CULTURA

Oscar e Festival: trampolini per il mercato e la morte della critica

Le coincidenze alle volte non sono casuali. Quest’anno l’assegnazione dei premi Oscar per il cinema è avvenuta quasi in coincidenza con la finale del festival di Sanremo per la canzone. L’accostamento può sembrare forzato, ma qualcosa in fondo di simile c’è, fatte le debite proporzioni: sono riti mediatici ipertrofici, uno di sapore casereccio anche se con qualche ambizione, l’altro di respiro planetario. Da guardare senza spocchia ma anche senza l’enfasi che ci è stata imposta. È diversa, naturalmente, la dimensione della platea, ma l’intento si assomiglia, ed è quello di essere trampolini per il mercato (anche l’audience  è mercato). Niente di male, si dirà, il mercato c’è e sta dominando; va bene, basta non prendere queste cerimonie per quello che non sono. Non sono, per loro natura, attribuzioni di qualità, anche se singoli prodotti possono senz’altro averla. Non capisco bene allora, per il cinema, l’orgoglio di Festival, che alla qualità dovrebbero mirare, che si vantano di aver anticipato l’Oscar, lo scorso anno Venezia con Roma, quest’anno Cannes con il pluripremiato Parasite di Bong Joon-ho.

Tutti i mezzi di informazione hanno sottolineato l’accumulo di statuette date al film coreano (migliore sceneggiatura, migliore regia, migliori film e migliore  opera straniera; ma qualcuno spiegherà una volta per tutte la differenza tra regia e film? Come dire miglior libro e migliore scrittore). Si è in particolare marcato il fatto che per la prima volta un film in lingua non inglese è arrivato al primo posto. Bene, ma si tratta davvero di un capolavoro? A  me sembra che si tratti di un buon lavoro ma non eccezionale, anche se lascia nello spettatore la sensazione (non vera) che si voglia dire qualcosa in più rispetto a quello che si vede e si racconta. 

Conviene allora andare un po’ indietro. Si può notare che per il premio hollywoodiano spesso prevale l'aspetto spettacolare come testimoniano i tanti premi dati in passato, per fare degli esempi, a Ben Hur, Braveheart, al Gladiatore, Titanic. La  voglia di rischiare non c’è; l’eccezione riguarda caso mai il miglior film straniero, basti pensare - per gli ultimi anni - a  Il figlio di Saul, a Ida, a Amour. Quest’anno mi sarei decisamente orientato su Dolore e gloria  di Almodovar, non facile autobiografia piena di risonanze.

Gusti a parte, la domanda è sempre quella di fondo, stando al gioco dei premi, chi li assegna? Per l’Oscar l’itinerario conosce più tappe. Un primo vaglio per le candidature viene fatto in Italia da una commissione quasi esclusivamente di produttori, che giudicano, giustamente, secondo la loro logica. Quest’anno hanno designato Il traditore di Marco Bellocchio, che è ottimo film anche se di genere. Altre volte, anzi spesso, le scelte sono state almeno discutibili. In ogni caso lo spazio per film “poveri”, cioè a basso costo, è praticamente nullo. Solo un ottimista incallito e sprovveduto può aver pensato, in passato, che avesse qualche probabilità il miglior film italiano degli ultimi dieci  anni, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino.

Poi, dopo ricercate pressioni lobbistiche e battaglie pubblicitarie, arriva il verdetto della Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Un organismo, questo, composto da seimila persone, per lo più legate al mondo degli investimenti finanziari dello spettacolo. Inutile dire che non c’è quasi posto per chi di mestiere è in grado di giudicare la qualità di un film. D’altronde questa composizione delle giurie prevale ormai anche nei Festival, da Cannes a Venezia. Vi si trovano attori, registi, produttori, informatori, tutti magari bravi nel loro mestiere, che non è quello di entrare nel merito di un film. Sarà perché la critica, cinematografica e no, è morta da tempo.

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