Popolazione, caste, religioni e povertà: l’India dà il via al censimento digitale
La fotografia “di superficie” dell’India si può trovare anche online, aggiornata per stima in tempo reale: 1,45 miliardi di abitanti, un numero che cresce ogni secondo (per essere precisi, un nuovo nato ogni 1,36 secondi). Più della Cina, più di qualsiasi altra nazione al mondo: il che implica che l’India avrà un ruolo sempre più centrale nell’economia globale e nel consumo delle risorse, anche perché l’età media è di appena 28 anni, con il 70% in età lavorativa. Ma dietro ai numeri e alle statistiche ci sono le persone reali, le famiglie più o meno numerose, le differenti fedi religiose, le differenti caste, le disuguaglianze spesso profonde, i tassi di alfabetizzazione, le povertà radicate; e poi le abitazioni di qualità variabile, l’accesso differenziato ai servizi di base, gli agi e i disagi che ciascun nucleo familiare è chiamato quotidianamente ad affrontare. Ed è proprio per avere quest’altra fotografia, più profonda, a più alta risoluzione, che il governo indiano ha avviato (con 5 anni di ritardo: l’appuntamento del 2021 era saltato per via della pandemia e delle difficoltà di spostamento che comportava) il nuovo censimento della popolazione. Un lavoro colossale che per almeno un anno terrà impegnati oltre 3 milioni di funzionari, chiamati in ogni angolo del paese (nei 28 stati e negli 8 territori dell’Unione, gestiti a livello federale), a raccogliere le informazioni necessarie. La prima fase del censimento, che riguarderà “case, materiali abitativi, beni domestici e servizi di base” durerà fino al prossimo settembre e avrà come binario portante un questionario con 33 domande, tra le quali: qual è il materiale predominante del tetto della tua abitazione? E del pavimento? E delle pareti? Quante coppie sposate vivono in quella casa? C’è disponibilità di acqua potabile? Ci sono servizi igienici? Quale combustibile viene usato per cucinare? Quali sono i principali cereali che vengono consumati in casa? Hai accesso a internet o disponi soltanto di un cellulare base? La seconda fase dovrebbe invece partire a febbraio 2027 e si concentrerà, teoricamente in due mesi, sulla raccolta di dettagli demografici e socioeconomici, con informazioni su istruzione, migrazione e fertilità. Il censimento sarà il sedicesimo della storia dell’India, e l’ottavo dall’indipendenza, ottenuta nel 1947 dopo 89 anni di dominio coloniale britannico. E il primo digitale, con i dati che saranno raccolti attraverso app mobili in 16 lingue (inglese, bengalese, assamese, punjabi, gujarati, hindi, tamil), e anche con la possibilità di un’autocertificazione, attraverso la registrazione su un portale web con un numero ID di riferimento. Il risultato di questo enorme lavoro sarà fondamentale infine per calibrare sia le politiche di welfare, sia la rappresentanza politica, con la legge del 2023 che riserva un terzo dei seggi legislativi alle donne.
Anche le caste nella rilevazione
Ed è in questa seconda fase che avverrà anche l’enumerazione delle caste, un argomento che in India è assai controverso e dibattuto: basti pensare che l’ultimo elenco ufficiale delle caste è stato realizzato quasi cento anni fa, nel 1931. Negli anni '50, la Costituzione indiana vietò le discriminazioni basate sulla casta, nella speranza, o meglio nell’illusione, che la democrazia sarebbe riuscita a “livellare” le divisioni sociali: perciò non furono più eseguite rilevazioni. Ma la norma non bastò a scardinare quel sistema millenario basato sulle scritture indù, e soprattutto sul Manusmriti, il più importante e autorevole libro di diritto, che “riconosce e giustifica il sistema delle caste come base dell’ordine e della regolarità della società”. Gli indù sono divisi in quattro categorie principali: Brahmini (sacerdoti, insegnanti, intellettuali), Kshatriya (guerrieri e nobili), Vaishya (mercanti e artigiani) e Shudra (servitori, i più umili). Infine i Dalit, gli indigeni, “intoccabili”, emarginati, al di fuori del sistema. Ogni casta principale è poi suddivisa in circa tremila caste e, sempre circa, 25.000 sotto-caste, per dire della complessità del sistema. Con le comunità rurali che sono ancora in gran parte organizzate sulla base di questo schema, determinando regole religiose e sociali, con pochi o nulli i contatti tra le caste superiori e inferiori (ai Brahmini era vietato accettare cibo o bevande dagli Shudra). Nell’ormai lontano 2014 l’India Human Development Survey stimava che appena il 5% dei matrimoni era inter-casta. Mentre nel 2018 la Corte Suprema indiana aveva confermato che il matrimonio tra adulti consenzienti è comunque legale, indipendentemente dalla casta di provenienza. “Ma il numero di gruppi svantaggiati nel paese è ancora numeroso e vario, e ciascuno dei loro problemi è diverso”, ha commentato Sukhadeo Thorat, economista e professore emerito presso la Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi, intervistato da Al Jazeera. “Soffrono di discriminazione sociale ed esclusione. Alcuni di loro sono stati privati di diritti di proprietà, di proprietà aziendale e di istruzione per diversi anni. Le persone appartenenti alle tribù indigene soffrono ancora oggi di isolamento fisico e sociale, oltre che di diffusi pregiudizi. Anche gruppi religiosi minoritari come cristiani e musulmani stanno affrontando problemi di discriminazione e di indebolimento dei loro diritti religiosi. Quindi, per identificare i problemi specifici di ogni gruppo e affrontarli servono dati: e questi possono arrivare solo attraverso un censimento delle caste”. Il Bharatiya Janata Party (BJP), partito nazionalista del primo ministro Narendra Modi, che da 12 anni è a capo del governo indiano, si era sempre opposto all’ipotesi di tornare a svolgere un censimento delle caste, sostenendo che il procedimento avrebbe creato ulteriori divisioni nella società. Poi, lo scorso maggio, l’annuncio a sorpresa che i dati sull’appartenenza alle caste sarebbero stati inclusi nella rilevazione. Il governo federale indiano non ha ancora comunicato quali domande specifiche saranno poste in questa seconda fase del censimento. Ma non mancano i contrari all’operazione: “Chi si oppone sostiene che enumerare le caste indurirà le identità, radicherà le divisioni” ha osservato Ashwini Deshpande, economista dell’Università privata di Ashoka. “Il rischio è che, catalogando anche le sotto-caste, si conferisca alla casta principale una sorta di legittimità burocratica che potrebbe approfondire le fratture sociali”.
La persecuzione dei musulmani
Non mancano tuttavia le preoccupazioni su come verranno utilizzati, soprattutto dal governo in carica, i dati del nuovo censimento. Un governo che si è impegnato ad attuare a livello nazionale il Registro Nazionale dei Cittadini che conterrà i nomi dei cittadini indiani e che consentirà di identificare, e di deportare, gli immigrati privi di documenti (già due milioni di musulmani sono stati espulsi dallo stato nord-orientale dell’Assam). Lo stesso governo di Modi ha attuato nel 2024 il Citizenship Amendment Act (CAA), che accelera l’iter per ottenere la cittadinanza ma soltanto per i “non musulmani”. Con i gruppi per i diritti umani che hanno protestato a gran voce, sostenendo che “fare della fede una base per ottenere la cittadinanza è contrario allo spirito della costituzione laica indiana”. Una “discriminazione sistematica” su base religiosa sostenuta anche da Human Rights Watch, che nel suo ultimo report ha scritto: “Il governo indiano nazionalista indù guidato dal Bharatiya Janata Party ha vilipeso le minoranze religiose ed espulso nel 2025 centinaia di musulmani di lingua bengalese e rifugiati Rohingya considerati ᾿immigrati illegali᾿. Le autorità hanno represso i critici del governo e hanno fatto pressione sui media per autocensurarsi, scatenando abusi da parte di funzionari governativi e sostenitori del BJP”. Si stima che oltre l’80% della popolazione indiana sia di religione induista, seguita dal 13,5% di musulmani, poco più del 2% di cristiani e l’1,8% di sikh. Elaine Pearson, direttrice Asia di Human Rights Watch, è stata ancor più esplicita nelle accuse: “Il governo indiano ha normalizzato la violenza contro minoranze religiose, gruppi emarginati e critici attraverso politiche discriminatorie, discorsi d’odio e procedimenti penali motivati politicamente“. I più critici temono che il vero obiettivo di Narendra Modi sia privare le minoranze del diritto di voto, consolidando quindi il potere del Bharatiya Janata Party.
Polemiche e sospetti che tuttavia non attenuano la portata del censimento, che com’è evidente non riguarda soltanto il conteggio delle persone, ma che punta a tracciare la spina dorsale demografica della nazione più popolosa al mondo. Con un’economia che appare estremamente solida (le stime per l’anno in corso indicano un PIL al 7,4% e una crescita del 6,9%) nonostante le burrascose congiunture internazionali. E un traguardo, quello di diventare la terza più grande economia del mondo, dietro a Stati Uniti e Cina, ormai a portata di mano, entro 2 anni (nel 1990 era dodicesima). “La sfida per l’India non è diventare la terza economia più grande al mondo, ma riuscire ad aumentare il reddito pro capite della sua popolazione a livelli più alti”, ha ricordato Gita Gopinath, Professoressa di Economia presso l’Università di Harvard, all’ultima sessione del World Economic Forum di Davos. Lo scorso gennaio India e Unione Europea hanno firmato uno storico accordo di libero scambio commerciale, che riduce drasticamente i dazi sulla quasi totalità delle merci scambiate. Una risposta concreta al protezionismo ossessivo imposto dal presidente americano Donald Trump.