CULTURA

Migrating Objects: l’arte al di là dei confini

Peggy Guggenheim continua a stupirci: oltre alle opere dell’arte contemporanea che possiamo ammirare nelle stanze di Palazzo Venier dei Leoni, l’ultima dogaressa di Venezia possedeva anche diversi oggetti provenienti da paesi “non occidentali”, ora esposti nella mostra Migrating Objects, inaugurata il 15 febbraio 2020.

Pochi pezzi, 35 opere in totale, esposti per la prima volta insieme a Palazzo Venier, offrono ai visitatori una parte della collezione non conosciuta. Dal 1959 e per tutti gli anni Sessanta, Peggy inizia ad acquistare opere africane, oceaniche, meso-americane, andine e amazzoniche, abbinandole a capolavori dell’arte novecentesca tra le sale del palazzo e della barchessa. All’inizio del secolo scorso artisti e collezionisti si dedicarono alla raccolta di oggetti legati all’“arte primitiva”, ponendo tuttavia la loro attenzione sull’aspetto formale più che sul contesto d’origine delle varie opere. Ed è forse questo l’obiettivo principale di Migrating Objects: togliere il filtro eurocentrico e restituire il significato di queste opere migranti.

La mostra beneficia anche del patrocinio dell’UNCHR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che tramite Carlotta Sami, Senior Public Information Officer, dichiara: “Gli oggetti d'arte di paesi apparentemente lontani dialogano con opere di artisti occidentali introducendo una consapevolezza maggiore del fatto che le idee migrano con le persone e con esse si ibridano, su un piano di pari dignità e valore. Esiste una terza via alternativa ai poli chiusura e assimilazione, ed è quella più moderna: quella di una società in cui già adesso, ogni giorno, culture e linguaggi sono multipli, in cui ancora il nostro modo di vivere influenza ciò che è "non occidentale" e al contempo è da esso costantemente influenzato e modificato, dando vita a un'inestimabile ricchezza di idee e visioni”.

Ci sono voluti due anni e mezzo per regalare al pubblico questa mostra poiché ogni oggetto presentato contiene in sé una moltitudine di livelli, dal contesto da cui proviene ai viaggi che ha compiuto. Le curatrici e i curatori della mostra hanno costruito il percorso in modo tale da offrire due metodi di esposizione differenti: il primo mette in luce la cultura di provenienza delle opere. Troviamo, per esempio, le opere della cultura dei Dogon, originari del Mali, con un gioco di intrecci tra mito e natura, oppure le maschere collocate nella quinta sala che ci fanno riflettere sulla forza mistica intrinseca del loro utilizzo.

Il secondo metodo, invece, crea un interessante intreccio tra le opere protagoniste della mostra e la loro “trasposizione” contemporanea: tra le figure provenienti dalle isole del Pacifico appaiono due dipinti di Max Ernst, a sottolineare l’interesse degli artisti surrealisti per l’arte oceanica. Tra le sale si possono trovare anche riferimenti al Cubismo, attraverso i quadri di Picasso: senza l’arte africana forse nessuno di noi avrebbe mai potuto ammirare opere come Les Demoiselles d’Avignon. Dell’artista sono presenti in mostra tre dipinti, in dialogo con gli oggetti africani: Lo Studio del 1928, Busto di uomo in maglia a righe del 1939 e Il poeta del 1911. 

Durante tutto il periodo dell’esposizione, che si concluderà il 14 giugno, la collezione Peggy Guggenheim organizza numerosi eventi collaterali, grazie all’aiuto della fondazione Araldi Guinetti, Vaduz e con la collaborazione di UNCHR e Refugees Welcome Italia Onlus. Oltre all’inaugurazione, che si tiene il 15 febbraio alle ore 11, sono in programma due workshop per i giovani insieme al fotografo Mohamed Keita e una performance della poetessa, attivista e ambasciatrice UNCHR Emi The Poet. Nei mesi di aprile e maggio ci saranno degli appuntamenti tematici per approfondire diversi aspetti della mostra. 

Le ricerche che sono state fatte per realizzare l’esposizione sono un esempio di come l’arte possa essere uno strumento potente per raccontare concetti che vanno oltre le mere opere artistiche: si mette in evidenza il rapporto tra colonizzazioni e annessioni, si parla di migrazioni, di reinterpretazione della storia e della cultura di un popolo. Ogni oggetto racconta una pluralità di storie a volte ancora sconosciute; ognuno di noi ha il dovere di ascoltarle e farle proprie.

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