Sport e studio: la doppia sfida educativa secondo De Giorgi
Foto di Rosa Nardelli
Che lo sport non sia soltanto competizione ma anche educazione, cultura, formazione della persona, è un’idea che risale all’età classica, quando tra ginnasio e paideia corpo e mente erano pensati come un tutt’uno. Allenare l’uno senza l’altra era semplicemente inconcepibile: le stesse Olimpiadi erano soprattutto riti collettivi essenziali per la costruzione dell’individuo e della comunità.
Attraverso lo sport si impara a stare dentro regole condivise, a confrontarsi collaborando per un obiettivo comune, a riconoscere i propri limiti e a superarli: quelle che oggi vengono chiamate soft skills sono in realtà competenze sociali, emotive e relazionali che l’umanità coltiva da oltre 2.500 anni. Eppure a lungo sport e studio sono stati vissuti come mondi separati, se non addirittura contrapposti.
Fino a non molto tempo fa gli studenti-atleti erano spesso costretti a scegliere scuole paritarie o percorsi alternativi per continuare ad allenarsi ad alto livello, mentre oggi, grazie anche a una maggiore consapevolezza istituzionale, esiste un quadro più strutturato. Ne è un esempio il programma di Doppia carriera studente-atleta dell’Università di Padova, che consente di conciliare impegno sportivo e percorso universitario senza trasformare questa scelta in una corsa a ostacoli.
Studiare allenandosi, allenarsi studiando
Anche di questo si è parlato nella Sala dei Giganti di Palazzo Liviano durante l’evento che ha visto la partecipazione di Ferdinando “Fefè” De Giorgi. Diretto, ironico, capace di coinvolgere il pubblico, il commissario tecnico della Nazionale maschile di pallavolo alterna battute e riflessioni; la platea sorride, applaude, partecipa. L’umanità e l'apparente bonomia non sono un tratto accessorio del personaggio, bensì parte integrante del suo modo di intendere il ruolo: metodo, non vezzo.
“A mio modo di vedere scuola e sport devono essere abbinati – spiega –. Una volta questi percorsi non c’erano, mancava attenzione: spesso lo studente che faceva sport ad alto livello era considerato semplicemente svogliato. Oggi è tutto diverso”. Un cambiamento culturale simboleggiato dalla riforma del 2023, con la quale lo sport è addirittura entrato in Costituzione; un passaggio fondamentale, che secondo De Giorgi andrebbe completato: “L’attività fisica andrebbe riconosciuta come diritto, per tutti”.
Parole che nascono dall’esperienza diretta piuttosto che da riflessioni astratte. Il tecnico salentino racconta senza retorica il proprio percorso di studi dopo il diploma: “Mi sono iscritto all’Isef perché mi piaceva l’idea di formarmi, di accrescere la mia cultura sportiva. All’epoca giocavo a Ugento, vicino a Santa Maria di Leuca, ma dovevo frequentare i corsi a Foggia, sede distaccata dell’Università di Chieti”. Un racconto fatto di treni notturni, trasferimenti continui e incastri impossibili: “Da Ugento a Squinzano, il paese dove vivevo, ci sono oltre 70 chilometri, poi la sera prendevo il treno per Foggia e arrivavo alle due di notte. Tre giorni a settimana dovevo frequentare obbligatoriamente le lezioni. Poi arrivarono le convocazioni in nazionale: come facevo a dare gli esami?”. Oggi, osserva, lo scenario è cambiato: “Gli esami si spostano, ci sono tutor. Un altro mondo”.
“ Sport e studio non sono alternativi: insieme formano competenze, responsabilità e capacità di affrontare errori e cambiamenti
“L’università cerca di aiutare i giovani a conciliare studio e sport, non con facilitazioni improprie ma con una maggiore flessibilità, quando ad esempio le gare coincidono con le sessioni d’esame”, conferma il prorettore alla Didattica dell’Università di Padova Marco Ferrante. Quello che un tempo avveniva in modo informale oggi trova un riconoscimento esplicito nelle normative di ateneo: “C’è molta più attenzione da parte dei docenti anche verso atleti paralimpici, allenatori e arbitri”, sottolinea Antonio Paoli, prorettore al Benessere e allo Sport. Che avverte anche dei rischi: “Le carriere sportive possono essere discontinue, così come i redditi che generano; per questo la formazione è ancora più importante, nella misura in cui serve a costruire competenze anche al di fuori dello sport. Serve però un’educazione specifica: molti sportivi professionisti tendono a vivere il momento, pensare al dopo non è ancora così diffuso”.
Lo sport come agenzia educativa fondamentale
Lo sport, riflette De Giorgi, sta assumendo un ruolo sempre più centrale come luogo di crescita e formazione, arrivando quasi a supplire al ruolo di altre agenzie educative in crisi; “Stanno venendo a mancare riferimenti importanti: la famiglia è in difficoltà, la scuola è sotto pressione, gli oratori fanno fatica. Lo sport diventa allora uno spazio dove i ragazzi cercano valori, relazioni e senso di appartenenza”.
È qui che si sviluppano, spesso senza nemmeno accorgersene, competenze essenziali per vivere e lavorare in società: “Si impara a comunicare e ad ascoltare in un mondo dominato dal cellulare, a risolvere problemi assieme agli altri. Anche le aziende se ne sono accorte da tempo; chiedete loro cosa cercano: persone, non solo competenze. Per questo dico sempre ai ragazzi di scrivere nel curriculum se hanno fatto sport ad alto livello”. Poi c’è l’educazione alla sconfitta, tema centrale in una società competitiva e ansiosa: “Nello sport si impara a vincere, ma soprattutto a perdere. Sconfitta e fallimento insegnano a ripartire prendendosi le responsabilità”. Non solo per quanto riguarda le sconfitte sul campo: per questo il ct dei nuovi fenomeni, l’unico pallavolista in grado di vincere cinque mondiali (tre da giocatore e due da commissario tecnico) non ha paura di raccontare anche i suoi rovesci e gli esoneri: “È lì che cresci davvero, reagendo”.
“ Non mi sono imposto di giudicare questa generazione, ma di starle accanto: lavorare sui punti di forza e su ciò che può migliorare, senza confronti con il passato
L’attitudine e l’educazione al cambiamento attraversa tutta la narrazione di De Giorgi: “Quando c’è una nuova sfida c’è sempre qualcuno che ti dice ‘chi te lo fa fare?’. Lo fanno per affetto, ma ti tengono nella comfort zone. Se però vuoi fare cose importanti devi sapere andare oltre”. Così è stato anche per la sua esperienza da ct della Nazionale: “Quando sono stato nominato, subito dopo le olimpiadi del 2021, volevo un cambio generazionale forte ma avevo poco tempo per preparare la squadra. Alla fine ho deciso di andare comunque avanti con le mie idee”. Un percorso fatto di lavoro, ripetizione, fatica: “La fatica, a differenza stanchezza, è soprattutto mentale. Prima di una finale siamo stanchi, ma dico ai ragazzi: godetevela questa stanchezza, perché non tutti arrivano fin qui”.
La chiusura, quasi inevitabile, torna al senso educativo dello sport. “Non mi piace quando mi chiamano motivatore – chiarisce De Giorgi –. Noi allenatori possiamo dare stimoli e, attraverso l’allenamento, qualche strumento: alla fine è però la persona che decide cosa vuole fare. In campo va l’atleta, nello sport come nella vita”. Alla base c’è una scelta precisa: “Mi sono imposto di non giudicare questa generazione, ma di starle accanto. Di lavorare sui punti di forza e su ciò che poteva essere migliorato, senza confronti con il passato”. Una lezione che forse, una volta in più, non riguarda solo lo sport.