SOCIETÀ

Starlink e le altre: l'era delle megacostellazioni e del loro potere

Da alcuni anni, chi osserva il cielo notturno con attenzione può cogliere qualcosa che non appartiene alle stagioni o al ritmo naturale delle costellazioni. Sono scie ordinate, punti luminosi che scorrono in fila, riflessi di un’architettura artificiale che cresce a velocità senza precedenti. È la manifestazione più visibile di un cambiamento che sta ridisegnando l’economia spaziale: la trasformazione dell’orbita terrestre bassa in un’infrastruttura globale, in cui Starlink è diventata la colonna portante. Più di due terzi dei satelliti oggi attivi appartengono alla flotta di SpaceX, un primato che non è solo quantitativo ma strutturale. La connettività orbitale, un tempo ambito tecnico per nicchie specialistiche, è oggi un nodo geopolitico che influenza le scelte dei governi, l’evoluzione del mercato e perfino le strategie di difesa.

In questo scenario, la domanda che rimbalza da un continente all’altro è semplice ma decisiva: fino a che punto il mondo può permettersi di dipendere da un’unica costellazione privata per comunicazioni che toccano interessi civili, economici e militari? Sono le domande che sorgono spontanee nel leggere le oltre 30 pagine del dossier Starlink and the Billionaire Broadband Battles.

La macchina industriale che ha cambiato le regole

Lo strapotere di Starlink nasce da un vantaggio industriale che nessuna altra realtà commerciale è riuscita anche solo ad avvicinare. SpaceX costruisce circa 280 satelliti al mese, una capacità produttiva fuori scala resa possibile da una verticalizzazione estrema: il gruppo progetta, fabbrica e lancia quasi tutto internamente, evitando colli di bottiglia industriali e logistici. A questa velocità, la costellazione ha superato gli 8.500 satelliti operativi, distribuendo servizi in più di 150 Paesi.

L’evoluzione tecnologica procede con lo stesso ritmo. Dopo le prime generazioni, i satelliti V2 Mini hanno aumentato la capacità complessiva della rete, mentre i futuri V3, più grandi e progettati per trasportare fino a 60 terabit al secondo, puntano ad ampliare ulteriormente la banda disponibile e migliorare la latenza. È una corsa di iterazione continua che altera non solo l’equilibrio competitivo ma anche il modo in cui si concepisce la connettività orbitale: un’infrastruttura elastica, aggiornata in tempo reale, molto più simile a un software che a un sistema ingegneristico tradizionale.

Dai terminali domestici ai “cell towers in space

La rapida espansione di Starlink non riguarda soltanto la banda larga terrestre. La costellazione sta diventando progressivamente un’estensione della rete mobile. Con oltre 650 satelliti dotati di payload Direct-to-Device, è iniziata la fase dei “ripetitori in orbita”: satelliti che permettono a uno smartphone tradizionale di inviare messaggi o ricevere notifiche di emergenza anche fuori dalla copertura delle reti terrestri.

Questo salto tecnologico è stato accompagnato da mosse aggressive sul fronte dello spettro radio: l’acquisizione delle frequenze EchoStar, una delle operazioni più costose della storia di SpaceX, consente ora di puntare a throughput fino a venti volte superiori rispetto ai servizi D2D di prima generazione. È un segmento che potrebbe valere più di 100 miliardi di dollari entro il prossimo decennio e che ha già attirato concorrenti come AST SpaceMobile, Lynk ed Equatys, con approcci tecnologici diversi ma la stessa ambizione: ritagliarsi un ruolo in un mercato che promette margini elevati e un potenziale di scala planetaria.

I settori che stanno migrando: aviazione, marittimo, enterprise

Se la diffusione tra i consumatori è stata rapida, è nei mercati ad alto valore che Starlink ha mostrato la sua forza di rottura. Nell’aviazione commerciale, compagnie come United Airlines, Air France, Emirates e IAG hanno avviato programmi di integrazione della connettività LEO sulle loro flotte, abbandonando progressivamente o affiancando i fornitori GEO tradizionali. Non è soltanto una questione di velocità: la latenza ridotta consente applicazioni in tempo reale, servizi in streaming e una qualità percepita molto più simile a quella terrestre.

Nel settore marittimo, la transizione è addirittura più radicale: le reti GEO, un tempo dominanti, stanno diventando sistemi di backup, mentre yacht, navi cargo e crociere adottano pacchetti Starlink più economici e performanti. Le imprese, dal canto loro, chiedono affidabilità: SpaceX pubblicizza oggi un tempo di upload del 99,9%, segnale di una maturazione nella direzione di accordi con livelli di servizio garantiti, requisito essenziale per la penetrazione nei mercati pubblici e corporate.

Il vento regolatorio americano e il ruolo della Federal Communications Commission

Negli Stati Uniti, la crescita del sistema Starlink è stata favorita anche da un quadro regolatorio molto favorevole. La FCC (Federal Communications Commission), guidata da Brendan Carr, ha accelerato autorizzazioni, sperimentazioni e aumenti di potenza per i dispositivi Starlink, sostenendo di fatto la rapida evoluzione del servizio. Il caso EchoStar, con le indagini avviate e poi archiviate dopo la cessione dello spettro a SpaceX, è emblematico di una fase politica in cui la regolazione sembra favorire la costruzione di capacità nazionali in risposta alla competizione cinese.

Sul fronte della connettività rurale, i fondi federali del programma per la connettività continuano a privilegiare la fibra, ma Starlink e Amazon Leo hanno comunque ottenuto un numero molto alto di aree da coprire, soprattutto nelle zone a bassa densità abitativa dove la posa della fibra è meno conveniente.

Amazon Leo: il primo vero concorrente americano

Se negli anni passati la concorrenza a Starlink sembrava lontana, oggi Amazon Leo rappresenta il tentativo più serio di costruire un’alternativa negli Stati Uniti. La costellazione prevede 3.232 satelliti, con una milestone cruciale: metà della rete, ovvero 1.616 satelliti, dovrebbe arrivare in orbita entro luglio 2026 per rispettare le condizioni della licenza FCC.

Amazon porta in dote un ecosistema imponente: la capacità finanziaria, l’integrazione con AWS (i servizi cloud forniti dalla stessa Amazon), la possibilità di collegamento con servizi cloud e retail, e una strategia industriale basata su produzione interna e una campagna di lanci distribuita tra più vettori. Ma proprio i vettori sono il tallone d’Achille: la costellazione dipende da lanciatori non ancora maturi, la cui operatività piena non è ancora stabilizzata, anche se New Glenn sta andando nella direzione corretta e i test proseguono a ritmo serrato al pari con le richieste autorizzative. 

Nonostante questo, Amazon ha già ottenuto contratti significativi, come quello con JetBlue e con la National Broadband Network australiana, che dal 2026 utilizzerà servizi LEO per risolvere le criticità della rete nazionale.

La Cina accelera: Qianfan, Guowang e la diplomazia orbitale

Dall’altra parte del mondo, la Cina sta costruendo un ecosistema alternativo di connettività orbitale. La costellazione Qianfan, che punta a 14.000 satelliti, procede a un ritmo più lento del previsto, mentre il programma Guowang, più vicino agli interessi di sicurezza nazionale, ha superato la soglia dei 100 satelliti operativi.

Ma la novità più rilevante riguarda la cadenza di lancio: in soli sei giorni, di recente la Cina ha effettuato cinque lanci, un’accelerazione che indica la volontà di colmare rapidamente il divario industriale con gli Stati Uniti. A questa crescita si accompagna una strategia diplomatica sempre più chiara: accordi con Brasile, Malesia, Thailandia e Kazakhstan mostrano l’intenzione di costruire una LEO Belt and Road, una rete di influenza orbitale parallela a quella terrestre.

LEO come dominio militare: Starshield e la nuova postura del Pentagono

La dimensione militare è il fronte su cui le implicazioni della proliferazione delle costellazioni sono più evidenti. Il Dipartimento della Difesa statunitense ha ampliato il programma PLEO (Proliferated Low Earth Orbit Satellite-Based Services) da 900 milioni a 13 miliardi di dollari, con l’obiettivo di integrare capacità LEO nelle comunicazioni e nella resilienza delle forze armate. Starshield, la versione militarizzata di Starlink, ha già superato i 200 satelliti identificati e conta più di 500 contratti federali, dal Dipartimento di Stato alla FEMA (Federal Emergency Management Agency).

Questa dipendenza crescente solleva timori all’interno della stessa amministrazione americana: il rischio non è solo tecnico, ma politico. In caso di incidenti, tensioni contrattuali o divergenze strategiche, un’infrastruttura privata può diventare un punto vulnerabile delle capacità di difesa.

Ucraina: la guerra che ha mostrato forza e fragilità del modello

La guerra in Ucraina è stata il primo teatro in cui la dipendenza da Starlink è emersa nella sua interezza. Il sistema ha garantito la continuità delle comunicazioni ucraine in contesti di distruzione delle reti terrestri, mostrando il valore operativo delle costellazioni LEO. Ma la vicenda ha anche rivelato la fragilità di un modello che affida a un singolo attore privato scelte con potenziali ricadute belliche. Le decisioni di Elon Musk su limitazioni geografiche e spegnimenti del servizio hanno innescato un dibattito profondo su chi debba controllare infrastrutture così critiche in tempo di guerra.

L’Occidente cerca alternative: IRIS², Lightspeed e la centralità di Galileo

Di fronte al rischio di dipendenza unilaterale, l’Europa e altri Paesi stanno tentando di costruire un ecosistema alternativo. Il programma IRIS², promosso dalla Commissione Europea, punta a una costellazione multi-orbita per comunicazioni sicure e resilienti, anche se il percorso industriale resta complesso. Il Canada, dal canto suo, ha investito fortemente in Lightspeed, la costellazione LEO di Telesat, vista come opzione sicura e non statunitense per governi e operatori.

Accanto a queste iniziative, l’Europa dispone già di un esempio concreto di autonomia tecnologica: Galileo. Con il lancio della quattordicesima missione e l’arrivo del trentaduesimo satellite (lanciato il 17 dicembre 20205 dalla Guyana Francese), il sistema di navigazione europeo sta consolidando il proprio ruolo di asset strategico. Come ha dichiarato Andrea Cortellessa (ESA), “Galileo è un asset strategico per l’Europa, una risposta alla necessità di proteggere interessi e cittadini in un contesto geopolitico che ci costringe a considerare questi aspetti”. Una visione condivisa da Antonio Danesi (DEFIS), che ha ricordato come Galileo sia “da sempre dual use civile e governativo”.

È la dimostrazione che l’Europa può costruire sistemi globali autonomi e affidabili — e che la sovranità spaziale non è un’aspirazione, ma un percorso già avviato, seppur in ritardo rispetto ad altri competitori, Stati Uniti in primis.

Verso un equilibrio multipolare della connettività orbitale

Il futuro della connettività spaziale non sarà deciso solo dai mercati. La sfida tra infrastrutture private, costellazioni sovrane e iniziative concorrenti in Nord America, Europa e Asia determinerà il grado di pluralismo tecnologico del sistema internazionale. Starlink rimane oggi al centro di questo ecosistema: una rete capace di riscrivere modelli industriali, attirare investimenti pubblici e privati e influenzare dinamiche di sicurezza globale.

La domanda non è se il mondo adotterà la connettività orbitale, ma chi la controllerà. E da questa risposta dipenderà non solo la resilienza delle comunicazioni globali, ma anche l’equilibrio geopolitico dei prossimi decenni.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012