SOCIETÀ

Quanto pesa lo spazio nell’economia italiana. La nuova fotografia Istat

L’Italia dispone finalmente di una misurazione ufficiale della propria economia spaziale. Il rapporto elaborato da Istat e Agenzia Spaziale Italiana (ASI), basato sui dati 2021 e integrato nelle metodologie dei conti nazionali, definisce per la prima volta il contributo del settore allo sviluppo economico del Paese secondo criteri comparabili a quelli utilizzati in altre economie avanzate. La pubblicazione arriva in una fase di forte evoluzione del comparto, tra la crescita dei servizi derivati dalle infrastrutture satellitari, l’aumento della domanda istituzionale e il nuovo ciclo di investimenti europei.

Secondo il rapporto, la produzione complessiva riconducibile alle attività spaziali raggiunge gli 8 miliardi di euro e coinvolge poco più di 23.000 lavoratori. Il valore aggiunto è pari a 2 miliardi, equivalenti allo 0,1 per cento del PIL nazionale. Una quota modesta in apparenza, ma significativa se letta alla luce dell’alta intensità tecnologica, della produttività del settore e dell’effetto moltiplicativo che le attività spaziali generano su settori come telecomunicazioni, mobilità, meteorologia, logistica e agricoltura di precisione. Il perimetro considerato esclude le spese pubbliche centrali e locali, comprese quelle legate alla difesa, per isolare la componente direttamente produttiva della filiera.

Commercio estero e investimenti: un settore integrato nei mercati globali

Il profilo internazionale dell’economia spaziale italiana emerge chiaramente dal commercio estero. Le esportazioni di beni e servizi spaziali ammontano a 2,1 miliardi di euro, mentre le importazioni raggiungono i 1,6 miliardi. Gli investimenti in beni materiali si attestano intorno ai 700 milioni di euro, mentre la ricerca e sviluppo condotta internamente dalle imprese vale circa 600 milioni. È un livello che conferma la natura del settore, caratterizzato da cicli tecnologici rapidi e da un fabbisogno costante di innovazione.

Upstream e downstream: la struttura della filiera

La componente upstream — la produzione industriale connessa a satelliti, payload, infrastrutture di terra e sistemi di lancio — rappresenta uno dei nuclei della space economy italiana. Essa impiega oltre 14.000 addetti, genera una produzione di 4,1 miliardi di euro e produce 1,3 miliardi di valore aggiunto. Contribuisce inoltre in maniera significativa al commercio estero, con esportazioni pari a 1,8 miliardi e importazioni per circa 1,2 miliardi.

Le imprese manifatturiere incluse nel perimetro spaziale producono nel complesso un valore aggiunto di circa 1 miliardo di euro, pari allo 0,4 per cento del totale manifatturiero nazionale, e impiegano circa 10.500 lavoratori. I servizi — software, telecomunicazioni e tutte le attività di downstream — contribuiscono con 955 milioni di euro di valore aggiunto, coinvolgendo circa 12.600 addetti. È un insieme che mostra chiaramente come la space economy non si esaurisca nella costruzione di hardware, ma si estenda in modo sempre più evidente ai servizi basati sui dati.

Dimensione d’impresa, produttività e presenza multinazionale

Il settore è caratterizzato da una prevalenza di grandi operatori. Quasi l’80% del valore aggiunto proviene da imprese con più di 250 addetti, che impiegano complessivamente 17.800 persone. La presenza dei gruppi multinazionali è altrettanto rilevante: rappresentano il 90% del valore aggiunto totale e impiegano 20.500 lavoratori. Considerando la sola componente upstream, le multinazionali generano circa 1,2 miliardi di euro di valore aggiunto e occupano 12.500 persone.

La produttività del lavoro è significativamente superiore alla media nazionale: il valore aggiunto per addetto nella space economy è oltre il 65% più elevato rispetto al resto dell’economia italiana. Anche questo dato riflette la concentrazione di attività ad alto contenuto tecnologico e la natura capital-intensive del settore.

Una geografia concentrata ma in evoluzione

La distribuzione territoriale dell’occupazione e del valore aggiunto mostra una forte concentrazione nel Centro e nel Nord-Ovest, che da soli rappresentano circa il 90% del totale nazionale. Lazio, Lombardia e Piemonte restano le regioni trainanti, grazie alla presenza di poli industriali storici, centri di ricerca, università specializzate e infrastrutture tecnologiche di alto livello. Tuttavia, l’espansione dei servizi downstream sta favorendo una maggiore diffusione territoriale, con nuove iniziative anche in aree meno tradizionalmente associate al settore.

Il confronto europeo: un mercato che cresce e si diversifica

A livello europeo il mercato spaziale continua a espandersi, con stime che collocano il valore complessivo tra i 70 e i 75 miliardi di euro. La crescita riguarda soprattutto i servizi abilitati dallo spazio, favoriti dalla riduzione dei costi di accesso ai dati, dall’integrazione delle tecnologie digitali e dalla crescente domanda istituzionale di sistemi resilienti di comunicazione e monitoraggio. Nel contesto europeo, l’Italia mantiene una posizione di rilievo grazie alla specializzazione in robotica orbitale, osservazione della Terra, telecomunicazioni satellitari e sistemi critici per l’esplorazione e le missioni umane.

Il ruolo dell’Italia nel nuovo ciclo ESA

Il recente Consiglio ministeriale dell’Agenzia spaziale europea ha definito i contributi dei Paesi membri per il periodo 2025-2028, fissando impegni finanziari record per l’intera Agenzia. In questo quadro, l’Italia ha confermato una partecipazione di primo piano, risultando tra i maggiori contributori ai programmi opzionali e collocandosi stabilmente ai vertici del sostegno finanziario complessivo.

Secondo il documento ESA, una parte consistente dell’impegno italiano è stata diretta ai programmi di esplorazione umana e robotica, con particolare attenzione agli sviluppi infrastrutturali legati al ritorno sulla Luna, alla logistica orbitale e ai moduli abitativi destinati alle future piattaforme internazionali. L’esplorazione è uno dei capitoli in cui l’Italia tradizionalmente eccelle, grazie al ruolo storico dell’industria nazionale nei moduli pressurizzati e nei sistemi per il volo umano.


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Un altro asse rilevante riguarda l’osservazione della Terra, dove il contributo italiano sostiene sia le missioni copernicane, sia le nuove iniziative ESA per il monitoraggio climatico, ambientale e di sicurezza. Si tratta di un ambito strategico per la filiera nazionale, che integra competenze industriali e un ecosistema di ricerca tra i più avanzati in Europa.

L’Italia ha incrementato inoltre la propria partecipazione ai programmi di navigazione, contribuendo all’evoluzione del sistema Galileo e alle attività legate alla resilienza dei servizi di posizionamento. Nel capitolo dedicato alla sicurezza spaziale, il Paese supporta iniziative sulla gestione del traffico orbitale, sul tracciamento dei detriti e sulle capacità di risposta a minacce potenziali provenienti da attività spaziali ostili o da eventi naturali, elementi che stanno assumendo un peso crescente nelle politiche europee.

Sul fronte del trasporto spaziale, l’Italia ha confermato gli impegni per lo sviluppo di Vega e dei suoi futuri evolutivi, nonché per le attività collegate alla filiera dei lanciatori europei. Il sostegno a questo capitolo è un indicatore della volontà di mantenere un ruolo centrale nell’accesso autonomo allo spazio, un tema particolarmente sensibile in un momento in cui l’Europa sta recuperando capacità dopo anni di difficoltà strutturali.

Infine, il documento ministeriale evidenzia l’adesione italiana ai programmi dedicati alla commercializzazione dello spazio e alle iniziative a favore delle PMI innovative, comparti pensati per sostenere la crescita di nuove imprese e per facilitare il passaggio dalla ricerca allo sviluppo di prodotti e servizi con un mercato potenziale anche extraeuropeo.

Nel complesso, il pacchetto di impegni definito al Ministeriale del 2025 mostra una precisa scelta di posizionamento industriale: consolidare i settori considerati tradizionalmente forti per l’Italia e, al tempo stesso, aprire spazi di crescita nei servizi emergenti e nelle nuove forme di economia spaziale. È un orientamento che conferma la volontà del Paese di rafforzare la propria presenza in quei programmi europei con il più alto potenziale di ritorno tecnologico, scientifico e industriale.

Una base di partenza per le politiche future

Il rapporto Istat/ASI colma un vuoto informativo e fornisce una base quantitativa indispensabile per valutare lo sviluppo del settore nei prossimi anni. La combinazione tra programmazione europea, investimenti pubblici e crescente domanda di servizi satellitari potrebbe ampliare ulteriormente il perimetro della filiera, a condizione che la fase attuale sia accompagnata da politiche in grado di consolidare le imprese, integrare il sistema della ricerca e rafforzare il coordinamento tra i diversi attori istituzionali. È in questo equilibrio che si giocherà la maturazione della space economy italiana.

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