SCIENZA E RICERCA

Anche gli scimpanzé cambiano idea

Gli scimpanzé sarebbero in grado di rivalutare le loro convinzioni alla luce delle prove che vengono loro sottoposte, dimostrando una spiccata capacità di eseguire ragionamenti anche molto complessi. Ad affermarlo è uno studio pubblicato su Science che, attraverso esperimenti concreti, ha dimostrato che la razionalità non è propria soltanto degli esseri umani, ma appartiene anche ad altre specie viventi.

Per verificare in modo rigoroso questa teoria, i ricercatori hanno presentato agli scimpanzé diversi contenitori, uno dei quali con del cibo all’interno. In base agli indizi che venivano loro sottoposti, gli animali si orientavano verso scatole diverse: in un primo momento, veniva loro proposta una prova sonora - quindi debole - che li indirizzava verso uno dei recipienti in cui poteva essere nascosto il cibo. Il secondo indizio, invece, era di tipo visivo, e rappresentava  un’evidenza più forte e affidabile. A una metà degli scimpanzé veniva sottoposta prima la prova debole e poi quella forte, per l’altra, invece, l’ordine era invertito.

Gli esperimenti hanno appurato che gli scimpanzé optavano sempre per l’evidenza più affidabile, e cambiavano idea in base al grado di certezza delle prove che venivano loro presentate.


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Per chiarire in dettaglio lo studio e far luce sulle sue implicazioni, è intervenuta a Il Bo Live Lucia Regolin, docente di psicobiologia e cognizione animale all’Università di Padova, e ha illustrato i punti di forza della ricerca.

“L’innovatività dello studio - afferma - Non è così netta, poiché simili evidenze sono state già ottenute in altre ricerche sulle grandi scimmie. Tuttavia, in questo caso le prove sono più forti, per esempio grazie alla quantità di esperimenti svolti - 5 in totale -, e al numero di scimpanzé presi in considerazione - solitamente 2 o 3, in questo caso ben 15 -; ciò rende le conclusioni più convincenti e rigorose”.

Dunque, il pensiero di questi animali può essere considerato di tipo razionale? La docente dichiara che non solo è così, ma anche che, per alcuni tipi di scelte gli scimpanzé si comportano in modo anche più razionale degli esseri umani.

“In alcuni studi, ad esempio uno pubblicato sempre su Science nel 2007, gli scimpanzé, sottoposti a specifici giochi di negoziazione economica chiamati “ultimatum game”, si comportano più come massimizzatori del proprio interesse rispetto agli esseri umani, che risultano maggiormente influenzati da norme di equità. In questo gioco uno scimpanzé proponeva una certa spartizione del cibo (ad esempio 8 pezzi per sé e 2 per l’altro, oppure 5 e 5), mentre l’altro poteva accettare l’offerta (e allora entrambi ricevevano il cibo secondo quella divisione) oppure rifiutarla, nel qual caso nessuno dei due otteneva nulla. A differenza degli esseri umani, che tendono a rifiutare compensi ingiusti e poco equi, il secondo scimpanzé accettava qualunque offerta superiore a zero, anche quelle molto svantaggiose”.

In questi studi gli scimpanzé sembrano talvolta meno soggetti di noi a specifici bias sociali e culturali, e per questo le loro decisioni appaiono più vicine a una massimizzazione del guadagno. In altri contesti, però, anche gli scimpanzé mostrano scelte influenzate dal contesto e da regolarità non pienamente “razionali”, suggerendo che la presenza di bias non è un’esclusiva della nostra specie.

Le ricerche per studiare e comprendere i processi cognitivi degli animali sono numerose, e non riguardano solo gli scimpanzé.

“Alcune analisi – afferma Regolin – si sono focalizzate su altre specie di scimmie, come babbuini o macachi, che sono simili a noi per linea evolutiva, dunque la loro mente è più facile da indagare. Tuttavia, sono state condotte alcune ricerche su delfini, cetacei e alcune specie di uccelli, non con gli stessi risultati degli scimpanzé, ma comunque molto interessanti. Uno studio dell’Università di Cambridge, per esempio, ha mostrato che le seppie mangiano meno durante il giorno quando “sanno” che la sera sarà disponibile il loro cibo preferito, i gamberetti. Questo indica che anche queste specie possiedono una forma rudimentale di rappresentazione del tempo, capacità di anticipazione e controllo del comportamento”.​

Dunque, una delle strade che sta percorrendo la ricerca sull’intelligenza animale è sicuramente quella di conoscere e comprendere anche i processi cognitivi di specie molto diverse da noi: “Se vogliamo esaminare l’intelligenza umana – riflette la docente – ci basta studiarla nelle persone, o al massimo nelle scimmie per indagarne una variante filogeneticamente vicina. Per avere un’idea dell’intelligenza in sé, invece, c’è bisogno di ampliare lo sguardo, studiando senza pregiudizi le modalità in cui si è evoluta ed adattata nelle varie specie”.

È necessario superare l’idea antropocentrica che l’intelligenza umana rappresenti sempre e comunque la forma “massima” di intelligenza, per riconoscere e valorizzare altre forme di competenza cognitiva e strategie diverse di soluzione dei problemi.

“Esistono animali che non hanno sviluppato forme di elaborazione cognitiva particolarmente complesse, semplicemente perché nel loro ambiente questo tipo di sofisticazione non era necessario: l’intelligenza, infatti, è il risultato di un’evoluzione biologica modellata da specifiche pressioni ecologiche e sociali. Altre specie, invece, hanno sviluppato repertori adattativi differenti – si pensi, per esempio, al mimetismo e alla flessibilità comportamentale dei cefalopodi – che rappresentano una diversa declinazione dell’intelligenza. È importante che anche questi animali vengano considerati, al pari di quelli la cui vita mentale ci appare più vicina, per modalità di rappresentazione e di decisione, alla razionalità umana.”

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