SOCIETÀ

Musica dopo la strage, tra trauma e memoria

Quello in cui viviamo è un tempo in cui la musica non si ascolta soltanto: si abita. È ovunque — nelle case, nelle strade, negli auricolari — istantanea, portatile, continua. Non più sottofondo, è un’esperienza permanente, colonna sonora personale e collettiva insieme. Se poi lo streaming ha trasformato l’ascolto in un gesto quotidiano, i concerti lo consacrano come rituale sociale, luoghi in cui si impara a stare assieme, riconoscersi e sciogliersi in un’identità condivisa. Fosse anche per la durata di un ritornello cantato in coro. 

Cosa accade però quando questo linguaggio universale, anziché dare serenità e gioia, diventa trauma? La domanda non è teorica: è incarnata in una data, un luogo, una serata che doveva essere soltanto musica. Il 13 novembre 2015, al teatro Bataclan di Parigi, 1.500 persone – in gran parte giovani adulti – erano lì per vedere la loro band, gli Eagles of Death Metal. Una notte di festa, poi l’irruzione armata, gli spari, il terrore. Da quel momento, per molti sopravvissuti, il suono ha cambiato completamente significato: da piacere a dolore, da momento di evasione a condanna.

Suono, spari, silenzio

Quale eco lascia il suono nella memoria di chi ha vissuto la strage del Bataclan? E come si è trasformato, per i sopravvissuti, il rapporto con la musica dopo quella notte? A queste domande ha provato a rispondere il musicologo e musicista sperimentale Luis Velasco-Pufleau in uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista Conflict and Society. Il suo sguardo sceglie una prospettiva inusuale: non la narrazione del massacro tramite immagini, ma attraverso ciò che lo ha definito fin dall’inizio – i suoni.

L’autore ha raccolto le testimonianze di nove sopravvissuti e di tre familiari di vittime o superstiti, per la maggior parte membri di due associazioni nate in seguito agli attacchi di Parigi del 13 novembre: 13onze15: Fraternité et Vérité e Life for Paris. I superstiti sono stati intervistati tra aprile 2016 e marzo 2017 e hanno condiviso non solo il racconto dell’attacco, ma soprattutto ciò che hanno udito, percepito e interiorizzato. “Dopo gli attentati i media parlavano molto dei sopravvissuti, ma sempre chiedendo loro cosa avessero visto o provato: nessuno si interrogava sul ruolo del suono e della musica in quell’esperienza – spiega Velasco-Pufleau a Il Bo Live –. Per questo, come musicista e ricercatore, ho sentito che mancava questa parte di quella storia: capire come l’attacco aveva cambiato il loro modo di ascoltare e vivere la musica”.

Quello che è emerso dalle testimonianze è che la tragedia del Bataclan è stata vissuta e ricordata prima di tutto attraverso l’ascolto, che proprio durante l’attacco era diventato l’unico strumento per capire e orientarsi. Sottolinea Velasco-Pufleau nel suo lavoro che i ricordi dei sopravvissuti apparivano a questo riguardo discontinui, e spesso non coincidevano né con le versioni diffuse dai media né con i resoconti ufficiali degli eventi. Scrive l’autore, riportando la testimonianza di Amèlie e Raphael (tutti i nomi sono stati cambiati, nel rispetto della privacy degli intervistati, ndr): “I nostri sensi sono stati segnati così tanto durante questo evento. Avevi il suono dei proiettili con la musica, le urla, l'odore degli spari, l'odore del sangue, il dolore di coloro che sono stati feriti, tutte quelle sensazioni, essere al buio... È tutto confuso, devi davvero separarli bene.”  

L'inizio dell'attacco terroristico del Bataclan ha causato un'improvvisa rottura nell'ambiente sonoro della sala concerti, descritta dalla maggior parte dei sopravvissuti incontrati da Velasco-Pufleau come il contrasto tra l'atmosfera di gioia e di allegra confusione del concerto e il silenzio che è arrivato pochi minuti dopo l'inizio dell'attacco. Diversi di loro hanno raccontato l'atmosfera come un "silenzio mortale" (silence de mort) in cui centinaia di persone giacevano l'una sull'altra o si nascondevano dietro sedie e porte. Nell’articolo viene riportata la testimonianza di due ufficiali dell'unità speciale anti-criminalità (BAC), entrati nel locale circa 15 minuti dopo l'inizio dell'attacco: “Dal momento in cui abbiamo iniziato ad avanzare nel corridoio la sparatoria si è fermata, e quando siamo entrati non c'era più, solo silenzio. Lì, la vista era indescrivibile. Centinaia di corpi – per noi, tutti erano morti – erano aggrovigliati uno sopra l'altro: davanti al bar, sotto il palco, a volte anche ammucchiati a più di un metro di altezza. (...)      La nostra prima reazione è stata quella di chiederci come fossero riusciti a uccidere così tante persone in così poco tempo”. 

Come mette in risalto Velasco-Pufleau, per molti dopo l’attacco il rapporto con la musica non è più stato lo stesso. È il caso di Marc: appassionato di rock, ha smesso di ascoltare gli Eagles of Death Metal, la band che suonava quella sera. Dopo l’attacco, le stesse canzoni che associava a un clima di festa e leggerezza sono diventate un promemoria insopportabile. Anche per Alexandre la primitiva passione si è trasformata in qualcosa di irriconoscibile: “Quella notte hanno ucciso il mio amore per la musica”, riporta Velasco-Pufleau nell’articolo. Alexandre racconta di aver provato a riascoltare la band, senza successo. Ha iniziato così a rifugiarsi in tutt’altra musica, ma alcuni suoni, come il colpo secco del rullante, gli ricordavano il rumore dei Kalashnikov. 

Tornare all’ascolto, dopo la ferita

Al di là dell'ipervigilanza sonora causata dall'interiorizzazione che "qualsiasi rumore potrebbe essere un pericolo", c’è anche chi è riuscito a ricostruire un rapporto non traumatico con la musica, trovando in essa un modo attivo per collegare il passato al presente e per recuperare la narrazione di quanto avvenuto. Come afferma Marc: “La musica non può fermarsi. Non c'è giorno in cui non ascolti musica. La musica era una passione, ora è un filo vincolante nella mia vita”. Per altri questo rapporto si è trasformato: Jean-Pierre è il padre di una vittima, e prima la musica era ciò che li univa. Dopo l’attacco quel rito non si è interrotto, ma in qualche modo è mutato. Velasco-Pufleau racconta la testimonianza dell’uomo che ogni sera, con le cuffie, riascolta i brani che amava suo figlio e naviga nei forum di musica indipendente, in cerca di canzoni che avrebbero potuto piacergli. “È il modo che ho per essere ancora con lui – racconta –. La musica è l’unico posto dove mi sento bene. È un legame che non voglio perdere”. 

Diverso è stato il percorso di Camille. Gravemente ferita da un proiettile, è stata operata e tenuta in coma farmacologico per due settimane. Al risveglio il racconto di ciò che aveva subito si è iniziato a manifestare anche attraverso allucinazioni uditive: sentiva uomini cantare canzoni umilianti su di lei, come se fossero fuori dall’ospedale o trasmesse dalla radio. Per Camille quelle voci rappresentavano una forma di violenza che continuava anche dopo l’attacco, e questo ha intensificato in lei un senso di impotenza e vergogna. Velasco-Pufleau interpreta queste allucinazioni come lieux de mémoire (luoghi di memoria) associati all'umiliazione, ovvero ricordi traumatici che si manifestano sotto forma di suoni interiori e che mantengono la persona intrappolata nell’evento.

Il processo di ricomposizione è iniziato quando Camille ha cominciato ad ascoltare di nuovo musica. In terapia intensiva usava le cuffie per coprire il rumore della macchina dell’ossigeno. Ricorda in particolare l’ascolto di All Along the Watchtower nell’interpretazione di Jimi Hendrix: per qualche minuto, chiudendo gli occhi, sentiva la musica “attraversarle il corpo”, permettendole di non sentirsi più in ospedale. Ascoltare è diventato per lei un modo per riconquistare il controllo di stessa.

Velasco-Pufleau conclude sottolineando come le testimonianze dei sopravvissuti al Bataclan mostrino con forza che attraverso l'ascolto, gli esseri umani modellano e (tras)formano le loro esperienze affettive, associandola a luoghi ed eventi. La musica e il suono sono risorse essenziali per costruire la personalità, e quindi possono anche essere utilizzate come mezzo per smantellarla. 

Quando una canzone diventa un trigger 

“Ciò che si è verificato al Bataclan in chi ha vissuto quei momenti è un’associazione di una musica a stimoli, come bombe o spari, improvvisi, subitanei e simultanei”, spiega a Il Bo Live Massimo Grassi, docente di psicologia della musica all’Università di Padova. “Si tratta di un meccanismo della psicologia umana molto noto, conosciuto come apprendimento di tipo associativo”, continua lo studioso. In questo modo, la sensazione di paura resta inestricabilmente legata alla musica che si stava ascoltando: ogni volta che quella traccia torna a risuonare riaffiora anche lo stesso stato emotivo, insieme alle emozioni di quegli istanti, segnati da terrore e morte.

Secondo il docente questa associazione può essere superata, esponendo più volte la persona a quella stessa melodia, in un contesto in cui questa non sia più legata a sensazioni di paura o dolore. Tuttavia, sottolinea Grassi, un conto è eliminare il legame tra la paura e quel tipo di musica, un altro è superare il trauma di quei momenti. “Chi è sopravvissuto ha perso amici, ha visto corpi uccisi o trascinati per strada. Supportare chi ha vissuto un trauma del genere è molto complesso, e non basta riacquisire la capacità di ascoltare musica perché la ferita si rimargini”.

Eppure, proprio per quanto la musica abbia potuto farsi veicolo involontario di un trauma così profondo, recuperare un rapporto con essa resta fondamentale. Perché la musica non è un elemento accessorio: è onnipresente, diffusa, intrecciata alla vita quotidiana e, soprattutto, svolge un ruolo insostituibile nella costruzione dei legami sociali. “Come tutte le forme d’arte anche la musica è inutile da un punto di vista concreto – afferma Grassi –. Perché allora è così importante? Non ci sfama e non ci cura in maniera diretta, eppure resta una parte essenziale della vita della maggior parte delle persone. Alcune recenti teorie riportano l’idea che alcune forme musicali incrementino la coesione sociale: in particolare il canto, che in una fase iniziale o amatoriale non richiede abilità particolarmente complesse”.

Grassi fa riferimento, per esempio, al canto corale, che creerebbe un legame sociale, come in un dialogo in cui due o più persone si confrontano e parlano insieme. Espressioni emblematiche di questo aspetto possono essere l’inno nazionale e i cori da stadio: ci si sente uniti, parte di un’unica grande collettività. Nonostante non abbia il potere – da sola – di rimarginare ferite tanto dolorose, la musica può unire le comunità ed essere un fattore essenziale per costruire una memoria condivisa, che aiuti a risollevarsi insieme dopo eventi così drammatici.

La musica insomma tiene insieme dimensione personale e collettiva, sentimenti privati e memoria condivisa. Nel caso del Bataclan non è più solo colonna sonora della vita: può ferire, scuotere, mettere in discussione, ma anche, con il tempo, aiutare a riannodare i fili. Non per cancellare gli spari o il silenzio che ne è seguito ma per tornare, un passo alla volta, ad ascoltare e ad ascoltarsi.

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