SOCIETÀ

Un fremito di rabbia sta scuotendo il Sud America

Un fremito di rabbia sta scuotendo il Sud America, rabbia che spinge la gente in strada, i più giovani ad armarsi, la polizia a reprimere, in una spirale di violenza e di miseria, di corruzione e di autoritarismo che cresce e dilaga praticamente ovunque nel continente, con immagini che quotidianamente fanno il giro del mondo. A partire dal Cile, dove da metà ottobre è esplosa una gigantesca rivolta popolare contro il governo che per toni, dinamiche e numero di vittime ha fatto ripiombare il paese agli anni bui della dittatura di Augusto Pinochet. Ma è in corso un contagio, un effetto domino dal quale poche nazioni si salvano. C’è la situazione drammatica del Venezuela, la guerriglia in Colombia, le proteste in Ecuador, gli scontri in Bolivia, la pesantissima crisi economica in Argentina, che ha appena eletto presidente il peronista Fernandez, le tensioni politiche in Perù e in Uruguay e infine l’immenso Brasile, alle prese con le manovre dell’aspirante dittatore, Jair Bolsonaro. A far da collante tra queste vicende, diverse tra loro nella narrazione quotidiana eppure straordinariamente simili, ci sono le disuguaglianze sociali, il lavoro che manca, il potere d’acquisto che si assottiglia, ci sono populismi che crescono, governi che si sbriciolano nel vano tentativo di mantenere promesse di crescita e di trasparenza. Che dietro le quinte truccano le carte e alimentano la corruzione. O che imboccano la scorciatoia della repressione violenta delle proteste.

Un fremito di rabbia sta scuotendo il Sud America

Perché è comunque l’economia a dettare i ritmi della politica. A decretarne successi (rari) e fallimenti. Lo scorso luglio il Fondo Monetario Internazionale aveva ridotto la previsione del tasso di crescita economica per l'America Latina dall’1,4% allo 0,6%, citando tra le cause anche le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. Una stima poi ulteriormente ridotta allo 0,2%, comprendendo nel computo anche i paesi caraibici.

Certo, la politica semi-isolazionista di Trump (America First) e un sostanziale disinteresse del presidente statunitense per quanto accade in quei paesi, non ha aiutato. «Ci sono semplicemente meno risorse, soprattutto quando paragonate al boom del decennio di inizio Duemila» - ha dichiarato al Miami Herald Cynthia Arnson, direttrice del Programma latinoamericano presso il Woodrow Wilson International Center for Scholars. «La stagnazione economica è lo scenario di fondo che consente di comprendere gli eventi». Mentre c’è chi, come il quotidiano conservatore spagnolo Abc, agita lo spettro dell’influenza della Russia dietro le sommosse e le rivolte di piazza. Come se, anche in questa regione, Putin stesse tentando d’intervenire per colmare il vuoto (prezioso nello scacchiere strategico mondiale) lasciato da Trump (come in Siria, tanto per fare un esempio nell’altro emisfero).

Il Cile sprofonda nel suo passato: torture e desaparecidos

Le cronache dal Sud America di questi giorni sono colme di notizie, spesso drammatiche. Uno dei fronti più caldi è sicuramente il Cile, uno dei paesi più ricchi del continente, ma dove le disuguaglianze sono più accentuate (salario medio pari a 650 euro, enorme divario di qualità tra pubblico e privato in tema di previdenza e di istruzione). Dalla metà di ottobre i manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro l’aumento (del 4%, poco più che un pretesto) dei biglietti della metropolitana. Il governo del conservatore Sebastián Piñera ha dapprima risposto con fermezza, spingendo la polizia allo scontro, dichiarando lo stato d’emergenza, imponendo il coprifuoco come ai tempi della dittatura di Augusto Pinochet.

Ma la situazione non è migliorata, anzi. Il bilancio, in continuo aggiornamento, dice finora 10 morti e un numero imprecisato di feriti. Oltre diecimila sarebbero gli agenti e i soldati di pattuglia nelle strade. Migliaia gli arresti. Venerdì 25 ottobre una folla incontenibile (c’è chi parla di due milioni di persone) ha sfilato per le vie di Santiago per chiedere più equità sociale. Una manifestazione pacifica nelle intenzioni, ma inquinata come spesso accade dai violenti, dagli estremisti, che hanno appiccato incendi, non soltanto nella capitale: barricate, lacrimogeni, supermercati saccheggiati, hotel e centri commerciali incendiati, scontri violenti con i carabineros.

Nei sobborghi di Santiago una fabbrica di abbigliamento è stata saccheggiata e data alle fiamme: nel rogo sono stati trovati cinque cadaveri. Il presidente Piñera ha fatto allora un passo indietro: toni più concilianti e la promessa di sostituire 8 dei ministri (alcuni dei quali estimatori di Pinochet) che compongono il suo governo. Ma la mossa non è bastata a sopire la determinazione dei cileni. E già si parla apertamente di arresti arbitrari, di torture. Di violenze sessuali. Di desaparecidos. «Più che di facce nuove, abbiamo bisogno di un cambiamento nella politica», ha detto il presidente del partito socialista Alvaro Elizalde. Una situazione esplosiva.

Il Cile ha cancellato tutti i prossimi impegni internazionali, a partire dal vertice Apec del 16-17 novembre (al quale avrebbero dovuto partecipare Trump e il presidente cinese Xi Jinping). Sospeso anche il vertice Onu sul Clima che si sarebbe dovuto svolgere a dicembre, proprio a Santiago. «Una decisione presa con profondo dolore, ma ora la preoccupazione principale del governo è concentrarci sul ristabilimento dell'ordine pubblico, della sicurezza dei cittadini e della pace sociale», ha dichiarato Piñera. La Federcalcio cilena, su richiesta del governo, ha sospeso tutti i campionati.

Venezuela al collasso: milioni di profughi in fuga

Il paese è sull’orlo del baratro. Così come l’economia, con l’inflazione fuori controllo e una recessione che ha spinto la popolazione, l’intera popolazione, a livelli (di tutela sanitaria e alimentare) inaccettabili. Il Venezuela è alla disperazione. Dal 2015 a oggi sono 4,5 milioni di venezuelani che hanno lasciato il paese (oltre 1 milione i bambini) sperando di trovare altrove condizioni migliori: è il più grande esodo di massa della storia moderna in America Latina. Nel 2020 si dovrebbe arrivare a 6,5 milioni. Si stima che il 94% della popolazione venezuelana, pari a circa 30 milioni di persone, viva in uno stato di insicurezza alimentare, mentre l’82% non ha accesso a fonti di acqua sicure. Le condizioni di salute hanno raggiunto livelli drammatici: il tasso di mortalità materna sfiora il 65%, per la mancanza di strutture sanitarie e pratiche igieniche adeguate.

Secondo Medici senza frontiere ospedali e cliniche hanno personale inadeguato e forniture mediche insufficienti Anche il sistema scolastico è al collasso: quasi la metà dei professori è fuggita, chi è rimasto ha paghe da fame, le scuole cadono a pezzi. A Caracas gli insegnanti sono scesi in piazza per protestare. Pochi giorni fa, a Bruxelles, si è tenuta la “Conferenza di Solidarietà internazionale sulla crisi migratoria venezuelana”, promossa dall’Unione Europea, dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). «La crisi venezuelana e il suo impatto umanitario devono essere in cima alla scala delle priorità dell'agenda internazionale», ha dichiarato Federica Mogherini, rappresentante dell'Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza. Dalla Conferenza è arrivato anche un (piccolo) aiuto concreto: 120 milioni di euro per aiutare il Paese e le nazioni in America Latina e nei Caraibi che stanno ospitando i rifugiati (soprattutto Colombia, poi Perù e Ecuador).

A monte di questo disastro (politico, civile, umanitario) c’è il braccio di ferro tra gli Stati Uniti e il presidente venezuelano Nicolas Maduro, il “dittatore”, come viene chiamato alla Casa Bianca, erede di Hugo Chavez e vincitore incontrastato delle ultime elezioni (maggio 2018, oltre il 90% delle preferenze, ma seggi semideserti). Elezioni considerate “non libere” dagli osservatori internazionali. La crisi in Venezuela è degenerata quando, nel gennaio di quest’anno, il leader dell’opposizione Juan Guaidó è stato eletto presidente dell’Assemblea Nazionale. Il 23 gennaio, l’opposizione venezuelana ha tentato un primo colpo di stato (sponsorizzato dagli Stati Uniti) e Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim del Paese (riconosciuto da 54 paesi). Maduro ha resistito. E qui la partita è diventata parte dello scacchiere internazionale. Maduro, che rimane a tutt’oggi saldamente presidente del Paese, è sostenuto da diversi paesi tra i quali Russia, Cuba, Messico, Cina, Turchia, Bielorussia, Indonesia, Bolivia, Iran, Siria e Nicaragua. La situazione attuale è un fragilissimo stallo. Il presidente Maduro ha recentemente denunciato: «Le opposizioni stanno preparando nuove violenze e piani sovversivi per il mese di novembre: ma tutti coloro che ne risulteranno coinvolti saranno assicurati alla giustizia».

E l’Argentina torna al peronismo

Non proteste di piazza (non ancora almeno), ma urne: è da qui, dalle recentissime elezioni presidenziali, che arriva la notizia più importante: l’Argentina torna al peronismo. Bocciato dopo 4 anni il conservatore Mauricio Macrì (che non è stato in grado di mantenere le promesse, soprattutto in materia economica), gli argentini hanno dato nuovamente fiducia alla coalizione di sinistra: il nuovo presidente è Alberto Fernandez, sostenuto dal Frente de Todos. Sua vice (sulla carta) sarà Cristina Kirchner, che è stata presidente dell’Argentina dal 2007 al 2015, sconfitta proprio da Macrì e che ora rientra dalla porta principale, nonostante all’epoca fosse indicata come principale responsabile della crisi economica in cui aveva lasciato il paese.

Una figura controversa, al centro di numerose inchieste giudiziarie, per corruzione, illeciti nella gestione delle opere pubbliche e tradimento della Patria. Grazie a questa elezione Kirchner potrà continuare a far conto sull’immunità parlamentare ed evitare così le misure cautelari. Ma quando assumerà formalmente la carica di vicepresidente, il prossimo 10 dicembre, Cristina Kirchner si troverà comunque a fronteggiare 11 procedimenti giudiziari per corruzione e almeno cinque ordini di detenzione preventiva. Una vicepresidente che molti analisti giudicano “di facciata”: Alberto Fernandez, appena nel 2018, è stato portavoce di Cristina Kirchner.

 

 

Ma al netto delle analisi, resta il cambio di pagina. Alberto Fernandez («Costruiremo l’Argentina che meritiamo», ha annunciato la sera dell’elezione) come primo atto da futuro presidente, ha lanciato un appello agli argentini perché superino le divisioni elettorali e si uniscano in progetto di rinascita del Paese. Sembra una frase formale, ma non è così. E’ un punto di contatto tra peronisti e anti-peronisti, come mai prima era avvenuto. Nel loro primo incontro, dopo le elezioni, Férnandez e Macri hanno espresso pubblicamente l’intenzione di collaborare per portare l’Argentina fuori dalla recessione economica. La prima misura (condivisa dai due leader e annunciata dal presidente della Banca centrale argentina Guido Sandleris) riguarda la limitazione dell’acquisto mensile di dollari americani: da 10mila a 200 al mese per persona. L’obiettivo è frenare, in qualche modo, la svalutazione della valuta argentina, il peso. Negli ultimi mesi le riserve della Banca centrale argentina sono calate, si stima, di 22 miliardi di dollari.

Le violenze in Bolivia, Ecuador e Colombia

Ma la trama di violenze e di proteste, di rabbia e disagio sociale, tocca ogni angolo del Sud America. In Bolivia è notizia di queste ore la morte di due manifestanti (a Santa Cruz) nelle proteste contro la rielezione del presidente Evo Morales (al potere dal 2006). Scontri tra civili anche a La Paz, tra sostenitori del presidente e gli oppositori, che hanno proclamato una settimana di sciopero generale: centinaia i feriti. Elezioni che comunque sono finite nel mirino degli osservatori internazionali dell'Organizzazione degli Stati americani (OAS) che hanno avviato il 31 ottobre un'indagine sul conteggio dei risultati.

Anche in Ecuador c’è stato un violento sussulto di proteste. A innescare la miccia, i primi di ottobre, l’annuncio dell’interruzione dei sussidi per l’acquisto di carburante. Manifestanti in piazza (soprattutto tassisti e autotrasportatori), scontri con la polizia, centinaia di arresti. E sette morti. Alla fine, il presidente Lenin Moreno (che aveva addirittura deciso di spostare il governo da Quito alla città costiera di Guayaquil, dove le proteste erano meno intense) ha deciso di fare un passo indietro e revocare il provvedimento. «Con questo accordo le mobilitazioni in tutto l'Ecuador sono terminate e insieme ci impegniamo a ripristinare la pace nel Paese», ha scritto in un comunicato firmato assieme ai leader della protesta.

In Colombia tornano d’attualità gli assalti delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. In un agguato nella riserva di Tacueyò, a La Luz, nell’ovest del paese, sono state uccise 5 persone: una governatrice indigena e le sue quattro guardie del corpo. Il commando armato di guerriglieri dissidenti, scesi da un furgone nero, avrebbe sparato anche sulla popolazione civile. E proprio contro le Farc si è pubblicamente espressa Claudia Lopez, la prima donna eletta sindaco a Bogotà, leader del partito Verde: un cenno di novità in un paese ancora lacerato e dal futuro incerto.

Il “caso” Bolsonaro

In Brasile resta alto il livello di tensione dovuto non soltanto all’endemica corruzione, ma anche a causa delle politiche (e alle dichiarazioni) controverse del presidente Jair Bolsonaro (estrema destra). Nei mesi scorsi in migliaia erano scesi in piazza per protestare contro i tagli ai fondi per l’istruzione (una riduzione consistente, pari a circa 1,6 miliardi di euro) e contro la riforma del sistema pensionistico, avviata nel tentativo, finora vano, di riportare ordine nei conti pubblici. Bolsonaro ha così definito i manifestanti: «Utili idioti manipolati da una minoranza che costituisce il cuore delle università federali del Brasile».

Finito nel mirino per la questione degli incendi in Amazzonia, poche ore fa il presidente del Brasile, intervenendo alla Future Investment Initiative a Riyad, ha ammesso di aver "potenziato" gli incendi nella foresta amazzonica, essendo in disaccordo con le politiche attuate dai precedenti governi. Sempre Bolsonaro, a proposito delle tensioni in Cile, ha dichiarato che “le proteste contro il governo di Sebastián Piñera sono causate della fine della dittatura cilena più di 30 anni fa e dai successivi governi di sinistra”.

Nel marzo scorso il presidente brasiliano ha chiesto al ministero della Difesa di organizzare le commemorazioni della dittatura militare in Brasile, iniziata il 31 marzo 1964 e durata fino al 1985, elogiando apertamente il regime autoritario. In Parlamento, Bolsonaro vive momenti di tensione con il suo stesso partito. Ma c’è anche un’emergenza legata alla sicurezza. Il mese scorso migliaia di abitanti delle favelas hanno manifestato a Rio de Janeiro dopo l'uccisione di una bambina di 8 anni, Agatha Vitoria Sales Felix, dai colpi d'arma da fuoco della polizia. Colpi sparati durante un inseguimento. Dallo scorso gennaio, data d’insediamento sia del presidente Bolsonaro, sia del governatore Wilson Witzel, 1.249 persone sono rimaste uccise durante operazioni di polizia.

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