SOCIETÀ

Migranti in Grecia: la crisi umanitaria nelle isole a ridosso delle coste turche

Gli agenti antisommossa sono arrivati in traghetto, con il loro carico di lacrimogeni e di cannoni ad acqua. Sono sbarcati a Lesbo e a Chios, chiamati a sedare le rivolte della popolazione locale che non vuol saperne più delle migliaia di migranti che continuano ad arrivare nelle isole a ridosso delle coste turche, nell’Egeo nordorientale. I locali sono pronti a tutto per opporsi, anche fisicamente, al progetto del governo greco, guidato da pochi mesi dal conservatore Kyriakos Mitsotakis, di costruire proprio lì nuove strutture di accoglienza (li hanno chiamati “Centri di pre-partenza chiusi”) al posto dei vecchi hotspot d’identificazione e detenzione per tutti coloro che lì approdano da anni, soprattutto in fuga dalla Siria. Perché la situazione, da qualsiasi lato la si osservi, è arrivata oltre il limite della sopportazione. Il primo problema è nei numeri: a Lesbo e Chios, ma anche a Leros, a Samos e a Kos, i campi profughi potrebbero ospitare complessivamente circa 6mila persone: il Segretario Generale per l’Informazione e la Comunicazione del governo greco ha stimato che al momento sulle varie isole siano presenti 42.568 migranti. Bambini, donne e uomini bloccati lì fino a quando le loro richieste di asilo non verranno esaminate da un sistema a corto di personale e sovraccarico, con circa 90mila pratiche arretrate

E il flusso continua, incessante, inarrestabile. Il secondo problema è nella qualità dell’accoglienza. I migranti sono stipati all’inverosimile, molti costretti a ripararsi sotto tendoni di plastica, in condizioni igieniche drammatiche, senza alcuna assistenza medica. Perciò la costruzione delle strutture è indispensabile. Ma i greci non vogliono saperne. All’inizio della settimana ci sono stati scontri, soprattutto a Lesbo: per disperdere i dimostranti sono stati lanciati fumogeni e lacrimogeni. Ci sono video che mostrano cariche degli agenti anche contro donne anziane. Il governo ha tentato nei giorni scorsi la carta della redistribuzione in altre isole, in altri Comuni, ma gli abitanti hanno fatto muro. In altre zone della Grecia settentrionale i residenti hanno impedito agli autobus di scaricare i migranti. Nessuno li vuole. E il governo non sa come venire a capo del problema.

Scontri nelle isole tra polizia e dimostranti

A scatenare gli scontri, paradossalmente, è stata proprio l’intenzione del governo di togliere i migranti dalle attuali condizioni di insostenibile emergenza. Per far ciò ritiene sia necessario costruire strutture ad hoc. E i residenti proprio questo temono: che l’edificazione dei nuovi Centri di pre-partenza renda in qualche modo definitiva e non più occasionale (per quanto l’emergenza va avanti da molti anni: qui un articolo datato 2016) la presenza dei migranti sulle isole. Quindi ostacolano come possono, finché possono, l’avanzamento dei cantieri: bloccando il transito dei camion, ostacolando il passaggio degli operai. Da qui l’intervento della polizia (e contro gli agenti ci sono state sassaiole). Ci sono filmati che testimoniano quanto sta accadendo: gli scontri, le cariche, i manifestanti disarmati, spesso incappucciati, protetti appena da mascherine chirurgiche. I locali hanno denunciato violenze da parte delle forze dell’ordine, arrivando a scioperare per protesta mercoledì scorso, 26 febbraio. Una protesta collettiva: tra i manifestanti ci sono studenti e sacerdoti, commercianti e pensionati, perfino rappresentanti delle amministrazioni locali. A Lesbo sta bruciando la foresta di Diavolorema: gli abitanti dell’isola sostengono che a innescarli siano stati i razzi sparati dagli agenti antisommossa. Ancor più tesa la situazione a Chios dove, sempre mercoledì scorso, un gruppo di locali ha fatto irruzione nell’albergo dove alloggiavano gli agenti di polizia, che sono stati aggrediti. Oltre 50 poliziotti sono stati feriti (qui il video di una tv locale che ha ripreso gli scontri), mentre sono 12 i manifestanti arrestati.

La tensione continua a crescere. Nel campo profughi di Moria, a Lesbo, progettato per ospitare poco meno di 3mila persone, ce ne sono attualmente 19mila. Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha chiesto pochi giorni fa la fine delle condizioni "scioccanti e vergognose" nei campi greci. L’Unhcr chiede di trasferire in tempi rapidi sulla terraferma almeno 20mila persone. Le attuali criticità nei campi profughi riguardano l’accesso all'acqua, i servizi igienici e le cure mediche. Nel progetto i Centri pre-partenza di Lesbo, Chios e Samos dovrebbero ospitare circa 5000 persone ciascuno, 2000 a Kos, circa mille a Leros. Il governo greco (peraltro finito sotto accusa per aver commissionato i lavori a tre grandi società senza indire gare d’appalto) ha anche previsto delle “compensazioni” per quei Comuni delle 5 isole che ricevono la maggior pressione di arrivi e dove saranno edificate le nuove strutture, che nei programmi dovrebbero essere ultimate entro il prossimo luglio: miglioramento dei servizi sanitari, educativi e turistici, Iva ridotta del 30% per tutto il 2020. Il portavoce del governo greco, Stelios Petsas, ha anche annunciato che sarà istituito un fondo speciale chiamato “Programma di solidarietà”, con un capitale di 50 milioni di euro per il 2020, per aiutare «i comuni che sostengono l'onere di rifugiati e migranti». 

No ai “magazzini di anime”

Promesse che evidentemente non sono state giudicate sufficienti dalla popolazione locale. Funzionari statali e residenti delle isole coinvolte hanno detto con chiarezza al governo che dopo cinque anni trascorsi in prima linea nella crisi migratoria europea (qui gli ultimi dati diffusi dall’Unhcr), non sono più disposti ad accettare migliaia di richiedenti asilo. Isole che vivono di turismo. «Le frontiere dovrebbero aprirsi, in modo che quelle persone possano andare dove vogliono, finché questa guerra non finisce», ha dichiarato uno dei manifestanti al corrispondente di Euronews. «Inoltre, il problema dovrebbe essere condiviso in tutta la Grecia e Lesbo dovrebbe gestirlo in parte e non per intero». Il governatore regionale del Nord Egeo, Moutzouris, è stato più esplicito: «Non vogliamo nessun magazzino di anime sulle nostre isole. Ci preoccupa il fatto che il nostro territorio sia diventato un luogo di raccolta e trattenimento di persone in difficoltà. Siamo stati pazienti ma ora basta». Dimitra Kalogeropoulou, direttore dell'International Rescue Committee in Grecia, ha detto che «le tensioni non devono sorprendere: il sovraffollamento non fa bene a nessuno: le comunità locali ritengono che le loro isole siano state trasformate in gigantesche prigioni, mentre i richiedenti asilo sono costretti a vivere in condizioni drammatiche». Il consiglio comunale di Lesbo ha deciso di creare gruppi di ronde cittadine attivi giorno e notte per impedire l’avanzamento dei lavori nel cantiere.

Un muro in mezzo al mare

Il premier Mitsotakis, nonostante le evidenti difficoltà di gestione dell’emergenza, ostenta sicurezza e fermezza. Il suo piano prevede (oltre al pressing sull’Unione Europea che si faccia carico del problema) di lasciare sulle isole circa 20mila migranti e spostare il resto sulla terraferma, aprendo 10 nuovi campi di accoglienza tra Ilia, Arta, Amfilochia, Larissa, Ftiotide e anche a Creta. Ma soprattutto, il governo ha deciso di stanziare 50 milioni di euro per la costruzione di un muro nel Mediterraneo, una barriera galleggiante per bloccare i nuovi arrivi dalla Turchia: sorgerà al largo di Lesbo, lunga poco meno di 3 chilometri e alta 50 metri. Il ministro dell’Immigrazione Notis Mitarakis si è detto certo che la barriera servirà come deterrente per i trafficanti di migranti: «Le regole del gioco sono cambiate, la Grecia non sarà più un posto dove può arrivare chiunque a proprio piacimento. Stiamo difendendo i nostri confini». Syriza, il partito oggi all’opposizione, ha definito la misura “disgustosa“. L’ex premier Alexis Tsipras ha accusato l’attuale governo di “creare prigioni nelle isole”: «La Grecia non può chiedere maggiore solidarietà all’Unione europea se non dimostra di averne verso le sue isole dell'Egeo».

 

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