CULTURA

Le incredibili storie dei biomateriali che riparano il nostro corpo

Un libro sulla scienza dei materiali. Era lì, sul divano, e la recensora non lo aveva preso in mano. Poi da quel divano è passato un amico curioso, che ha sfogliato le prime cento pagine in mezzo pomeriggio, e lo ha restituito a malincuore. E soprattutto è arrivato il padre della recensora (lettore severissimo di saggistica scientifica), e il libro sulla scienza dei materiali è diventato un caso. Che recensora sei, se lasci sul divano un libro di scienza dei materiali?

In effetti il tema sembra essere di moda: negli ultimi anni sono almeno tre i libri sulla scienza dei materiali passati da quel divano. E la materia è interessante: forse soffre la mancanza di un nome unico o la difficoltà a darne una definizione immediata, come “chimica”. Ma di certo non soffre la mancanza di quel che più serve a costruirci un buon libro. Cioè le storie: tante storie divertenti, curiose, umane che possono essere intrecciate in maniera intelligente come qui. Un libro che, per la precisione, non parla solo di “materiali”, ma di “materiali per la vita”, cioè quelli che inseriamo all’interno del nostro corpo. Il libro è Materiali per la vita – Le incredibili storie dei biomateriali che riparano il nostro corpo: 224 pagine scritte da Devis Bellucci, fisico di formazione e oggi ricercatore all'Università di Modena e Reggio Emilia, per i tipi di Bollati Boringhieri. 

Una storia antica quanto i nostri malanni

Coi materiali per la vita abbiamo a che fare più o meno tutti: chi ha avuto problemi coi denti, chi è passato dalle grinfie di un chirurgo ortopedico, chi ha avuto una ferita suturata con i fili riassorbibili, chi si è operato di cataratta o più semplicemente indossa lenti a contatto. Non ci abbiamo mai pensato, ma la storia dei biomateriali, spiega Bellucci nell’introduzione, è antica quanto i nostri malanni: si pensi alle protesi di legno o alle dentiere in avorio o conchiglia che i medici antichi proponevano ai propri pazienti. E il progresso della loro tecnologia ha guidato il progresso della chirurgia e di certa medicina, insieme alle procedure e ai farmaci per garantire la sterilità dell’impianto e del campo operatorio.

Ma per quanto riguarda la ricerca specifica sui materiali per la vita, si distinguono almeno due fasi: una precedente agli anni settanta del Novecento e una che comincia nel 1971. Nella prima fase si usavano materiali il più possibili inerti, nella speranza che non suscitassero reazioni di rigetto o che non si degradassero o corrodessero. Erano materiali studiati per altri scopi, per esempio per farci vetri per veicoli aerei, che si scoprivano essere accettati dal corpo umano e potevano diventare così delle stupefacenti lenti a contatto.

Nella seconda fase le cose cambiano in maniera radicale. Grazie al lavoro di un ingegnere completamente digiuno di medicina, che poi cambierà mestiere e si dedicherà alla narrativa per bambini e alla poesia, nasce il primo materiale sintetico che si lega ai tessuti umani, reagisce biochimicamente con essi e finisce per fondersi a loro. Era il primo materiale bioattivo della storia, il biovetro e segnò il suo primo successo restituendo l’udito a una signora che aveva avuto la catena degli ossicini dell’orecchio lesionata da un’infezione.

Chi sarà il primo a infilarsi nell’occhio una lente a contatto o un cristallino artificiale?

Una umanità imperfetta e il nostro tentativo di correggerci

La storia dei materiali è tutta così: un visionario che ha un’intuizione chiave a partire da un’osservazione geniale, o da una domanda nuova, e poi la sperimenta. Solo che qui i materiali devono essere “per la vita” quindi anche le sperimentazioni sono originali e meritano tutte una storia. Anche perché l’annoso problema del “chi va per primo” qui assume declinazioni particolari. Chi sarà il primo a infilarsi nell’occhio una lente a contatto o un cristallino artificiale? (“Lei lo farebbe a suo figlio?”). Il primo a farsi mettere uno stent in una coronaria ostruita, una protesi d’anca di teflon o (meglio) di polietilene o il primo a farsi innestare un dispositivo al titanio nel braccio, sapendo che fino a quel momento si sono fatte solo curiose, e pressoché casuali, osservazioni sui topi? E poi che cosa ci facciamo con un impianto al titanio nel braccio? (Beh, sono nati così gli impianti dentali che si integrano nell’osso, per esempio, che hanno sostituito la pericolosa amalgama al mercurio).

Peraltro la storia dei biomateriali, come tutte le storie di ricerca scientifica, è anche ricca di rivalità, mancati riconoscimenti e astuzie varie. E di nuovo come spesso succede si scoprono pionieri italiani che avrebbero potuto avere la gloria (e redditizi brevetti) ma sono stati soffocati dalla nostra esterofilia o da un malinteso senso di filantropia, ma anche dalla feroce stupidità delle leggi razziali.

Leggere le storie dei biomateriali è anche leggere la storia dell’umanità imperfetta che siamo, e di come e dove abbiamo cercato di correggere le nostre imperfezioni. È la storia di quell’americana di 29 anni, madre di sei figli, che aveva deciso di togliersi un vecchio tatuaggio che si era fatta fare sul seno dopo il divorzio, e accettò di fare da cavia per la prima protesi mammaria al silicone in cambio di un’aggiustatina alle orecchie a sventola. Lei è ancora viva, ha ottant’anni ed è tuttora fiera della sua coppa C, ma lo stesso non si può dire degli sciagurati che hanno deciso di iniettarsi olio di silicone industriale nei seni o paraffina nei corpi cavernosi del pene. 

Infine ci sono le frontiere alla “uomo bionico” e del cyborg che meritano un po’ di dibattito come la medicina rigenerativa e tutta la scienza che può spingerci un po’ più in là, renderci migliori di come saremmo se ci pensasse solo la natura.

Qui si arriva alla terza fase della storia, quella in cui i materiali non si limitano a sostituire, ma riparano e rigenerano i tessuti. In cui si fondono alla nostra materia biologica. E ci trasformano, forse, chissà. 

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