CULTURA

Santa Sofia a Istanbul: tra storia, politica e religione

Il 24 luglio la basilica di Santa Sofia a Istanbul riaprirà le proprie porte come moschea: non sarà più un monumento pubblico simbolo di laicità. Non è un caso che la data prescelta per la riapertura coincida con l'anniversario del Trattato di Losanna, che nel 1923 stabiliva ufficialmente il riconoscimento della Turchia come Repubblica.

La decisione di riconvertire Santa Sofia in moschea ha a che fare con il processo iniziato anni fa dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, volto a rimettere la religione al centro della vita pubblica, in uno stato che per quasi un secolo è stato laico e che oggi è a maggioranza islamica.

Per comprendere le motivazioni che decreteranno una nuova fase di questo complesso architettonico abbiamo chiesto a Valentina Cantone, professoressa di Storia dell'arte bizantina e di storia dell'arte e dell'architettura islamica all'università di Padova, di ripercorrerne la storia ultramillenaria, fatta di stratificazioni culturali che l'hanno restituita all'umanità così come la vediamo oggi.

"Santa Sofia - dal greco Hagía Sofía - nacque per la prima volta in età costantiniana (360 d.C.) come basilica consacrata alla "sapienza divina". Tuttavia, la struttura architettonica odierna è l'esito di numerosi rifacimenti avvenuti in diverse epoche, che ne stravolsero l'impianto originario", spiega Valentina Cantone.

Se inizialmente si presentava come una basilica a cinque navate con quadriportico, sul modello della basilica civile romana, a seguito della prima distruzione venne ricostruita e inaugurata nel 415 d.C. sotto il regno di Teodosio II. Distrutta per la seconda volta a causa dei sollevamenti popolari che culminarono nella rivolta di Nika, venne nuovamente ricostruita da Giustiniano (532-537 d.C.), con un impianto architettonico completamente diverso dai precedenti.

"Giustiniano volle mostrare al popolo rivoltoso la sua potenza, costruendo una chiesa che, pur mantenendo le dimensioni delle basiliche precedenti, risulta completamente trasformata nella planimetria e negli alzati". Prosegue, "si tratta di una struttura totalmente innovativa dal punto di vista architettonico, che richiese la progettazione da parte dei migliori ingegneri del tempo, Antemio di Tralle e Isidoro da Mileto".

Secondo la tradizione, sarebbero significative le parole pronunciate da Giustiniano nel giorno della consacrazione della basilica: "Salomone ti ho vinto". L'imperatore ritenne infatti di aver superato colui che aveva ricevuto da Dio le istruzioni per la costruzione del tempio di Gerusalemme e, di conseguenza, di essere artefice della versione terrena della dimora celeste. "C'è una corrispondenza perfetta tra la realtà immanente della Santa Sofia giustinianea, che è dedicata alla Sapienza di Dio, e la realtà trascendente, che, in quest'ottica, legittima l'imperatore in quanto sovrano terreno".

La sua struttura architettonica era stata pensata per enfatizzare lo spazio interno: la luce doveva aumentare progressivamente dalla galleria alle navatelle, fino alla navata centrale e alla zona absidale, dove si voleva creare la sensazione della rivelazione divina.

Dopo la fase giustinianea, Santa Sofia subì numerosi rifacimenti, a causa dei cedimenti strutturali che si susseguirono nel tempo, che tuttavia mantennero invariato l'impianto giustinianeo fino alla conquista ottomana.

Come cambiò, dunque, l'aspetto della basilica quando nel 1453, durante la presa di Costantinopoli da parte degli ottomani, Mehmet II la convertì in moschea?

"Nel 1453, a seguito della presa da parte degli ottomani, Santa Sofia era, come Costantinopoli, saccheggiata, violentata e imbruttita. Il suo aspetto decadente era la conseguenza di decenni di contrazione del territorio, e del mancato sostegno in funzione anti-ottomana da parte dell'Occidente". Dopo l'arrivo degli ottomani, l'edificio subì una rifunzionalizzazione, come accadde a tutte le chiese da loro conquistate: "Vennero apportate modifiche di ordine architettonico, come la costruzione di minareti, elementi essenziali dell'architettura islamica fin dalle sue origini, e di fontane per le abluzioni, necessarie a svolgere il rito di purificazione che precede l'ingresso dei musulmani negli edifici di culto".

Alle modifiche architettoniche si affiancarono quelle di ordine dottrinale: "Nonostante il mondo islamico non sia aniconico, come è dimostrato dai mosaici omayyadi della moschea di Damasco, esso tende ad escludere la presenza di figure "con anima"- e dunque di esseri umani e animali - nei luoghi di culto. Per questo motivo venne operata la scialbatura - tecnica che prevede la copertura dell'immagine con la calce - delle immagini sacre. Si conservarono soltanto i fregi ornamentali, ovvero quelli con figure "senza anima"".

Data la sorte che i mosaici ebbero in prima battuta con Mehmett II, ci domandiamo quali provvedimenti verranno presi dal governo turco per permettere lo svolgimento del culto nella moschea. Al momento pare che l'edificio verrà usato solo per la preghiera del venerdì e limitatamente ad un'area dedicata al culto islamico. I mosaici verranno oscurati durante la preghiera e illuminati durante l'apertura al pubblico.

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Una riflessione va fatta non solo su quanto sia cambiata Santa Sofia dopo la conquista, ma anche su quanto sia cambiata l'architettura ottomana dopo la presa di Costantinopoli.

Di fatto, i turchi, al momento della conquista della città non avevano una tradizione architettonica comparabile a quella imperiale romana, in quanto venivano dalla tradizione selgiuchide, caratterizzata da piccoli edifici di culto a pianta centrale e cupolati. Come spiega Valentina Cantone, "la decisione di Mehmett II di trasformare Santa Sofia nella moschea imperiale, testimonia che lui avesse compreso appieno l'importanza di questo edificio per la celebrazione della propria gloria, la gloria del conquistatore". Seguì una stagione ricchissima per l'architettura ottomana, in cui i sultani, che competevano tra loro in magnificenza e gloria, diedero avvio all'edificazione di enormi moschee. Questo comportò un rinnovamento dell'architettura ottomana e il contemporaneo abbandono delle forme minute delle moschee selgiuchidi.

Oggi, la riconversione a moschea è un atto simbolico ideologico che si inserisce in una serie di provvedimenti più ampi, mirati all'accrescimento del consenso politico del presidente Erdoğan attraverso il rafforzamento di un nazionalismo che è strettamente connesso alla religione. Difatti sono molte le basiliche a Istanbul che negli ultimi anni sono state trasformate in moschea, ma che non hanno fatto notizia.

Sorge perciò spontaneo chiedersi se si tratti di un atto legittimo o se, piuttosto, si tratti di una violazione del patrimonio dell'umanità Unesco.

"Il problema non sta nell'utilizzo di Santa Sofia per le preghiere del venerdì, in quanto molti altri edifici appartenenti al patrimonio Unesco - come, ad esempio, le basiliche paleocristiane di Ravenna, la basilica di S. Francesco di Assisi, la cattedrale di Modena - sono regolarmente utilizzati per il culto". Prosegue, "in questo caso non si tratta di un atto legittimo perché rappresenta la violazione dell'accordo sottoscritto da Mustafa Kemal Atatürk nel 1934, che ha modificato lo statuto di Santa Sofia rendendola museo. Santa Sofia è un bene dell'umanità e questo comporta degli obblighi legali".

 

Per effettuare il passaggio Erdoğan ha nominato una commissione di esperti che tuttavia non è stata approvata dall'Unesco in quanto non richiede il contributo di commissari internazionali.

La violazione degli accordi sembra avere il sapore dell'editto imperiale: una scelta che non ammette contrattazioni e che vuole cementare il nazionalismo turco nel luogo simbolo della tradizione imperiale romana. Ma va ricordato che la base politica di Erdoğan è costituita da un 50% della popolazione turca, che rappresenta la parte più fragile della popolazione: quella indigente, disoccupata, e che non ha un livello di istruzione elevato.

Il significato di quest'azione ha un legame profondo con la tradizione imperiale rappresentata da Santa Sofia, e si può leggere anche nell'appellativo "sultano" - il titolo sovrano impiegato da numerose dinastie nel Vicino e Medio Oriente islamico - che viene rivolto ad Erdoğan dai suoi sostenitori politici.

"Anche la finalità è un problema", sottolinea Valentina Cantone, " Si tratta di una scelta politica fatta per ricompattare la sua base elettorale e che usa la religione in modo strumentale. A Istanbul vi sono moschee a sufficienza per lo svolgimento del culto. La conversione di Santa Sofia mira ad una dimostrazione di potere da parte del "sultano" e conclude, "metà della popolazione turca vede con molta preoccupazione questa ennesima manovra per cancellare la tradizione repubblicana".

 

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