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Rapporto Ispra sui rifiuti speciali: "L'Italia recupera materia da quasi il 70% dei rifiuti"

154 milioni di tonnellate, con un incremento del 7% rispetto all’anno precedente. E questo il primo dato che emerge dal Rapporto rifiuti speciali redatto dall’Ispra e presentato l’11 giugno scorso. I dati presentati dal rapporto Ispra sono riferiti al 2019 quindi non colgono a pieno le influenze della pandemia e del suo conseguente lockdown ma sono fondamentali per capire come l’andamento della produzione dei rifiuti segua quello del prodotto interno lordo.

Un’analisi dettagliata, quella dell’Ispra, che parte dalla produzione ed arriva alla gestione dei rifiuti prodotti dal sistema economico italiano. Un documento che offre la possibilità anche di capire a che velocità stiamo andando verso la transizione ecologica. L’obiettivo, o almeno uno degli obiettivi, è proprio quello di fare in modo che gli scarti che è impossibile non produrre vengano comunque riportarli all’interno dei cicli di produzione, per una vera economia circolare.

“Il Pnrr rappresenta un’ulteriore occasione per migliorare la nostra capacità di recupero dei materiali cercando di incrementare le prestazioni anche energetiche in campo edilizio – ha dichiarato il Direttore generale dell’ISPRA Alessandro Bratti - Occorre potenziare e migliorare l’impiantistica per raggiungere gli obiettivi europei e per proporci sempre di più come leader a livello europeo nell’economia circolare”

I dati rappresentati possono essere visti come un punto di partenza positivo per raggiungere una delle 6 missioni del PNRR. Come scritto da Francesco Suman sulle pagine di questo giornale, la “Rivoluzione verde e transizione ecologica” è la seconda delle 6 missioni e ad essa sono destinati quasi 70 miliardi di euro dei circa 235 miliardi totali che fanno dell’Italia la prima beneficiaria tra i Paesi europei del fondo NGEU. Una missione che, se raggiunta, ci potrà restituire un Paese diverso.

Tornando ai dati, vediamo che tra il 2018 e il 2019 c’è stato un aumento nella produzione totale dei rifiuti speciali del 7,3%, cioè di circa 10,5 milioni di tonnellate. L’incremento registrato è quasi del tutto imputabile ai rifiuti non pericolosi che rappresentano il 93,4% del totale dei rifiuti prodotti. In particolare poi, i rifiuti non pericolosi prodotti da operazioni di costruzione e demolizione sono aumentati del 14,2% cioè di circa 8,5 milioni di tonnellate.

Il 45,5%, cioè quasi la metà di questi rifiuti sono stati prodotti dal settore delle costruzioni e demolizioni, per una totalità superiore ai 70 milioni di tonnellate. L’altra fetta percentuale importante è quella del trattamento rifiuti e attività di risanamento che nel 2019 ha contributo per il 25,1% del totale, cioè con 38,6 milioni di tonnellate di rifiuti speciali.

Un dato che sarà interessante ricordare è quello dei rifiuti speciali derivanti dalla pubblica amministrazione e dalla sanità. Nel 2019 questo settore contribuiva solamente per lo 0,2%, ma ora sarà utile vedere, quando usciranno i report del 2020 e 2021, come la pandemia abbia influenzato questa percentuale.

 

 

Anche per quanto riguarda la produzione dei rifiuti speciali non pericolosi, di fatto la distribuzione percentuale tra le diverse attività è del tutto similare alla precedente. Questo anche considerando che nel totale dei rifiuti prodotti, quelli non pericolosi rappresentano il 93,4%. La maggiore produzione di rifiuti speciali non pericolosi deriva quindi dal settore delle costruzioni e demolizioni (48,4%), seguito dalle attività di trattamento di rifiuti e di risanamento (24,6%) e da quelle manifatturiere (17,7%).

Per quanto riguarda i rifiuti pericolosi invece, le percentuali cambiano completamente. Il primo settore per produzione è quello manifatturiero con il 37%, cioè 3,8 milioni di tonnellate. Al secondo posto, con il 32,6% ci sono le attività di trattamento rifiuti e di risanamento ambientale con 3,3 milioni di tonnellate, seguite dal settore dei servizi, del commercio e dei trasporti (20,5%) con quasi 2,1 milioni di tonnellate, di cui oltre 1,5 milioni di tonnellate di veicoli fuori uso. 

Proprio quest’ultimo aspetto è stato analizzato da Valeria Frittelloni, Responsabile del Centro Nazionale dei rifiuti e dell'economia circolare. L’ingegnera ha spiegato come i veicoli a fine vita siano una categoria importante di  rifiuti speciali, soggetta a monitoraggio da parte dell’Unione Europea. Una tipologia in continua crescita e che nel 2019 superava il milione e mezzo di tonnellate di rifiuti prodotti.

In Italia sono 1.462 gli impianti di demolizione ma, ad oggi, facciamo molta fatica a raggiungere gli obiettivi europei per quanto riguarda il recupero ed il riciclo.

Il nord Italia è il luogo in cui vengono gestite le quantità più significative di veicoli, oltre 605 mila tonnellate, mentre 234 mila tonnellate sono trattate al Centro e 453 mila al Sud. Gli impianti di rottamazione di fatto smontano e demoliscono il veicolo usato ma non effettuano operazioni di messa in sicurezza. Questo quindi è da considerarsi solamente una fase intermedia del ciclo di gestione dei veicoli fuori uso che nel 2019 hanno ricevuto oltre 67 mila tonnellate di veicoli bonificati o componenti di veicoli divisi per 94 diversi impianti.

Ci sono poi gli impianti di frantumazione, che, come si legge nel rapporto Ispra, rappresentano l’ultimo anello della filiera di gestione del veicolo fuori uso. Questi non sono diffusi in maniera capillare sul territorio e sono in tutto 32 (19 al Nord, 8 al Centro, 5 al Sud). 

Il recupero totale quindi, in Italia nel 2019 è stato dell’84,2% ben al di sotto della soglia obiettivo fissata dall’Unione Europea di 95%.

 

 

L’Italia sembra essere divisa anche guardando i dati della produzione dei rifiuti. Il 57,6% del totale infatti, è prodotto nel nord Italia, con la sola Lombardia che, con oltre 33,5 milioni di tonnellate, produce il 37,8% del totale dei rifiuti speciali generati nel nord Italia, seguita dal Veneto con 17,3 milioni di tonnellate, dall’Emilia-Romagna con quasi 13,8 milioni di tonnellate e dal Piemonte la cui produzione complessiva di rifiuti si attesta a quasi 11,9 milioni di tonnellate.

Sulla stessa linea di continuità della produzione, c’è anche il numero di impianti di gestione dei rifiuti speciali. Anche in questo caso infatti, la maggior parte si trova nel nord Italia, con 6.152 impianti. Centro e Sud invece ne hanno rispettivamente 1.980 e 2.707, per un totale italiano di 10. 839 impianti.

 

Quelli utilizzati per il recupero di materia però, sono 4.619 e costituiscono il 42,6% della dotazione impiantistica nazionale. E’ importante analizzare ciò in quanto la percentuale di recupero della materia, sula totalità dei rifiuti speciali è del 68,9%. Questo significa che di 113,3 milioni di tonnellate si riesce a recuperare il materiale mentre solo il 7,3% viene smaltito in discarica. In particolare l’Italia riesce a recuperare una buona percentuale (78,1%, contro l’obiettivo europeo del 70%) soprattutto da materiale derivante da demolizione e costruzione.

 

 

“Riuscire a recuperare quasi il 70% è il segnale che la linea sta curvando, che il paradigma si sta spostando dall’economia lineare all’economia circolare - ha dichiarato Valeria Frittelloni -. Abbiamo censito mille trecento impianti industriali che nel loro ciclo produttivo ricevono materiali recuperati dai rifiuti. Questo significa che il sistema industriale, da semplice produttore del rifiuto, si colloca sempre più anche nella fase di chiusura del ciclo del riciclo”.

Un bilancio quindi, che potremmo definire moderatamente positivo anche se, come abbiamo visto, ci sono ancora alcuni settori su cui bisogna invertire la rotta anche solo per raggiungere gli obiettivi europei. La percentuale di recupero però inizia ad essere importante e si è stabilizzata la produzione di rifiuti pericolosi. Il lavoro da fare sembra essere incentrato sulle misure di prevenzione nel sistema industriale, ma come abbiamo visto dai dati l’incremento delle quote che ogni anno va a riciclo fa ben sperare. Tutti fattori che devono essere monitorati costantemente in questa, che è una fase fondamentale per riuscire a rendere l’economia veramente circolare.

 

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