SCIENZA E RICERCA

Due farmaci contro il colesterolo sembrano ridurre i PFAS nel sangue

Korsør è una città portuale danese con poco più di 20 mila abitanti. Si trova sull’isola di Selandia, la stessa della capitale Copenhagen, che si raggiunge in un’ora d’auto. Nel 2021, Korsør è stata identificata dalle autorità sanitarie danesi come uno degli hotspot per l’inquinamento da PFAS. I PFAS sono una famiglia di sostanze che vengono prodotte dagli anni Quaranta del secolo scorso e hanno gli usi più svariati: li troviamo nelle pentole antiaderenti, nelle vernici e negli inchiostri, negli adesivi e nei prodotti per l’igiene personale e molto altro ancora. Una delle loro caratteristiche principali è l’estrema persistenza, al punto da averli resi noti anche come “inquinanti eterni”,

Nell’agosto del 2021, nel sangue di 118 membri dell’associazione allevatori bovini di Korsør sono stati trovati livelli di PFOS (acido perfluoroottansolfonico), un particolare tipo di PFAS, particolarmente elevati. L’indagine condotta dal dipartimento di medicina del lavoro di Holbaek ha identificato la causa dell’inquinamento nelle schiume utilizzate dalla vicina scuola per vigili del fuoco. Gli allevatori hanno consumato la carne che deriva dal pascolo su terreni contaminati e in questo modo è penetrata nei loro corpi.

Due semplici farmaci contro il colesterolo

45 di questi allevatori sono stati sottoposti a un test clinico tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. Per 12 settimane sono stati somministrati due diversi medicinali - colestiramina e colesevelam - normalmente impiegati per abbassare i livelli di colesterolo nel sangue. I risultati indicano una riduzione del 60% della concentrazione di PFOS nel sangue di una ventina dei soggetti. Secondo Morten Lindhardt, medico del locale ospedale universitario di Holbaek e uno degli autori dello studio pubblicato su Environment International, è una riduzione “enorme” in termini assoluti. Ma inoltre è circa venti volte superiore rispetto a quella con la quale il corpo umano è solitamente in grado di eliminarli autonomamente. “È molto più di quanto ci aspettassimo”, commenta Lindhardt, “un effetto da tre a quattro volte più alto di quello che avremmo detto fattibile”.

I livelli di altre sostanze della famiglia PFAS, in particolare PFHxS (acido perfluoroesansolfonico), PFOA (acido perfluoroottanoico), PFNA (acido perfluorononanoico) e PFDA (acido perfluorodecanoico) sono diminuiti in modo più contenuto, tra il 15 e il 44%, ma comunque in modo significativo. Il tutto senza che siano state riscontrate conseguenze indesiderate nelle persone che hanno sperimentato la terapia. Molti degli oltre 14 mila membri noti della famiglia dei PFAS sono collegati a problemi di salute. Secondo la classificazione dello IARC, l’International Agency for the Research on Cancer dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, però, il PFOS rientra nel Gruppo 2B, cioè “potenzialmente cancerogena”, mentre un’altra sostanza, il PFOA, è recentemente stata inserita nel Gruppo 1, quello delle sostanze “carcinogeniche per l’uomo”.

Lindhardt sottolinea l’attuale assenza di medicinali certificati che abbiano questi effetti sui PFAS nel sangue. Il meccanismo di funzionamento sembra funzionare perché i PFAS si legano allo stesso grasso che i medicinali per abbassare il colesterolo cercano di eliminare. Andandosene il colesterolo, con esso se ne vanno anche i PFAS. In questo senso, lo studio danese potrebbe aprire la strada verso altre scoperte che potrebbero portare a un futuro farmaco specifico. Per Philippe Grandjean, responsabile dell'Unità di ricerca di medicina ambientale presso l'Università della Danimarca meridionale e professore di salute ambientale alla Harvard School of Public Health, i risultati sul piccolo gruppo danese sono consistenti con quanto emerge dalla letteratura scientifica sull’argomento. “Il medicinale aumenta l’eliminazione dei PFAS dal sangue”, ha dichiarato a LeMonde, una delle testate coinvolte in The Forever Pollution Project, “Ma non sappiamo ancora se a questa diminuzione di PFAS nel sangue corrisponde una diminuzione nel fegato e nei reni”. Di sicuro, “sarebbe strano rispondere all’inquinamento industriale somministrando un farmaco alla popolazione”.

Inquinamento da PFAS in Italia

Un sito inquinato come Korsør non è un caso isolato in Europa. L’inchiesta The Forever Pollution Project, condotta da un consorzio di 18 gruppi giornalistici europei, tra cui anche un giornalista italiano, Gianluca Liva (RADAR), ha contato oltre 17 mila siti contaminati da PFAS nel nostro continente. I dati su cui è costruita la mappa realizzata dal progetto sono il frutto del lavoro di scienziati e diversi enti che a partire dal 2003 hanno raccolto e analizzato i livelli di questi inquinanti nell’acqua, nel suolo e negli organismi viventi.

In Italia, due casi già piuttosto noti sono i siti di Spinetta Marengo, in Piemonte, e l’area tra vicentino, veronese e padovano che ha il suo epicentro nel comune di Trissino. Per quanto riguarda la zona veneta, nel 2021 è stata visitata da Marcos Orellana, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per le sostanze tossiche e i diritti umani. Orellana, intervistato da il Bo Live, ha parlato apertamente di “violazione dei diritti umani delle popolazioni locali”, esposte per decenni ad agenti inquinanti che, come scrive Liva, sembrano destinate a rimanere per sempre nei territori colpiti.

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