UNIVERSITÀ E SCUOLA

Luglio 1938, il razzismo entra negli atenei

di Daniele Mont D'Arpizio

A volte si sente ripetere cose come che il razzismo “si guarisce con libri e viaggi”, come se la paura e l’odio per il diverso dipendessero dal grado di istruzione e dalla varietà di esperienze. Ma non è così. O, per lo meno, non lo è sempre stato: c’è stato un periodo in cui alcune delle migliori menti sono state infettate dal razzismo, in cui questo è nato e cresciuto nelle accademie e nei laboratori, nelle spedizioni scientifiche e nei saggi delle riviste specializzate.

Il 14 luglio 1938 sulGiornale d’Italiausciva Il Manifesto degli scienziati razzisti, detto anche Manifesto della razza, ripreso qualche giorno più tardi sul primo numero della rivista La difesa della razza, diretta da Telesio Interlandi e voluta da Mussolini in persona. “Le razze umane esistono – esordiva il documento –. L'esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi”. E proseguiva: “La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà è ariana” (quarto punto), “esiste ormai una pura ‘razza italiana’” (punto sei), per arrivare a “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana (…) Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani”.

Il manifesto era firmato da una decina di accademici, non troppi e non tutti di primissimo piano per la verità, appartenenti a diversi campi: dalla medicina all’antropologia, dalla biologia alla demografia. Esso si fondava su un concetto biologico di razza, con cui l’establishment scientifico dell’epoca era chiamato a dare fondamento e a sostenere la politica razzista del regime. Un atteggiamento che tra l’altro si sarebbe rivelato devastante per la stessa scienza italiana: nel campo della fisica, solo per fare un esempio tra tanti, furono debellati il gruppo di via Panisperna e quello di Arcetri, che avevano portato l’Italia ai vertici mondiali nella fisica atomica e nello studio dei raggi cosmici. Pontecorvo, Fermi e Rossi prenderanno la via dell’estero e non torneranno più.

I primi obiettivi della campagna d’odio, come si vede chiaramente, erano gli ebrei italiani, nonostante molti di questi fossero pienamente integrati nella società di allora e nel regime. In realtà, come ha messo in luce lo storico Angelo Ventura, razzismo e antisemitismo avevano caratterizzato il fascismo fin dai suoi inizi: non solo perché già ben prima della fondazione del Pnf Mussolini ama tuonare contro immaginari complotti ebraici e capitalisti, ma perché “il razzismo era invece in nuce nel codice genetico del fascismo e rappresentava (…) un logico sviluppo della sua linea nazionalista, autoritaria e gerarchica” (Il fascismo e gli ebrei, Donzelli 2013).  

Non è un caso che nella stessa Padova, città in cui la presenza ebraica era particolarmente importante, già nel 1926, poco dopo l’attentato a Mussolini, una squadraccia fascista avesse devastato la sinagoga, e sempre a Padova molto prima del 1938 i cittadini ebrei erano schedati e sorvegliati dall’occhiuta polizia di regime.

Certo con il Manifesto c’è il salto di qualità, che porterà in poco tempo all’approvazione delle famigerate leggi razziali. Tra le conseguenze c’è anche la progressiva emarginazione di docenti e studenti ebrei nelle scuole pubbliche e nelle università, fino alla loro definitiva cacciata, con una foga persecutoria in cui spesso l’entusiasmo trascende addirittura il rigore.

Le storie sono tante. A Roma a Tullio Levi-Civita, il matematico che corresse Einstein, viene persino impedito di accedere alla biblioteca, l’unico modo all’epoca di continuare a fare ricerca. E Francesco Severi, con cui da anni è in ottimi rapporti, non solo non lo difende ma si schiera dalla parte del regime contro il suo vecchio amico. Levi-Civita ne morirà letteralmente di crepacuore, solo e devastato professionalmente e umanamente. A Padova al contrario Donato Donati, vero e proprio Deus ex machina della neonata facoltà di Scienze Politiche, sceglie di essere fino in fondo tragicamente fedele al regime al quale ha giurato lealtà, rifiutando di dare le dimissioni perché queste assumerebbero “il valore di un atto di protesta che io, come italiano e fascista, non intendo compiere”. Lo racconta la storica Giulia Simone nel libro Fascismo in cattedra (Padova University Press 2015).

Sono solo due tra i tanti drammi che si consumano in quei giorni nelle università italiane, spesso nella solitudine dei perseguitati quando non nel vero e proprio ostracismo da parte di colleghi, allievi, compagni. A Padova saranno 51 i docenti ebrei ad essere espulsi su un totale 528, a cui si aggiungeranno 139 studenti e una decina di tecnici. Tra essi studiosi prestigiosi come il filosofo del diritto Adolfo Ravà, l’economista Marco Fanno, il fisico Bruno Rossi, il giurista Enrico Catellani, lo psicologo e psicanalista Cesare Musatti, il medico Tullio Terni, gli ingegneri Alberto Godbacher e Armando Levi Cases, e tanti altri ancora.

A guidare la campagna d’odio è proprio Il Bò, in quel momento giornale ufficiale del Gioventù universitaria fascista padovana, che già il 20 agosto 1938, ben prima quindi dell’emanazione delle leggi razziali, pubblica una vera e propria lista di proscrizione con tutti i nomi dei docenti ebrei, divisi per facoltà. Fra essi c’è anche quello di Eugenio Curiel, giovane docente incaricato di matematica che del giornale universitario era considerato di fatto il direttore, e che nella pagina successiva sigla per l’ultima volta un lungo articolo. Successivamente Curiel, che da tempo faceva del partito comunista clandestino, aderirà alla Resistenza e verrà ucciso nel 1945 dalle brigate nere fasciste: per questo gli verrà conferita la medaglia d’oro al valor militare. 

Nel mare di tanto odio e ostilità sono pochi i gesti di solidarietà: a dare l’addio a Bruno Rossi, nell’Istituto di fisica che lui stesso ha fondato (e nel quale dopo la guerra non vorrà mai più tornare), c’è soltanto il portiere Mario Calore. Nel senato accademico all’inizio si parla di conservare in ruolo alcuni docenti, destinandoli ad incarichi diversi dall’insegnamento, ma alla fine non se ne farà niente. Si fa anzi di tutto per fare piazza pulita della memoria di docenti ebrei, anche quando non è richiesto dalle leggi: persino rifiutando finanziamenti per borse di studio intitolate al loro nome.

Alcuni di quelli che non riescono a fuggire all’estero o a nascondersi un giorno verranno arrestati e mandati nei campi di sterminio (passando per il campo di concentramento di Vo’), spesso proprio a causa alla schedatura operata nei confronti di studenti e professori ‘di razza ebraica’. Si tratta di una delle pagine più buie dell’università italiana, su cui per anni è calato il silenzio. Una cortina di non detto che ha iniziato ad aprirsi solo molti anni dopo, anche tramite iniziative come la giornata di studi organizzata a Padova nel 1995 proprio da Angelo Ventura, di cui qualche anno fa sono stati ripubblicati gli atti (L’Università dalle leggi razziali alla resistenza, Padova University Press 1995). Il primo passo di un cammino di purificazione della memoria, che proprio quest’anno ha aggiunto un nuovo importante tassello.

Oggi facciamo forse fatica a capire come scuola e università siano state così facilmente arruolate nelle fila dei volenterosi esecutori delle norme più assurdamente spietate, irrazionali e antiscientifiche, proprio loro che in teoria avrebbero dovuto essere per antonomasia luoghi della scienza, della razionalità e anche della comprensione e della vicinanza umana. Perché se oggi sappiamo che dividere l’umanità in razze è completamente destituito di ogni fondamento scientifico, già allora a uomini colti, intelligenti e avvezzi alle regole della ricerca scientifica non poteva sfuggire l’assurdità del razzismo e dell’antisemitismo di stato.

Lo scorso 21 gennaio sono state poste davanti al portone di Palazzo Bo dall’artista tedesco Gunter Demnig, per la prima volta davanti a un’università, sei “Pietre d’inciampo” (Stolpersteine). Ricordano i nomi e le storie di Augusto Levi, Alberto Goldbacher, Giorgio Arany, Giuseppe Kroò, Paolo Tolentino e Nora Finzi: due docenti e quattro studenti dell’università di Padova che non sono tornati da Auschwitz. Un modo semplice e da solo sicuramente insufficiente di tenere viva la memoria, perché infamie simili non debbano mai più ripetersi, e non si debbano un giorno ricordare altre vittime del razzismo e dell’antisemitismo. Magari dei giorni nostri.

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