SOCIETÀ

Israele e il baratro da cui non si torna più indietro

L’attacco lanciato da Hamas a Israele è di una violenza e di una gravità tale da superare e minimizzare qualsiasi considerazione politica attinente al “prima”: l’arroganza politica e militare, l’occupazione indebita, il tentativo smisurato di sottomissione. C’è invece l’adesso, la cronaca che sgomenta, che evoca la vendetta, anzi di più, l’annientamento del nemico, mentre la scossa della guerra travolge l’intero Medio Oriente, dove nessuna nazione potrà voltarsi dall’altra parte, con il timore, o meglio il terrore, dell’innesco di un effetto domino che comunque porterà distruzione e dolore, fin dove, chissà. I confini di questo nuovo/antico conflitto devono essere ancora disegnati con chiarezza, e molti giorni passeranno prima che la nebbia si diradi. Ma è certo che questo attacco (improvviso per chi l’ha ricevuto, ma pianificato al millimetro dagli esecutori) ha scavato non un solco, ma un baratro da cui non si tornerà più indietro. Il 7 ottobre come l’11 settembre: una data incancellabile per Israele, a prescindere da come andrà a finire. Un attacco che spazza via 75 anni di storia tormentata, che travalica i torti e le ragioni, che arma anche gli indecisi, che umilia le vittime, che calpesta il dolore e la dignità delle popolazioni civili, ancora una volta sopraffatte dalla follia e dal fanatismo di gruppi armati e di gruppi di potere, categorie che a volte coincidono. Mentre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riunito d’urgenza per affrontare la gravissima questione, non è riuscito a trovare nemmeno l’accordo per stilare una dichiarazione scritta di condanna per l’azione dei terroristi palestinesi. E mentre torna a circolare in rete una dichiarazione di Mahmoud Al-Zahar, dirigente e co-fondatore di Hamas, che alla fine dello scorso anno farneticava: «Israele è soltanto il primo obiettivo. L’intero pianeta sarà sotto la nostra legge, non ci saranno più ebrei o traditori cristiani».

Netanyahu e la risposta ai terroristi

Con queste premesse, le regole sono destinate a saltare. Il Jerusalem Post, autorevole quotidiano israeliano su posizioni di centro-destra moderato, lo scrive chiaramente: «Le azioni barbariche di Hamas dovrebbero spaventare ogni essere umano decente. Sono stati scioccanti. Ma non possono essere considerate una sorpresa. Hamas è un movimento terroristico e ha fatto quel che fanno i movimenti terroristici: uccidono, feriscono, rapiscono. Hamas non ha bisogno di una scusa per danneggiare Israele e uccidere gli israeliani. Hamas non si considera vincolato dallo stato di diritto internazionale. Sta combattendo una guerra santa, una jihad. Quando lo shock iniziale della portata e della gravità dell’invasione svanirà, i leader mondiali che oggi condannano fermamente Hamas inevitabilmente tireranno fuori i loro stanchi ammonimenti su una “risposta proporzionata”. Ma cos’è proporzionato a un attacco omicida deliberato che provoca la morte di centinaia di persone innocenti? Alla domanda sul perché Israele e Hamas non si siedano e parlino invece di uccidersi a vicenda, la nostra risposta deve essere: “Per la stessa ragione per cui gli Stati Uniti e al-Qaeda non possono discutere e scendere a compromessi”. Le organizzazioni islamiste, jihadiste e terroristiche non mirano a un gentlemen’s agreement, a una stretta di mano. Israele in passato era riuscito a porre fine ai round di ostilità da Gaza consentendo un afflusso di denaro del Qatar e permettendo a più lavoratori palestinesi di Gaza di entrare in Israele sulla base della teoria che ciò avrebbe alleviato le difficoltà economiche complessive lì e quindi ridotto la tensione e la probabilità di attacco. Abbiamo visto che tragico errore è stato».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è chiamato ora a giocare la sua partita più delicata. L’attacco palestinese l’ha colto di sorpresa, spingendolo sul banco degli imputati (stavolta moralmente: la sua personale battaglia giudiziaria con i processi per corruzione fa parte del “prima”, come il più recente tentativo, aspramente contestato, di riforma della giustizia) per non aver saputo prevenire, lui e i suoi attuali sodali dell’estrema destra che pure della sicurezza avevano fatto un mantra. Gli analisti parlano di “fallimento storico”. Yossi Verter, tra i più autorevoli giornalisti israeliani, ha scritto su Haaretz un feroce atto di accusa contro il premier: «Netanyahu e la sua agenda spericolata e squilibrata, insieme al suo governo degli orrori, che ha fatto a pezzi questa nazione, ha portato questa guerra su di noi. Hamas, vedendo un pubblico lacerato e pieno di odio, con un establishment della difesa le cui persone migliori rifiutano di servire, ha trovato difficile resistere alla tentazione. In Medio Oriente non c’è vuoto. Se diventiamo più deboli, i nostri nemici diventano più forti. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è consapevole del danno all’establishment della difesa e dell’erosione della deterrenza da quando lui e il ministro della Giustizia Yariv Levin hanno lanciato il loro colpo di stato giudiziario. È lui la colpa dell’imprudenza criminale. Il famoso statista ha scommesso sul principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, con un accordo di normalizzazione con l’Arabia Saudita inteso a garantire lidi politici sicuri. E anche questi si stanno ritirando ora». Ora Netanyahu punta a formare un governo di unità nazionale per fronteggiare l’emergenza, compresa la questione tutt’altro che secondaria degli ostaggi militari e civili in mano ai palestinesi (secondo l’ex ambasciatore australiano in Israele, Dave Sharma, «sarà un’operazione incredibilmente difficile»), ma la presenza dei partiti dell’ultradestra potrebbe rallentare le operazioni.

L’obiettivo di Hamas: bloccare l’accordo di pace tra Israele e Arabia Saudita

Nulla esclude (anzi, c’è chi avvalora proprio questa tesi) che il vero obiettivo dell’attacco di Hamas fosse quello di far saltare l’accordo tra Israele e Arabia Saudita. Un accordo, fortemente voluto dagli Stati Uniti (che dal 2020 ha mediato per far ottenere a Israele “riconoscimenti” con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan) che appena venti giorni fa veniva presentato dallo stesso Netanyahu con parole che, a leggerle oggi, suonano come un paradosso: «Questa pace con l’Arabia Saudita farà molto per porre fine al conflitto arabo-israeliano e incoraggerà altri Stati arabi a normalizzare le loro relazioni con Israele», aveva annunciato il premier israeliano. «L’accordo incoraggerà una più ampia riconciliazione tra ebraismo e islam, tra Gerusalemme e la Mecca, tra i discendenti di Isacco e i discendenti di Ismaele. La pace tra Israele e Arabia Saudita creerà davvero un nuovo Medio Oriente: mentre il cerchio della pace si espande, un percorso verso una vera pace con i palestinesi può finalmente essere raggiunto». Non è andata così. «L’accordo era vicino, c’era molta fiducia, ma al momento penso sia morto, anche se questo non significa che possa essere rilanciato in un altro momento», ha dichiarato Ian Bremmer, presidente e fondatore di Eurasia Group. Politicamente (per Netanyahu, per Israele, ma anche per gli Stati Uniti) è una sconfitta grave. Soprattutto perché, nelle attuali condizioni, il rischio che la situazione possa sfuggire di mano è altissimo. La Casa Bianca ha promesso aiuti militari a Israele, ma al tempo stesso sta lavorando freneticamente a “ricucire” un tessuto diplomatico in grado di resistere alla pressione. In quest’ottica vanno inserite le telefonate tra il Dipartimento di Stato americano e alcuni paesi-chiave della regione: Egitto, Qatar, la stessa Arabia Saudita, perfino la Turchia, che in un futuro più o meno immediato potrebbe acquisire un importante ruolo di mediazione. Il presidente americano Biden sa bene che il momento è delicatissimo, al punto da lanciare una sorta di monito: «Lasciatemi dire nel modo più chiaro possibile: questo non è il momento per qualsiasi parte ostile a Israele di sfruttare questi attacchi per cercare vantaggi. Il mondo sta guardando». Sembra ormai evidente che non tutte le parti in causa hanno accolto con favore l’accordo tra Israele e Arabia Saudita. Basti pensare che il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, dopo una telefonata con il Segretario di Stato americano Antony Blinken, ha sì condannato le violenze contro i civili, ma non l’attacco di Hamas. Mentre l’Iran, inizialmente indicato come “mandante” dell’operazione di Hamas, ha negato di essere in alcun modo implicato negli attacchi. Lo stesso Blinken ha dichiarato che, al momento, «non ci sono prove» del coinvolgimento diretto dell’Iran. Iran che ha peraltro convocato una riunione di emergenza dell’OIC, l’Organizzazione della cooperazione islamica.

E dunque ora? Due elementi appaiono evidenti: l’azione di Hamas non è estemporanea, ma è frutto di un accordo (con chi è ancora da stabilire). Secondo punto: la reazione furibonda di Israele era più che prevedibile. L’escalation sembra inevitabile. Con l’estrema destra israeliana ormai senza più freni. «Basta con la “proporzionalità”: è tempo di fare passi radicali», scrive Ariel Kahana su Israel Hayom. «Questa volta Israele deve rimandare Gaza all’età della pietra, sequestrando alti funzionari di Hamas e le loro famiglie, distruggendo le loro magnifiche case, gli alti edifici, i ristoranti e le passeggiate a Gaza».

Ma neanche la vendetta più feroce può offrire garanzia di soluzione. Ne è convinto Sreeram Chaulia, preside dell’Università indiana Jindal School of International Affairs: «Portare avanti una guerra totale contro Hamas non risolverà l’insicurezza fondamentale di Israele, che ha un carattere strutturale. Le precedenti guerre tra Israele e Hamas nel 2008-2009 e nel 2014 non hanno messo a tacere la questione. Affinché Israele ottenga pace e stabilità a lungo termine, l’unica via percorribile è un accordo politico reciprocamente accettabile con i palestinesi, sottoscritto da un più ampio accordo regionale. La formula della “soluzione a due Stati”, che per lungo tempo era stata propagandata come l'unica soluzione possibile, giace a brandelli. Nemmeno la maggioranza dei palestinesi, frustrati dalla sempre crescente emarginazione economica e politica, ormai la sostiene. Israele dovrebbe aprire un canale di dialogo con l’Iran per stabilire linee rosse e restrizioni reciprocamente accettabili. Gli Stati Uniti, che vedono l’Iran come un nemico e si coordinano strettamente con Israele per punire l’Iran per le sue “attività maligne”, devono rendersi conto che questa pressione non sta aiutando a spegnere le fiamme nella regione. L’Arabia Saudita, che ha stretto un riavvicinamento con l’Iran e sta cercando limitate concessioni israeliane per i palestinesi al fine di normalizzare le sue relazioni con Israele, può svolgere un ruolo costruttivo. Un nuovo approccio basato sulla moderazione reciproca e sulla concordia regionale è l’unica via d’uscita da questo circolo vizioso».

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