La monogamia è stata per millenni un’eccezione nelle società umane
Nasciamo in ecosistemi che non ci siamo scelti e per decisiva “scelta” altrui, di una mamma o di entrambi i genitori e talora anche di altri, di chi assiste la salute delle donne innanzitutto, non solo in gravidanza. Se facciamo figli, poi, invece, la scelta è un poco anche nostra, pur sapendo che il grado di libertà delle donne risulta ancor oggi purtroppo molto differenziato nell’umano mondo. Perlopiù la “pratica” di diventare genitrice è collegata a una (quasi sempre) precedente capacità e opzione di avere un partner sociale, affettivo, sessuale (oggi l’ulteriore eventualità del matrimonio appare in forte decrescita dalle nostre parti). E il modo in cui scegliamo se e come avere partner nell’esistenza individuale di ciascuna e ciascuno risulta molto condizionato dalle realtà culturali in cui siamo cresciuti, dai comportamenti dei nostri genitori, dalle proprie caratteristiche fisiche e psicologiche; dal contesto relazionale e dalle condizioni materiali in cui riusciamo prima a formarci e, successivamente, a trovare lavoro e tempo libero dal lavoro; forse in parte anche dalla “vocazione” emotiva.
Possono mescolarsi tanti elementi delle scienze biologiche e sociali, la questione parallela più connessa è quella fra mettere al mondo figli e avere una dimensione di coppia (“famiglia”), vale per la maggior parte delle specie animali ed è già capitato che ne venissero affrontati di recente qualificanti aspetti. A inizio 2026 è stato pubblicato un interessante volume che fa il punto su alcuni degli ultimi millenni di vita familiare della nostra specie sapiens, in particolare su diseguaglianze e varianti in centinaia di società umane, antiche e moderne: Marzio Barbagli, Monogamia. Storia di un’eccezione, Il Mulino Bologna.
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Pur se vi sono cenni riferiti alla storia umana durante i millenni intorno e successivi alla fine dell’ultima glaciazione e alle caratteristiche della prevalente caccia-raccolta (probabilmente con diffusa poligamia), la narrazione prende avvio dalla novità della prevalente monogamia introdotta mezzo millennio prima del cristianesimo, sia dal popolo ebraico che nell’antica Grecia, e si sviluppa comparando gran parte delle società preindustriali e delle società contemporanee. Non è stata la religione cattolico-cristiana a far cambiare i comportamenti umani in favore della monogamia e, anzi, nella Bibbia i riferimenti alla poligamia sono molteplici e ben accetti. Il capitolo d’esordio del volume (“Le mogli dei patriarchi”) inizia con la citazione dello storico ebreo Flavio Giuseppe nel primo secolo (“è nostra antica tradizione che un uomo abbia più mogli contemporaneamente”) e ne segnala le due opposte interpretazioni: famiglia ebraica essenzialmente monogamica e piena tolleranza per la poligamia; ordinarietà e fertilità del matrimonio poligamico degli ebrei, per un lungo periodo almeno, come confermato dalla vita dei maggiori personaggi dei libri sacri. Certo, risulta che nel corso del tempo gli ebrei passarono lentamente dalla poligamia alla monogamia.
La questione è stata vieppiù valutata e dibattuta da studiosi di varie discipline, oltre che dalle persone in carne e ossa. In linea di massima, invero, la pratica effettiva delle norme sociali rileva prima e più della discettazione successiva su tipologie e percentuali. Fin dalla prima metà del Novecento, comunque, studi storico-sociologici comparativi hanno iniziato ad analizzare le norme collettive che hanno via via “prescritto” con quanti individui gli esseri umani potevano sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, durante la loro vita, oltre alla effettività concreta delle norme. Tali regole ovunque hanno influito e influiscono profondamente sul come le famiglie si formano, si trasformano, si dissolvono; sulle relazioni interne fra coloro che ne fanno parte; sui rapporti di parentela o sulle dinamiche sessuali; sono state e sono un cardine dell’organizzazione del potere, rendendo legittimi determinati legami e definendo chi ha accesso alla successione ereditaria e alla distribuzione delle proprietà; particolarmente importanti per principi, imperatori, re.
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Praticamente tutte le società analizzate (diverse per caccia-raccolta o allevamento-agricoltura e per sistemi economici) definivano il matrimonio come l’unione economica e sessuale tra un uomo e una donna, sanzionata socialmente e tale che i figli della donna fossero riconosciuti legittimi da entrambi i genitori, e contrapponevano la monogamia, che permette di sposare solo una persona, più rara, alla poligamia, che consente a un individuo di avere più di un coniuge (duratura per millenni a causa spesso di squilibri nella composizione della popolazione o di diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, del potere, fra i generi). Distinguevano inoltre due tipi di poligamia, la poliginia, frequentissima, l’uomo ad avere più mogli, e la poliandria, rarissima, la donna più mariti. Molti antropologi concordano nel considerare che forse le famiglie poligamiche risultano meno coese delle monogamiche, soprattutto per i conflitti sessuali ed emotivi tra le mogli, in particolare fra prima (temporalmente) e altre; sottolineano comunque convenienze e varianti, strategie e tattiche coniugali o collettive, vantaggi e svantaggi storicamente e culturalmente determinati; si concentrano su ragioni e percorsi del passaggio dall’una all’altra scelta, nei millenni prevalentemente da poligamia a monogamia.
Gran bella questione! Il sesso non c’entra quasi mai in modo rilevante, la poligamia non è sorta perché è “naturale” che gli uomini sono fisicamente attratti sempre e ovunque da molte donne. Il grandissimo sociologo e storico della famiglia Marzio Barbagli (Montevarchi, Arezzo, 1938), professore emerito dell’Università di Bologna, sintetizza nel titolo il risultato di un’ampia stimolante ricerca su una realtà spesso ignorata: la monogamia è stata per millenni e per secoli più un’eccezione che una regola delle comunità territoriali. Sappiamo che i meccanismi biologici che regolano i legami di coppia si sono spesso sviluppati perché aumentano le probabilità di sopravvivenza della prole, ma, ovviamente, non si fa in questo testo riferimento a biologia e chimica, a psicologia e sessuologia, a climi e ormoni; contano essenziali dati e fenomeni, essenzialmente sociologici: come è andata e sta andando nelle opzioni matrimoniali della socialità umana.
L’apparizione della monogamia risale molto indietro nel tempo, certo, dovrebbe essere un’opzione maturata abbastanza bruscamente nelle antiche Grecia e Roma (secoli avanti Cristo), è avvenuta comunque molto prima sia dell’ascesa dei grandi stati nazionali che della rivoluzione industriale e urbana. Pur tuttavia, spiega l’autore, la monogamia ha assunto ben presto forme molto differenti, almeno tre: indissolubile, di origine cattolica; seriale o in sequenza, che prevede che ci si possa sposare con più persone nel corso della vita dopo il divorzio o la morte del coniuge, la variante assolutamente più diffusa; senza matrimonio, di chi passa da una convivenza more uxorio a una successiva (in molti stati ormai ci si sposa sempre meno). Una pluralità di “alternative” che riguarda ovviamente anche la poligamia (le norme riguardanti il numero di partner consentiti fanno parte e derivano da religioni, concezioni del mondo e filosofie morali che hanno dato origine e leggi e a sanzioni contro gli inadempienti), fino pure al fenomeno di quella relazione sessuale consensuale definita “poliamore” (spesso incontrata o letta), in cui le persone coinvolte possono amare e avere relazioni intime con più partner contemporaneamente, volendo dello stesso sesso o no. Risulta forse evidente che la monogamia seriale può confinare con una sorta di poligamia diacronica, dipende dalle ragioni e dal numero di matrimoni e divorzi nelle vite individuali e nei vari periodi storici.
La questione decisiva è la relazione fra i sistemi di formazione della “famiglia” (spesso le alleanze contano più degli affetti) e le asimmetrie e diffuse diseguaglianze (in particolare, di potere) fra i partner. Pur se negli esseri umani il legame di coppia ha assunto valori non solo riproduttivi (per esempio, sostegno emotivo, salute reciproca, cooperazione), non esiste una famiglia “naturale”. Il passaggio dalla poligamia alle due principali forme di monogamia (tendenzialmente sempre più seriale) è avvenuto in un lunghissimo periodo di tempo e non sembra ancora terminato; in Giappone, India e Cina (molto citato qui Padre Matteo Ricci) favorito dall’apertura all’Occidente e dalla loro modernizzazione, spesso forzate (non dai missionari), e dal cambiamento dell’atteggiamento della popolazione femminile. I grandi mutamenti di formazione della famiglia sono avvenuti con la diminuzione di alcune diseguaglianze sociali (fra etero e omo o fra mariti e mogli e nei tassi di fecondità sia di donne che di uomini) e con la variazione di libertà e indipendenza individuali o reciproche (in linea di massima, ormai le unioni che durano sono quelle dove esiste una sostanziale eguaglianza tra i partner e una certa reciprocità di comportamenti).
La narrazione si sviluppa attraverso sedici capitoli. Dopo gli ebrei (che contemplavano radicate usanze familiari come lo sposare cognati o cugini di secondo grado, il liberatorio scalzamento del cognato da parte della vedova, il sororato ovvero il matrimonio di un uomo con due sorelle viventi) si passa ai greci e alle vere e proprie “origini della monogamia”, a partire dal declino della poligamia durante i regni ellenistici formatisi alla morte di Alessandro il Grande (prima i macedoni la praticavano “alla grande”). Nelle città-stato l’importanza del legame familiare crebbe nel corso del tempo, i pur rinomati bigami erano eccezioni. Poi, i legislatori romani sottolinearono i due principi, spirituale e materiale, del principio monogamico. Il matrimonio aveva prevalente funzione riproduttiva; esistevano comunque concubine, etère (accompagnatrici colte), schiave, prostitute; la doppia morale sessuale asimmetrica, a “favore” degli uomini, fu sancita dall’imperatore Augusto negli anni a cavallo prima e dopo Cristo.
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In quanto cittadini romani, i cristiani accettarono le leggi riguardanti i sistemi di formazione della famiglia nella società in cui vivevano. Ma a poco a poco abbozzarono una dottrina del matrimonio che considerava monogamica, egualitaria, esclusiva, duratura e trovarono il modo di spiegare la poligamia dell’Antico Testamento (dove gran parte dei potenti sono poligami), riferendola sia al matrimonio plurimo simultaneo che alle seconde o terze nozze. In realtà, illustra Barbagli, tutte le religioni e le legislazioni antiche ammettevano il divorzio, il principio dell’indissolubilità del vincolo coniugale emerse solo con lentezze o contraddizioni e rimase estraneo per secoli a una parte della popolazione europea. Nelle vite reali delle comunità, per secoli, in molti paesi, popoli che seguivano morali e usanze matrimoniali assai diverse hanno vissuto insieme, fianco a fianco, mescolandosi, a volte pacificamente, a volte con conflitti pure sanguinosi, a volte cercando di convertirsi o convincersi reciprocamente: romani ed ebrei, zoroastriani e islamici, gaelici e inglesi, comunità germaniche o scandinave.
Grazie all’attività dei missionari, alle minacce di scomunica papali e agli interventi militari, la morale sessuale e coniugale cristiana si affermò lentamente, in un processo durato alcuni secoli, nell’Europa settentrionale e orientale, mentre in altri paesi del Mediterraneo o dell’Asia, durante tutto il Medioevo, si fece strada per la prima volta, o si consolidò, un’altra morale, antitetica, che consentiva o incoraggiava la poligamia, il ripudio e il divorzio, propugnata da popoli e da gruppi di due diverse religioni: ebrei e musulmani. Barbagli ripercorre minuziosamente i percorsi storico-culturali e i tratti caratteristici o specifici, prima di esaminare in dettaglio la conquista colonizzazione delle Americhe (capitolo ottavo) e la progressiva affermazione a sud e a nord delle due forme di monogamia, due modelli diversi di dominio: dal XVI secolo il primo, dal XVII il secondo (dopo il rilevante distacco del protestantesimo, soprattutto); “impero di conquista” il primo, “impero del commercio” il secondo; centralista e burocratico il primo, individualista il secondo; monogamia indissolubile nel primo, seriale (dopo il divorzio) nel secondo.
I successivi capitoli del volume di Barbagli affrontano casi storici specifici o altre dinamiche geografiche e geopolitiche: l’inaspettato ritorno della monogamia dei mormoni americani; fare famiglia in Asia; convertire senza armi (all’inizio nelle Filippine); le monogamie asiatiche; la poligamia generale africana; i tentativi di conversione degli africani; un partner dietro l’altro, la poligamia invisibile in Occidente (in futuro potrebbe dominare la tendenza alla monogamia seriale della convivenza senza matrimonio); il poliamore. Il testo dei capitoli mescola sapientemente storia, geografia e questioni tematiche; ciascun capitolo contiene tanti paragrafi, anche brevi e mai riassuntivi, dopo una premessa di impostazione specifica; al centro appare un interessante godibile inserto di quaranta figure colorate; infine, il volume si chiude con centotrenta dense pagine di note, riferimenti bibliografici, indice analitico (il termine “sesso” non c’è da solo).