SCIENZA E RICERCA

Il pianeta delle cose

Uno degli anni più “caldi” mai registrati, in tutti i sensi. Nel 2020 abbiamo assistito a rivoluzioni antidemocratiche, violenze entro le nazioni, conflitti internazionali; ma anche a incendi devastanti, a eventi climatici estremi, a nuovi record di devastazione ambientale (dei quali la pandemia è un tragico effetto).

Eppure, non è ancora tutto: l’anno che volge al termine ha guadagnato un ulteriore primato. Lo annunciano alcuni ricercatori del Weizmann Institute of Science, in Israele, che firmano un lavoro pubblicato su Nature in cui si afferma che, proprio nel 2020, il peso dei manufatti umani ha superato il peso complessivo di tutti gli esseri viventi del pianeta.

Gli studiosi sono arrivati a questo allarmante risultato in seguito a un certosino lavoro di raccolta e valutazione dei dati presenti in letteratura relativi alla biomassa della Terra e alla massa totale dei materiali prodotti dall’uomo. Le evidenze mostrano come l’impatto dell’uomo abbia avuto effetti profondi: già a partire dalla prima rivoluzione agricola (risalente al Neolitico) le attività umane hanno progressivamente ridotto la biomassa globale, portandola dalle 2 Teratonnellate iniziali al valore attuale, che corrisponde a circa 1 Teratonnellata. L’utilizzo estensivo dei suoli per la coltivazione e per il pascolo ha contribuito in maniera sostanziale a questa diminuzione: le piante coltivate non hanno una massa sufficiente a bilanciare le enormi perdite in biomassa (e in biodiversità) causate dalla deforestazione, dalla desertificazione e dal consumo di suolo. Allo stesso modo, l’allevamento ha sensibilmente ridotto la biomassa dei moltissimi taxa animali non ritenuti utili per le esigenze umane.

La nostra specie, con il suo altissimo livello di organizzazione, vive come separata dal resto del mondo naturale. In realtà da esso dipendiamo, poiché ne traiamo tutte le risorse necessarie alla nostra sopravvivenza. Per indicare il rapporto tra mondo umano e mondo naturale si parla, dunque, di metabolismo socioeconomico: si tratta dell’insieme dei flussi di materia e di energia derivanti dai processi di prelievo, utilizzo e scarto di materie prime naturali per tutte le attività umane. Con questi materiali, prelevati dagli ambienti naturali, si producono gli oggetti più disparati – dalle strade, agli edifici, agli oggetti di uso quotidiano – che, prima o poi, divengono scarti. L’insieme di questi oggetti compone quella che gli autori dello studio definiscono “massa antropogenica”, il cui peso complessivo ammonta, nel 2020, a 1,1 Teratonnellate – o centodieci miliardi di tonnellate.

Difficile immaginare un numero così grande. Per offrire una migliore percezione di grandezze così lontane dalla nostra quotidianità, i ricercatori israeliani hanno provato a tradurre questa cifra in immagini: mediamente, ogni settimana viene prodotta, per ogni essere umano, una quantità di “materiale antropico” superiore al peso del suo corpo; la torre Eiffel, da sola, ha un peso pari a quello di tutti i 10.000 rinoceronti bianchi ancora esistenti; l’intera massa antropogenica presente nella città di New York pesa quanto la biomassa di tutti i pesci del mondo.

La stima contiene in sé, inevitabilmente, un margine di incertezza (quantificato in 6 anni in più o in meno rispetto alla data individuata), dovuto in primo luogo alle difficoltà nel definire univocamente la composizione della massa antropogenica. In questo caso, gli autori hanno prodotto due diverse stime: la prima – quella che documenta il superamento, in termini di peso, della biomassa terrestre nel 2020 – prende in considerazione, per calcolare la massa dei manufatti umani, solo «gli oggetti solidi inanimati realizzati dall’uomo», non ancora dismessi o demoliti. Una stima riduttiva e prudenziale, dunque: nella valutazione dell’impronta dell’uomo sul pianeta non vengono considerati, in questo modo, né gli “oggetti solidi inanimati” ormai ridotti a scarti, né tutti gli esseri viventi allevati o coltivati per scopi umani, che sono stati inseriti nel calcolo della biomassa.

La seconda stima, invece, si differenzia dalla prima nella valutazione della biomassa: in questo secondo caso, infatti, è inserita nel conteggio anche la componente umida, cioè l’acqua (esclusa dal primo calcolo, nel quale si conteggiava il peso delle componenti biologiche del pianeta “a secco”). Con l’inserimento di questo fattore, il peso totale della biomassa raggiunge le 2,2 Tt, valore che, secondo le previsioni, sarà oltrepassato dal peso della massa antropogenica negli anni ’30 – con un margine d’incertezza di alcuni anni, collegato all’inclusione o meno nel calcolo del peso dei materiali di scarto.

Molto interessante è anche la divisione della massa antropogenica in sottogruppi, proposta dagli autori. I principali materiali di cui abbiamo rivestito il pianeta sono relativamente pochi: in ordine di peso sono cemento, aggregati (tra cui ghiaia e sabbia, utilizzati per esempio nella costruzione di strade ed edifici), mattoni, asfalto, metalli e, infine, una categoria “altro” in cui sono compresi il vetro, la plastica e il legno impiegato per la produzione della carta e per usi industriali. La maggior parte di questi materiali sono utilizzati per la costruzione di infrastrutture, settore che contribuisce molto, dunque, all’aumento della massa antropogenica. Non a caso, infatti, il peso delle “cose umane” ha subìto, nel secolo scorso, alcune brusche accelerazioni proprio in concomitanza con momenti di ricostruzione dopo periodi di crisi: esempio paradigmatico di questa tendenza è il decennio successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in cui si colloca, infatti, l’inizio del periodo della “Grande accelerazione e il definitivo affermarsi dell’Antropocene.

Questa continua, e tuttora crescente, attività di prelievo di materie prime dagli ambienti naturali (e di rilascio degli scarti negli stessi ambienti) ha implicazioni profonde, che non possono essere ignorate. I servizi ecosistemici – l’insieme dei benefici, di incalcolabile valore, che gli ecosistemi naturali forniscono all’uomo – vengono danneggiati e ridotti non solo da effetti secondari come il consumo di suolo, ma anche dalla stessa immissione nell’ambiente di materiali che, al loro stato “normale”, sono confinati all’interno dei depositi geologici. Queste rocce e minerali, una volta rilasciati, incidono pesantemente sugli equilibri degli habitat naturali, sui loro cicli biogeochimici, sulla biodiversità.

Se questa tendenza non verrà invertita in breve tempo, avvertono gli studiosi, nei prossimi anni la situazione potrebbe sfuggire di mano: mantenendo l’attuale ritmo di produzione, secondo le previsioni entro il 2040 la massa antropogenica umana (inclusi i rifiuti) supererà le 3 Tt, un valore triplo rispetto a quello della massa di tutti gli esseri viventi. Un evento senza precedenti, del quale non conosciamo le possibili conseguenze.

Di fronte a un simile scenario, non possiamo limitarci a prendere atto del catastrofico impatto del nostro modo di vivere sul mondo che ci ospita: le soluzioni, ancora una volta, esistono, ed è ora di metterle in pratica. Bilanciare l’esigenza di sviluppo economico con un minore impatto ambientale, sostenere una rapida conversione dell’economia verso il modello circolare, finanziare la ricerca, così da elaborare soluzioni innovative e sostenibili (come l’edilizia “vivente” o le eco-città): si tratta di proposte scientifiche complesse, ma non irrealizzabili.

Possiamo ancora far sì che l’Antropocene sia l’epoca dell’uomo, non l’epoca della sua distruzione.

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