SCIENZA E RICERCA

Homo antecessor, un nostro lontano prozio

La sua dentatura ricorda quella di Homo erectus. Ma la forma del suo volto è tremendamente simile a quella di Homo sapiens. Per oltre 25 anni Homo antecessor ha dato del filo da torcere agli antropologi: come collocare nell’albero genealogico dell’umanità quest’ominide vissuto in Europa tra gli 800.000 e 1,2 milioni di anni fa, senza avere un Dna utilizzabile per le analisi? La risposta, appena pubblicata su Nature, era incapsulata in un dente, un molare per la precisione. È infatti analizzando il suo smalto dentale che il team dell’Università di Copenaghen guidato da Enrico Cappellini è riuscito a capire che Homo antecessor è uno stretto parente dell’ultimo antenato comune a Homo sapiens, Neanderthal e Denisova. Un nostro lontano prozio, insomma.

La storia di questo enigma comincia tra il 1994 e il 1995 quando nel nord della Spagna, nei siti di Gran Dolina e Sima del Elefante nella Sierra de Atapuerca, vengono alla luce circa 80 frammenti ossei. Ben presto si scopre che appartengono a sei individui diversi di una nuova specie di ominide, vissuta all’incirca un milione di anni fa: Homo antecessor, appunto. Sulla sua posizione nel “cespuglio” di famiglia del genere Homo, però, gli antropologi si dividono: per qualcuno è l’ultimo antenato comune di Neanderthal, Denisova e sapiens; per altri è un membro di Homo erectus. Ma per far luce sulla questione non si può ricorrere al Dna: dopo circa mezzo milione di anni, anche il Dna meglio conservato si degrada e diventa illeggibile, lasciando così “al buio” gran parte della nostra storia evolutiva. 

«Il Dna può rimanere incorporato all’interno di ossa fossilizzate o di “gomma da masticare” preistorica per circa 500.000 anni» ha spiegato Enrico Cappellini, professore associato presso il Globe Institute dell’Università di Copenaghen. «Questo lasso di tempo copre l’ascesa in Africa della nostra specie, Homo sapiens, circa 300.000 anni fa. Ma prima di allora, per la Terra vagavano molti altri ominidi, tra cui Homo antecessor». Utilizzare il Dna per stabilire le sue parentele, dunque, sarebbe stato impossibile. Ed è per questo che Cappellini e il suo gruppo hanno cambiato strategia. 

Per spingersi più indietro nel tempo e ricostruire la nostra storia evolutiva hanno fatto ricorso alla paleoproteomica, cioè all’analisi del corredo di proteine di un individuo grazie alla spettrometria di massa. Un approccio innovativo che ha consentito di superare i limiti temporali imposti dal Dna. Del resto Cappellini non è nuovo a questa tecnica: l’aveva già utilizzata per studiare un rinoceronte vissuto 1,77 milioni di anni e un primate risalente a 1,9 milioni di anni, il Gigantopithecus blacki.

Quello che si guadagna nella capacità di lettura nel tempo profondo grazie alle proteine, però, si perde in qualità e quantità delle notizie ricavate. Le proteine infatti custodiscono meno informazioni rispetto al Dna e variano poco da specie a specie, ma valeva la pena tentare. E perciò si è pensato di esaminare la composizione dello smalto dentale diun molare appartenuto a unHomo antecessorvissuto 800.000 anni fa e ritrovato nel 1994 a Gran Dolina dall’antropologo José María Bermúdez de Castro.

Grazie alla spettrometria di massa, il team dell’Università di Copenaghen guidato da Cappellini in collaborazione con gli scienziati del Centro nazionale di ricerca sull’evoluzione umana (CENIEH) di Burgos, in Spagna, ha identificato sette proteine nello smalto dentale, di cui una specifica del cromosoma Y, che ha svelato così il sesso di quell’individuo di Homo antecessor.  Una volta ottenuto il proteoma – cioè l’insieme delle proteine dello smalto dentale – il gruppo lo ha poi confrontato con quello di un esemplare di Homo erectusrinvenuto a Dmanisi, in Georgia, e datato a circa 1,77 milioni di anni fa. E sono riusciti così a determinare con sicurezza la posizione di Homo antecessornell’albero genealogico umano.

Stando alla proteomica, infatti, Homo antecessor appartiene a un ramo filogenetico strettamente imparentato con il ramo su cui si innestano le altre tre specie di Homo: sapiens, neanderthal e denisova. Non è l’ultimo antenato comune a noi, ai neanderthaliani e ai denisoviani. Ma è un suo stretto parente, una sorta di fratello. È dunque un nostro lontano zio.

Inoltre questo nostro pro-prozio ha un volto che assomiglia davvero al nostro. Tanto che alcuni caratteri del cranio e della forma del viso che noi sapiens abbiamo conservato potrebbero essere molto antichi. La nostra faccia, insomma, ce la porteremmo dietro da centinaia di migliaia di anni. E una forma del cranio caratteristica come quella dei Neanderthal, con fronte inclinata all’indietro e un naso sporgente, da sempre considerata arcaica, sarebbe invece una forma derivata, sviluppatasi cioè in un’epoca successiva e più recente.

Considerando che la linea evolutiva dell’uomo si è separata da quella degli scimpanzé tra i 7 e i 9 milioni di anni fa, molta della nostra storia evolutiva rimane ancora da scoprire e da definire. E dopo il Dna, visti gli egregi risultati, la paleoproteomica potrebbe essere un nuovo asso nella manica da tirar fuori per comprendere i bivi e i vicoli della nostra tortuosa strada.

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