SOCIETÀ

L'etica del disastro

Uno dei principi fondamentali in bioetica è: primum non nocere, e significa che non causare un danno è prioritario rispetto a dare aiuto. Questo implica che bisogna evitare qualsiasi pratica in cui il rischio di arrecare danno è superiore al beneficio atteso. Va da sé che questo imperativo non si applica solo all'ambito clinico, ma trova conferma anche quando si trattano temi politici e sociali.

C'è un codice di condotta da seguire quando si cerca di aiutare gli altri? Le nostre più nobili intenzioni, nel momento in cui vengono tradotte nella pratica, rischiano di avere delle ripercussioni indesiderate, se non vengono pensate a sufficienza. E cosa succede quando l'ambito a cui si riferisce non coinvolge solo poche persone e le loro interazioni, bensì organizzazioni intere di studiosi e scienziati che offrono il loro aiuto per salvare una grossa fetta di umanità e risolvere problemi che hanno un impatto su larga scala? In questi casi portare un aiuto ragionato e ben gestito è a dir poco vitale.

Due recenti articoli di Nature e di Science indagano il problema da due prospettive diverse: l'articolo di Nature con riferimento ai tempi e alle modalità del soccorso, chiedendosi se non sia necessario definire un protocollo che i medici, gli ingegneri e tutti gli altri studiosi dovrebbero seguire quando esaminano i disastri avvenuti ed elaborano piani di intervento. Su Science, invece, si parla di prevenzione. Più in particolare, viene affrontato il dilemma etico di stabilire fino a che punto e in che modo sia giusto avvertire i cittadini del pericolo di un terremoto.

Gli articoli presi in considerazione, però, sottintendono la stessa considerazione: l'intervento in caso di eventi disastrosi, per quanto fondamentale, deve essere gestito con criterio e con attenzione al modo in cui i cittadini colpiti recepiscono gli aiuti, studiando per bene l'impatto sociale e culturale che hanno le pratiche di prevenzione e soccorso a livello umano.

Quanto è importante effettuare sopralluoghi, interviste e controlli immediati con il fine di limitare i danni e prevenire disastri futuri quando uno tsunami, un terremoto, o un altro cataclisma mette in ginocchio una zona o un intero paese? A prima vista diremmo che è indispensabile, anche perché ciò che negli anni ha permesso di prevenire e arginare possibili catastrofi sono stati proprio gli interventi messi a punto a partire dalla valutazione di cosa è avvenuto nel passato. Eppure, alcune modalità di agire che noi consideriamo delle vere e proprie strategie salvavita spesso vengono additate come invasive, irrispettose o del tutto sbagliate da parte dei cittadini e dei governi locali.

L'articolo di Nature riporta l'esempio di uno degli tsunami più catastrofici mai registrati, quello che nel 2004 colpì l'Oceano indiano, abbattendosi su Indonesia, Thailandia, Sri Lanka e India. Gli aiuti giunsero da molti paesi del primo mondo, peccato che la presenza dei soccorritori e dei ricercatori arrivati sul posto per studiare i danni e organizzare un piano di salvataggio fu spesso percepita dagli abitanti come esageratamente invasiva e persino irrispettosa. Le ricerche fatte dopo quell'evento disastroso portarono un enorme contributo alla ricerca contro i cataclismi, ma da allora gli stati più soggetti a questo genere di disastri mettono in atto delle misure restrittive con lo scopo di limitare e regolamentare l'intervento dei soccorritori stranieri.

Cos'è che hanno sbagliato i soccorritori? Prima di tutto, erano stati dati per scontati alcuni concetti come “resilienza” e “vulnerabilità”, che a seconda delle culture possono avere significati diversi. Il rischio, quando si interviene per studiare la situazione nelle zone disastrate è dimenticare il lato umano e sociale della faccenda. Inoltre, in molti casi era mancata la collaborazione tra i ricercatori stranieri e gli studiosi locali, per cui erano stati sprecati tempo ed energie preziosi. Spesso non è così scontato portare aiuto a popolazioni che non si conoscono bene, ma in generale non bisogna dimenticare che si sta interagendo con persone reduci da un vero e proprio shock, per cui bisognerebbe tenere conto dei lor bisogni ed evitare di stressarli esageratamente. Questo potrebbe significare che la ricerca scientifica dovrebbe essere un mezzo mirato a garantire il benessere delle persone, non viceversa.

Il problema di fondo, probabilmente, è che non esiste al momento un codice di condotta ufficiale e condiviso riguardo ai comportamenti a cui attenersi in questi casi. Un protocollo studiato e ben delineato – stilato magari dall'Ufficio delle Nazioni unite per la riduzione del rischio di disastri (UNDRR) – potrebbe regolare la collaborazione tra studiosi di nazionalità diversa e di ambiti diversi, nonché suggerire le corrette modalità di interazione con le vittime, evitando così di causare ulteriori danni e consentire un intervento rapido ed efficiente nelle zone disastrate.

I dilemmi etici da affrontare quando si tratta di gestione delle emergenze riguardano però anche un altro, fondamentale, ambito: quello della prevenzione. A Los Angeles, in California, zona notoriamente nota per il suo alto rischio sismico, è stata sviluppata e distribuita un'applicazione che avverte i cittadini nel caso in cui si presenti il rischio di un imminente terremoto. Gli abitanti sono consapevoli che tale sistema non è affidabile al 100%, ma nonostante ciò si sono verificati alcuni problemi nella selezione delle informazioni che sono state inviate. L'app è collegata al sistema EEW di ShakeAlert di monitoraggio dell'attività sismica del terreno, per cui, se il sistema avvertiva delle scosse superiori a 4 sulla scala di intensità Mercalli MMI, generava un avviso e l'app inviava una notifica.

Il sistema, di fatto, può funzionare. Il problema è che si sono verificati dei casi in cui l'app non ha previsto uno scuotimento che è stato sentito in tutta la città perché la scossa che l'aveva annunciato non si era rivelata particolarmente intensa. Successivamente, la soglia di allarme è stata abbassata a 3 sulla scala MMI, ma questo significa che l'app poteva inviare segnali, suscitando allerta e paura nella popolazione, che potevano rivelarsi dei falsi allarmi. Come si può tarare, allora, un dispositivo del genere? La domanda di fondo è tanto semplice quanto di difficile risposta: è meglio lasciare i cittadini all'oscuro, evitando panico e allarmismo, finché non si è davvero sicuri di quello che dovrebbe succedere, oppure è meglio avvertire sempre e comunque, in modo tale che i cittadini siano sempre pronti, anche se si dovesse trattare di un falso allarme?

Secondo un luogo comune, è meglio prevenire che curare, per cui sembra che la seconda opzione sia più compatibile anche con il principio per cui bisogna prima di tutto evitare il danno. Ma siamo sicuri che gettare una popolazione nel panico sia il male minore? Come nota Science, un falso allarme può avere serie ripercussioni, anche semplicemente per la reazione che si potrebbe avere nel ricevere la notifica dell'app mentre si è alla guida. Non è così banale, dunque, quantificare i danni in questo caso e capire in che modo sia più corretto intervenire per tarare il sistema nel modo più opportuno.

Per fortuna, al momento è proprio questo l'obiettivo degli sviluppatori dell'applicazione, quindi resta solo da confidare che questo sistema progredisca e impari dagli errori commessi, così da diventare uno strumento affidabile e prezioso nella prevenzione dei disastri e nelle segnalazioni pubbliche.

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