SCIENZA E RICERCA

Ilaria Capua: le mie battaglie per la scienza

“Vaccini? Quando sento come se ne parla mi viene la pelle d’oca”. E poi ancora: “L’influenza spagnola deve farci ricordare quanto può essere pericolosa una pandemia, e spingere l’Europa a investire negli strumenti per contrastarla”. Ma anche i rapporti tra giustizia e scienza, le opportunità per la ricerca italiana provenienti dalla Brexit e il ruolo delle donne: la virologa di fama mondiale Ilaria Capua a tutto campo nell’intervista esclusiva concessa a Il Bo Live.

Ilaria Capua oggi dirige il One Health Center of Excellence della University of Florida; prima però ha lavorato per 18 anni presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro (PD), dove ha contribuito a creare il gruppo di ricerca appena selezionato dalla Commissione europea come Laboratorio europeo di riferimento per l’influenza aviaria e la malattia di Newcastle. Vincitrice di numerosi premi e riconoscimenti internazionali, il suo nome è legato in particolare allo sviluppo del test diagnostico “DIVA” (Differentiating Vaccinated from Infected Animals), che per la prima volta nel 2000 ha aperto le porte alla vaccinazione di massa del pollame, e alla battaglia per una scienza Open Access, più aperta e trasparente.

I vaccini

“I vaccini sono la scoperta – in certi casi l'invenzione – che più ha impattato sulla salute dell'umanità: non si possono liquidare in due parole assieme tutte le problematiche che girano intorno alla vaccinazione. Certi vaccini sono meno efficaci di altri, ma tra questo ed essere dannosi di mezzo c'è l'oceano. Mi piacerebbe che proprio dall'università di Padova potesse partire una voce per ridimensionare le cose inappropriate che si dicono sulle vaccinazioni”.

Continua la scienziata: “I 100 anni dall’influenza Spagnola ci devono ricordare che batteri, virus e anche i funghi possono, per cause che sono moltissime e diverse, diventare veri e propri killer. Per questo dobbiamo attrezzarci per tempo e lavorare sulla sanità pubblica e sulla prevenzione di base: non come padovani, veneti o italiani, ma come europei”.

L'inchiesta giudiziaria

“Nel 2013 accettai di candidarmi in Parlamento; iniziai questa nuova vita come una missione, per cercare di portare le ragioni della scienza nelle stanze dei bottoni. Purtroppo non ci sono riuscita, mi è mancato il tempo: il 4 aprile del 2014 l'Espresso ha pubblicato un articolo di cinque pagine nel quale mi si accusava di essere una trafficante di virus… la mia reputazione è stata completamente distrutta”.

Nel 2016 Ilaria Capua è stata prosciolta da ogni accusa: nel frattempo però aveva già deciso di proseguire la sua carriera negli Stati Uniti, dove oggi dirige un centro di ricerca d’eccellenza. “One Health di fatto sta a significare che la salute dell'uomo, degli animali, delle piante e dell'ambiente vanno gestite come se si trattate di una salute unica. Noi siamo quello che respiriamo, mangiamo e beviamo, così è per le piante e anche per il mondo animale”.

I rapporti con l’Italia non sono comunque interrotti: “Il mio ex gruppo di ricerca è diventato a marzo di quest’anno, esattamente vent'anni dopo che ho messo piede in quel laboratorio, il centro di referenza europeo per l’influenza aviaria. Per me è motivo di grandissima soddisfazione”. Un esempio dei possibili benefici derivanti dalla Brexit per la ricerca italiana: vecchio centro di referenza si trovava infatti in Inghilterra. La studiosa oggi collabora anche con diversi colleghi dell’università di Padova.

L’impegno per le donne

“Le giovani donne sono ormai la forza della scienza nel prossimo ventennio – continua la virologa al microfono de Il Bo Live –; dobbiamo quindi investire e tirare fuori da loro le capacità di leadership, di management, di fare squadra. Dobbiamo insegnare a queste ragazze a essere leader, perché purtroppo di solito tendono a essere troppo severe con se stesse e a non sentirsi all’altezza”.

“Io sono stata vittima di quella che chiamo una vicenda di ‘amara giustizia’… – conclude Ilaria Capua –. Nelle pieghe delle pagine dei fascicoli giudiziari c'è la vita della gente e forse molti di noi che non sono stati toccati da storie di questo tipo non se ne rendono conto. Io ne sono stata toccata e quindi sento il dovere morale di parlare della assoluta necessità che noi abbiamo, come Paese, di una giustizia che sia più ‘scientifica’ – che capisca le questioni scientifiche e non tragga conclusioni non supportate scientificamente – e più umana”.

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