SCIENZA E RICERCA

Si spende troppo poco per la tutela delle specie meno “fotogeniche”

La tutela della biodiversità rappresenta una sfida sempre più urgente. La rapida perdita di specie animali, vegetali e fungine a livello globale è talmente grave da rappresentare, secondo diversi esperti, la sesta estinzione di massa. I programmi di conservazione, volti alla tutela di specie ed ecosistemi a rischio, vengono finanziati da enti nazionali, organismi sovranazionali e ONG, ma la distribuzione delle risorse non sempre è basata su criteri oggettivi.

Ci si aspetterebbe che la maggior parte dei finanziamenti venga destinata alla protezione delle forme di vita più a rischio. Invece, come emerso da diverse ricerche, sembra che le specie più grandi e “carismatiche” (mammiferi e uccelli, in particolare) ottengano maggiori sovvenzioni rispetto a quelle poco appariscenti ma più in pericolo (come accade per diversi tipi di piante e invertebrati).

Un recente studio condotto da un gruppo di ricercatori delle università di Firenze e Hong Kong si è basato sull’analisi di 14.566 progetti di conservazione avviati nell’arco di 25 anni (dal 1992 al 2016). Per questi programmi è stato stanziato un totale di 1,963 miliardi di dollari USA, il 78,3% dei quali provenienti da agenzie governative.

Gli autori hanno confrontato per ogni specie considerata in questi programmi la quantità totale di fondi stanziati per la sua salvaguardia e la sua posizione nella lista rossa dell’IUCN – l’Unione mondiale per la conservazione della natura – che rappresenta la fonte di informazione più autorevole riguardo allo stato di conservazione delle specie animali, vegetali e fungine. Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori hanno costruito un database che documenta i finanziamenti stanziati per la conservazione delle diverse specie nel corso del tempo da parte di enti nazionali, internazionali e ONG.

“Le precedenti ricerche sull’argomento erano solitamente basate su programmi di conservazione finalizzati alla pubblicazione scientifica”, spiega Stefano Cannicci, docente di zoologia all’università di Firenze, membro dell’IUCN e autore dello studio. “Questo approccio, però, trascura una grossa fetta dei programmi di conservazione, come ad esempio i progetti LIFE, sovvenzionati dall’Unione Europea, che non prevedono la stesura di articoli scientifici. Il nostro intento era perciò quello di approfondire la questione da un punto di vista prettamente economico, e rilevare quindi la quantità di fondi destinati alle diverse specie a rischio”.

I risultati confermano la persistenza di importanti disparità nei programmi di protezione della biodiversità. Poche specie “bandiera” – che non sempre sono quelle più in pericolo – ottengono la maggior parte dei finanziamenti, mentre gruppi meno appariscenti come anfibi, insetti, piante e funghi, che sono tra i più minacciati, ricevono scarsa attenzione.

Più nel dettaglio, gli autori hanno scoperto che circa il 94% delle specie più a rischio non ha ricevuto finanziamenti e che ben il 29% dei fondi viene destinato a specie che si trovano particolarmente in pericolo. Al contrario, le specie più a rischio hanno ottenuto solo il 6% dei fondi spesi per la conservazione negli ultimi 25 anni.

Piante e invertebrati hanno ottenuto circa il 6,6% dei fondi e sono state oggetto, rispettivamente, del 7,8% e del 5,7% dei progetti (funghi e alghe, in particolare, hanno ottenuto meno dello 0,2% dei finanziamenti); l’82,9% dei progetti e l’84% dei fondi erano destinati alla conservazione di vertebrati, tra i quali i mammiferi e gli uccelli ottengono dal 70 all’85% dei fondi.

Nonostante circa il 25% dei vertebrati il cui stato di conservazione è critico sono anfibi, questi hanno ottenuto solo il 2,5% dei finanziamenti recenti (un numero in calo rispetto agli anni Novanta, quando tale quota raggiungeva il 4%).

Le stesse dinamiche si osservano anche se si concentra l’attenzione sui mammiferi: gli animali di grandi dimensioni come elefanti, primati, carnivori, cetacei e rinoceronti, che costituiscono solo un terzo dei mammiferi minacciati, ottengono l’86% dei fondi e sono oggetto dell’84% dei progetti, a scapito, soprattutto, dei piccoli roditori. Un discorso simile sembra valere anche per i rettili: il 91% dei fondi investiti nella salvaguardia di questi animali viene speso per la difesa delle tartarughe, mentre le specie meno “popolari”, come gechi e serpenti, sono invece trascurate.

“Ci aspettavamo che le organizzazioni non governative raccogliessero i fondi puntando su animali carismatici (è comprensibile, ad esempio, che il simbolo del WWF sia un panda e non un serpente dall’aspetto poco amichevole)”, commenta Cannicci. “Siamo rimasti invece colpiti dal fatto che anche i programmi nazionali e internazionali siano influenzati da questi “pregiudizi tassonomici”, che rischiano di limitare l’efficacia delle strategie di conservazione della biodiversità”.

Il professore rimarca la necessità di combattere questi pregiudizi rendendo i programmi in questione più evidence-based – fondati quindi su dati scientifici, anziché su percezioni soggettive o criteri emotivi – sostenendo che i programmi di difesa della biodiversità debbano attenersi maggiormente alle indicazioni fornite da biologi, zoologi ed esperti di conservazione in generale.

“È noto da tempo che gli anfibi rappresentino un gruppo tassonomico in grave pericolo”, prosegue Cannicci. “Ciononostante, i fondi stanziati per la loro tutela sono in calo. Viene da chiedersi come mai, in tutto il regno animale, proprio le rane ottengano così poca considerazione. Sono poi così brutte, rispetto a tante altre specie?

Scherzi a parte, a volte lo sbilanciamento nella distribuzione dei fondi è l’effetto di un problema più a monte. Le specie meno carismatiche, come i funghi e gli artropodi, sono anche quelle meno studiate e conosciute”. In altre parole, la scarsa considerazione nei confronti di alcuni gruppi tassonomici impedisce non solo di valutare il loro stato di conservazione, ma anche di comprendere l’importanza del servizio ecologico che svolgono.

Cannicci riflette infine sulla necessità di adottare un approccio più olistico alla conservazione, focalizzato sulla protezione di interi ecosistemi. “Le teorie ecologiche di qualche anno fa erano incentrate sulla tutela di poche specifiche “specie ombrello”, nella convinzione che la loro protezione garantisse la conservazione di interi ambienti”, spiega. “Non funziona così. La salvaguardia di una singola specie non serve a nulla se il suo habitat viene distrutto. È inutile, ad esempio, investire nella difesa della tartaruga marina o del panda rosso se l’ambiente in cui vivono, il cibo che mangiano e le altre specie a cui è connessa la loro sopravvivenza scompaiono.
Sembra un concetto elementare. Eppure, i fondi stanziati per i programmi di conservazione continuano spesso a privilegiare singole specie bandiera”. D’altronde, come osserva il professore, è più facile ottenere finanziamenti e raccogliere fondi puntando su animali iconici, piuttosto che sensibilizzare riguardo alla salvaguardia di interi ecosistemi, meno coinvolgenti dal punto di vista emotivo.

“Il problema principale è che i finanziamenti stanziati per la conservazione sono insufficienti, sebbene l’accordo sulla mobilitazione delle risorse finanziarie raggiunto alla Cop16 sulla biodiversità da poco conclusa a Roma rappresenti un segnale di speranza”, conclude Cannicci. “In ogni caso, la scarsità dei fondi dovrebbe indurci, a maggior ragione, a sfruttare le risorse a disposizione secondo criteri più oggettivi, massimizzando così l’efficacia delle strategie di conservazione”.

POTREBBE INTERESSARTI

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012