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Rt inferiore a 1 in tutta Italia: cosa significa?

Dopo l’adozione delle misure di contenimento dell’infezione da SarsCoV-2, il tasso di contagiosità è significativamente diminuito in tutta Italia. L’Istituto superiore di Sanità ha recentemente comunicato che l’indice Rt si attesta mediamente su un valore compreso tra 0,2 e 0,7 già a partire dagli inizi di aprile. “La curva dell’epidemia continua a decrescere – ha sottolineato il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro – nel numero sia di casi che di sintomatici. L’indice di contagio Rt è sotto l’1 in tutte le Regioni, una conseguenza delle misure adottate e dell’adesione a queste da parte dei cittadini. Ma siamo ancora in fase di epidemia”.

L’indice di contagio Rt è uno degli indicatori cui ci si riferisce di frequente in questo periodo per definire il progressivo allentamento delle misure di restrizione adottate dal nostro Paese negli ultimi mesi. Per cercare di capire a cosa esso si riferisca, serve però introdurre anche il valore R0 di cui pure si sente spesso parlare.  

Ma andiamo con ordine. R0 è un parametro utile a valutare l’andamento di un’epidemia provocata da una malattia infettiva, nella sua fase iniziale in assenza di interventi. Rappresenta il cosiddetto “numero di riproduzione di base” cioè il numero medio di infezioni secondarie causate da ciascun individuo infetto in una popolazione che non sia mai venuta in contatto con un determinato patogeno, nel nostro caso il virus Sars-CoV-2. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva e indica, dunque, il numero di individui che una persona infetta può contagiare.

Facciamo qualche esempio: nel caso in cui R0 sia pari a 1 significa che un singolo malato potrà infettare una persona, se invece è uguale a 2 ne contagerà due e così via. Maggiore è il valore di R0, dunque, tanto più elevato è il rischio di diffusione dell’agente infettivo. Tale parametro varia a seconda delle caratteristiche biologiche del patogeno: il virus del morbillo, ad esempio, può arrivare anche a 18, mentre quello dell’influenza è di circa 1,3. Il valore 1 rappresenta la discriminante: se R0 è superiore significa che l’epidemia continua a diffondersi, mentre se il valore è inferiore il contagio può essere contenuto.

Ma lasciamo parlare i numeri per maggiore chiarezza e supponiamo per esempio che, per un particolare agente infettivo, R0 sia uguale a 1,7: ciò significa che un gruppo di 100 persone malate può contagiarne 170 (100x1,7), queste 170 ne infettano altre 289 (170x1,7), queste a loro volta 491. E così via. Se invece R0 fosse uguale a 0,5, lo stesso gruppo di 100 individui ne contagerebbe 50, questi a loro volta 25 e così di seguito.

Per cercare di abbassare il tasso di contagiosità si può ricorrere a restrizioni come l’isolamento degli infetti e misure di distanziamento sociale, adottate anche dall’attuale governo per contenere la pandemia da Sars-CoV-2. Oppure si può diminuire il numero di persone suscettibili con un vaccino, nel caso sia disponibile. Se R0 dunque indica la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva nella sua fase iniziale in una popolazione suscettibile, Rt descrive invece il tasso di contagiosità dopo l’applicazione delle misure atte a contenere il diffondersi della malattia.

Ma quali sono le variabili che incidono su questo parametro? “Intuitivamente è apprezzabile che il valore – spiega l’epidemiologa Stefania Salmaso – è direttamente proporzionale al numero di contatti per giorno del caso primario (più persone incontra, più persone si infettano), alla durata della sua fase di contagiosità (più a lungo rimane contagioso, più è alto il numero delle persone che contagia), alla probabilità di trasmissione dell’infezione per singolo contatto.

Si stima che in Lombardia, ad esempio, prima dell’introduzione delle misure restrittive il tasso di contagiosità sia arrivato a 4. Si tratta, tuttavia, di dati che difficilmente possono essere raccolti direttamente, ma che si ottengono piuttosto sulla base di stime utili a costruire modelli matematici più o meno validi.  Spesso R0 viene calcolato a posteriori in modo empirico. Spiega Salmaso: “Sapendo la data di insorgenza dei sintomi, il tempo di incubazione e l’intervallo di tempo tra la comparsa dei sintomi nel caso primario e la comparsa dei sintomi nei casi secondari (detto tempo seriale) è possibile ricostruire le diverse generazioni di casi e stimare l’indice di riproduzione”.

Ci sono tuttavia alcune osservazioni da fare, osserva l’epidemiologa. I dati raccolti dalla sorveglianza nazionale sono per alcuni versi lacunosi: la data di insorgenza dei sintomi (necessaria per il calcolo del tasso di contagiosità), ad esempio, è presente in poco più della metà dei casi registrati. In tali circostanze si utilizza la data dell’accertamento virologico della malattia, ma non è detto che questo sia stato fatto per tutti alla stessa distanza dall’inizio dei sintomi. Ci si chiede, dunque, quanto ciò possa aver influenzato la stima di Rt.   

Nel calcolo di questo parametro, inoltre, si assume che tutti abbiano le stesse probabilità di contrarre l’infezione, ma questo non coincide al vero, dato che chi vive con una persona malata, o in una residenza sanitaria assistenziale (Rsa) o continua ad andare a lavoro è più esposto di chi rimane nella propria abitazione rispettando le restrizioni. Pertanto, sarebbe opportuno sapere quanti dei casi diagnosticati appartengano a un unico focolaio, poiché l’indice calcolato in questo contesto circoscritto non può essere ascrivibilile alla popolazione generale. Per queste ragioni, conclude Salmaso, servirebbe un cambio di rotta nell’attuale sorveglianza epidemiologica; servirebbe descrivere il rischio di contagio con dati adeguati che diano conto anche di quando si sono ammalati i casi che vengono registrati ogni giorno e come hanno contratto il virus, se a casa, a lavoro, in ospedale o nelle Rsa.

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