CULTURA

Vedere, ascoltare, toccare il sapere: nuovi percorsi alla mostra “Modelli”

Si può “toccare” l’orizzonte? O “avere tra le mani” le stelle? In un certo senso sì: è sufficiente avere a disposizione un astrolabio e cambiare la prospettiva cui si è abituati. Esplorando l’oggetto con i polpastrelli – un disco metallico composto da elementi sovrapposti – si prova inizialmente un senso di stupore: che significato si può dare al continuo intersecarsi di linee e forme che lo caratterizzano? Si distingue una rete con segmenti curvi e sporgenze appuntite, punti metallici e freddi, righe incise sul piano inferiore, sottili e quasi impercettibili al tatto. Solo indugiando con lentezza su ogni dettaglio tutto diventa più chiaro, si riconoscono la volta celeste e le stelle. Un po’ come accade per l’Universo, si tratta di significati difficili da decifrare ma, quando se ne comprendono alcuni meccanismi, si prova un senso di sorpresa e meraviglia.  

L’astrolabio è solo uno dei molti reperti esposti alla mostra Modelli. Il sapere in tre dimensioni, allestita al Museo Giovanni Poleni del Dipartimento di Fisica e astronomia dell’ateneo padovano e visitabile fino al 3 maggio 2026. Inaugurata qualche mese fa, l’esposizione ora offre nuove possibilità e modi alternativi di usufruire del patrimonio: in un’ottica inclusiva, visitatori e visitatrici potranno scegliere il percorso che più è loro congeniale, privilegiando a seconda dei casi il canale visivo, uditivo e tattile e fruendo di una piattaforma online, consultabile sia da remoto che nella sede dell’esposizione attraverso appositi qrcode. Ogni pannello della mostra è disponibile in altre sette lingue oltre all’italiano: arabo, cinese, hindi, spagnolo, urdu, persiano e inglese. Ogni sezione è raccontata anche nella lingua dei segni italiana (LIS), e attraverso un audiopercorso che unisce la lettura dei testi dei pannelli all’audiodescrizione dei modelli esposti. Le didascalie della mostra sono disponibili anche in comunicazione aumentativa alternativa. 

Molti dei modelli possono essere toccati con mano grazie a copie tridimensionali. Chi lo desidera, infine, può avere a disposizione una sensory bag che contiene strumenti per facilitare la visita, come le “carte di comunicazione”,  che sono di supporto alla comunicazione visiva e non verbale attraverso l'uso di immagini e pittogrammi, morbidi fidget toys per alleviare lo stress sensoriale, il libro Attacca-e-stacca i modelli della mostra per favorire un apprendimento divertente. 

Vietato “non” toccare

“Di solito – ci racconta durante la visita Sofia Talas, conservatrice del museo Poleni – quando si pensa alla produzione e alla trasmissione del sapere, vengono in mente libri, strumenti, illustrazioni, ma anche i modelli in tre dimensioni hanno avuto un ruolo molto importante. Risalgono a epoche molto antiche (ne sono esempio i modelli dell’Universo o della Terra), ma è soprattutto nel Settecento e Ottocento che il loro uso esplode, quando via via nascono nuove discipline e nuovi gabinetti nelle università. La mostra espone modelli impiegati nel campo dell’ingegneria, dell’idraulica, della matematica, della medicina, e racconta quindi anche la storia dell’università di Padova”. I modelli, infatti, avevano uno scopo ben preciso: venivano utilizzati da docenti, studenti e studentesse come strumento a supporto della ricerca e della didattica nelle diverse discipline, non solo scientifiche ma anche storiche e umanistiche. 

All’inizio del percorso ci soffermiamo davanti ad alcune statue di foggia classica. Posando le mani ne percepiamo l’imponenza e la grandiosità. A catturare la nostra attenzione è in particolare la Nike di Samotracia, di cui tocchiamo ogni dettaglio: tutto è marcato, tutto è perfettamente riconoscibile, tutto è chiarezza e linearità. L’impressione è quella di seguire con le dita le sinuosità di un  corpo umano reale, se non fosse per la consistenza scultorea. 

Ci sono poi i minerali. Al tatto è possibile coglierne meglio la consistenza, il materiale e la forma: qualcuno risulta ruvido, leggero e delicato, come se da un momento all’altro potesse rompersi e sfaldarsi; qualcun altro invece è liscio, con meno scanalature e dalla forma più regolare e meglio definita. Dei minerali si studiava anche la struttura interna: la diversa disposizione degli atomi li rende tutti differenti e dotati di caratteristiche peculiari. Osservare ogni dettaglio a occhio nudo risultava complesso, dunque una rappresentazione ingrandita e fedele della loro struttura era essenziale per conoscerli e studiarli meglio. Lungo il percorso si trovano anche modelli di questo tipo, provenienti dal Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.

Ci colpisce poi il modello di una macchina a vapore, che mostra in modo pratico come si riuscisse a generare energia e movimento. In questo caso la macchina, in cui sono inserite le varie innovazioni di James Watt, era pensata per mettere in funzione una fabbrica per la lavorazione del tabacco, sebbene poi non sia stata mai realizzata. Indossiamo i guanti e perlustriamo le varie parti che la compongono, si alternano tubi e ingranaggi di vario tipo.  

Continuando nella visita indugiamo davanti a modelli di pompe idrauliche, dighe, ponti. Tocchiamo alcune delle loro componenti, in metallo, strette e lunghe come le rotaie di un treno, per avere un’idea di come venissero costruite per conferire loro più compattezza e resistenza. Anche attraverso laboratori interattivi, si potrà avere la possibilità di sentire con le mani come la solidità di una struttura possa cambiare in base alla forma. 

Sul finire del percorso una sezione è dedicata ai modelli anatomici. Sofia Talas ci spiega che venivano utilizzati per lo studio del corpo degli animali, sia umani che non umani. Le varie parti potevano essere non solo osservate da vicino, ma anche maneggiate per avere un’idea precisa di ogni più piccolo particolare.     

Un lavoro corale, modello per il futuro

Quelli citati sono solo alcuni dei 92 reperti scelti per la mostra che, come si è visto, combina in modo originale contributi provenienti da diversi ambiti di ricerca. Nel nostro percorso di visita abbiamo scelto di affidarci, oltre all’udito, al tatto che consente di percepire il dettaglio, la minuzia, ciò che all’occhio può sfuggire o non risultare subito evidente.  L’allestimento infatti può essere apprezzato da prospettive differenti, e può rivelarsi un’occasione preziosa per cogliere aspetti, talora trascurati, che invece possono  arricchire e accrescere la nostra esperienza. 

“È stato un lavoro corale – spiega Elena Santi, referente del gruppo Accessibilità e inclusione del Centro di ateneo per i musei (CAM) –. L’Unione italiana ciechi e ipovedenti ha supportato e supervisionato il personale del CAM nelle audiodescrizioni e nella preparazione del materiale tattile disponibile in mostra. I video in LIS e con i sottotitoli sono stati realizzati con il supporto di persone sorde che operano professionalmente per la divulgazione culturale, mentre i materiali di supporto per le visitatrici e i visitatori con disabilità cognitiva sono stati costruiti con il supporto di Ludovico Lancia, scrittore con sindrome di Asperger, che sta svolgendo un tirocinio presso il CAM».

Isabella Colpo, direttrice tecnica del Centro di ateneo per i musei, sottolinea che il percorso è stato realizzato con costi limitati. “La cultura accessibile, diritto inalienabile sancito dalla Convenzione ONU sulle persone con disabilità, è un obiettivo che può e deve essere alla portata di tutte le istituzioni che producono e diffondono conoscenza: l’accessibilità non è necessariamente legata a grossi interventi costosi, ma ad accorgimenti che vengono messi in atto, possibilmente in fase di progettazione dell’evento e permettono la fruibilità dei contenuti da parte del più vasto pubblico possibile. Con questa esperienza abbiamo voluto creare un modello che potrà essere applicato nel prossimo futuro sia agli allestimenti stabili dei nostri musei che alle mostre temporanee che i musei universitari proporranno”.

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