di una centrale a energia solare termodinamica, quasi a voler dire che la sua inventiva oggi sarebbe più che mai utile per fronteggiare sfide come quelle imposte dall’inquinamento e dal cambiamento climatico.

Eppure, nota lo storico Lucio Russo, la sua fama resta ancora oggi più legata a racconti leggendari che alla seria disamina delle sue opere e del suo rigoroso sistema di pensiero. Soprattutto però ancora oggi, ai tempi di Internet e AI, Archimede ci ricorda che la capacità di attenzione, la curiosità e lo stupore rimangono essenziali per guardare al mondo con gli strumenti del proprio intelletto, per cercare in esso gli indizi di un’armonia fatta di proporzione, bellezza e giustizia. A farli riaffiorare basta un’increspatura provocata dalla brezza nella fonte Aretusa, specchio d’acqua dolce circondato dal mare nell’isola Ortigia.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012