SOCIETÀ

Dobbiamo preoccuparci di un’invasione di data center (e rinnovabili) in Italia?

Lo scorso 31 ottobre il portale Econnextion di Terna, che registra le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale, ha aggiornato i dati relativi a una nuova categoria di utenti di consumo: i data center.

Il boom dell’Intelligenza Artificiale in tutto il mondo sta facendo crescere le installazioni di nuovi centri per l’elaborazione dei dati, che per funzionare richiedono un apporto costante di energia elettrica, oltre che di risorse idriche per il raffreddamento. Assieme al processo in corso di elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento degli edifici e di altri consumi civili e industriali, anche i data center contribuiranno a far crescere la domanda di energia elettrica nei prossimi anni.

Terna è il gestore della rete di trasmissione nazionale (quella ad alta tensione) e ha il compito di connettere alla rete elettrica sia i gandi impianti di produzione che ne fanno richiesta, sia gli utenti che consumano molta energia elettrica dalla rete.

“Gli obiettivi di decarbonizzazione impongono nuove sfide al settore elettrico” ricorda il sito di Terna. “Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile (rispetto a quella installata al 31 dicembre 2023) per coprire una quota del fabbisogno pari a 110-115 TWh con l’energia prodotta dalle fonti pulite”. 

I dati del portale Econnextion di Terna riportano che ad oggi le richieste di connessione alla rete dei nuovi data center in Italia sono quasi 64 GW, la gran parte dei quali in Nord Italia e più della metà (34 GW, con oltre 220 pratiche) nella sola Lombardia.

64 GW è un valore equivalente a quella che dovrebbe essere la nuova capacità rinnovabile da installare entro la fine di questo decennio. "Ma c’è un altro aspetto rilevante da considerare" sottolinea Fabio Bignucolo, professore di sistemi elettrici del dipartimento di ingegneria industriale e del Centro Levi Cases dell’Università di Padova. "mentre gli impianti rinnovabili hanno una produzione discontinua (variabile sia su base giornaliera sia stagionale), i data center hanno tipicamente un consumo costante molto elevato e solo leggermente correlato con la temperatura esterna per esigenze di condizionamento. Ciò significa che 64 GW di data center consumerebbero molta più energia di quella che potrebbe essere generata da impianti rinnovabili di pari potenza nominale".

Ciò significa che le nuove installazioni di rinnovabili non andrebbero a beneficio di altri settori, come i trasporti o il riscaldamento, che dovrebbero continuare a essere alimentati dal mix energetico attuale, che si regge ancora in gran parte su fonti fossili che producono emissioni di gas serra. Fortunatamente, le cose non andranno così, ma per capirlo occorre dare uno sguardo a come funziona l’iter autorizzativo per l’allaccio di un nuovo impianto, sia esso di consumo o di produzione.

Un’invasione di data center?

“La procedura attuale di connessione per i grossi utenti di consumo è simile a quella per gli impianti di generazione, in particolare rinnovabile” spiega Fabio Bignucolo.

“La procedura di autorizzazione dell’impianto deve includere sia l’impianto stesso sia tutta l’infrastruttura per connetterlo alla rete elettrica. Questo serve a evitare di autorizzare impianti che non potrebbero essere collegati alla rete, per esempio perché non è disponibile nelle vicinanze una linea di portata sufficiente”.

L’opera per realizzare la connessione dell’impianto però viene dettagliata dal gestore di rete, Terna, solo dopo che ha ricevuto la richiesta di connessione da parte dell’operatore. “Quando il gestore di rete emette questo preventivo, non ha alcuna informazione sulla effettiva fattibilità (tecnica, ambientale, finanziaria) dell’investimento” spiega Bignucolo. “Questo porta a prenotare, in un certo senso, capacità di connessione (espressa in potenza, in GW) con impianti che talvolta sono molto concreti, ma altre volte sono assolutamente improbabili. È un po’ come mettere un piede nella porta per evitare che si chiuda. Non è detto che in seguito chi ha messo il piede sarà autorizzato o avrà il budget sufficiente ad aprire quella porta per passare, ma intanto ne impedisce la chiusura”.

Sono numerosi i requisiti che l’impianto deve dimostrare di rispettare prima di ricevere l’autorizzazione finale: tra questi vi è la valutazione di impatto ambientale, le autorizzazioni paesaggistiche e culturali, i permessi di utilizzo di risorse idriche, le autorizzazioni a produrre emissioni. Tutto questo va raccolto dopo aver fatto la richiesta di connessione iniziale, che è quindi solo il primo passaggio di un lungo iter autorizzativo.

“Il problema è che prenotare questa potenza di connessione (in prelievo per i grandi carichi o in immissione per i grandi impianti di generazione) è in genere poco oneroso e talvolta soggetto a speculazione” specifica Bignucolo. “Quindi i numeri in gioco, pubblicati mensilmente da Terna sul suo portale Econnextion, sono abbastanza lontani dalla realtà. Ad oggi, solo una minima parte delle richieste di connessione di data center (circa il 2,4%) è in fase avanzata di sviluppo”.

Un ragionamento analogo secondo Bignucolo si può fare per le richieste di connessione di nuovi impianti rinnovabili per la produzione di energia elettrica. “A fronte di un obiettivo nazionale di 65 GW di nuovi impianti al 2030, Terna ha richieste di connessione per circa 335 GW (quasi 5 volte tanto), ma al momento solo 10,5 GW (80% FV e 20% eolico onshore) sono in fase molto avanzata di realizzazione”.

Spesso i numeri delle richieste di connessione per nuovi impianti rinnovabili vengono impugnati da chi è contrario, o solo semplicemente spaventato da un’invasione di impianti fotovoltaici o eolici sul territorio. Guardando ai numeri e imparando a conoscere la complessità e le lungaggini degli iter autorizzativi (che invece spesso rendono difficile raggiungere anche solo gli obiettivi minimi del PNIEC), questa paura risulta infondata.

Impatto sui prezzi e sull’ambiente

Nel 2024 in Italia risultavano installati quasi 0,3 GW di data center. Secondo la rivista QualEnergia che cita Mauro Capabianca (responsabile programmazione territoriale efficiente di Terna), entro fine decennio dobbiamo aspettarci al massimo 3 GW, che è un valore comunque 10 volte superiore alla situazione attuale, ma decisamente distante da quello delle richieste di connessione.

Nonostante i numeri che entreranno in esercizio siano meno allarmanti di quanto si possa pensare, va comunque monitorato il loro impatto sulla domanda di energia elettrica. “Non si può escludere un aumento non trascurabile del prezzo dell’energia elettrica conseguente a una crescita importante della domanda, se non sarà compensata dal contemporaneo sviluppo degli impianti rinnovabili in fase di realizzazione” sottolinea Bignucolo.

È importante anche tenere alta l’attenzione sull’impatto ambientale dei data center. Il gruppo di Marco Bettiol, professore del dipartimento di scienze economiche e aziendali dell’università di Padova, sta conducendo una ricerca proprio sul rapporto tra data center europei e sostenibilità ambientale, realizzata all'interno del progetto GEOTWIN.

“Ciò che emerge è una storia fatta di progressi importanti, ma anche di nuove sfide da affrontare con coraggio” spiega Bettiol, che è anche curatore del libro La sostenibilità ambientale del digitale: il ruolo dei data center. “La prima buona notizia è che l’impegno sul fronte energetico è reale. Oltre metà dei provider che abbiamo intervistato riesce a coprire più del 60% del proprio fabbisogno con energie rinnovabili. E un ulteriore 35% supera addirittura la soglia del 90%. Non si tratta più di sperimentazioni isolate, ma di scelte industriali mature, che combinano sostenibilità e competitività”.

Dalla mappatura però emergono anche alcuni punti critici. “La seconda notizia è meno rassicurante. La vera sfida per i data center sta nella parte nascosta dell’impronta ambientale: le emissioni indirette, quelle che si generano nella produzione di chip, server, gruppi di continuità, apparati di rete e in tutta la logistica che porta alla costruzione e manutenzione di un data center. Solo il 12% degli operatori utilizza oggi metodologie avanzate come il Life Cycle Assessment per misurare davvero questi impatti. Ed è qui che si giocherà la credibilità ambientale del settore nei prossimi anni”.

C’è poi il lato della comunicazione, “un capitolo ancora tutto da scrivere” secondo Bettiol. “La nostra analisi su oltre 600 siti web di provider europei di data center mostra un settore che parla molto di efficienza, certificazioni e rinnovabili, ma che racconta ancora poco degli impatti reali e delle metodologie che usa per misurarli. La comunicazione sulla sostenibilità è in crescita, ma rimane frammentata, poco trasparente e spesso incompleta."

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