La transizione energetica procede, anche nel gruppo di Visegrad
Il settore elettrotech, che comprende solare, eolico, batterie, veicoli, riscaldamento e vari comparti industriali, è ormai diventato il motore che spinge la crescita dell’intero settore energetico globale. Basti ricordare che per ogni dollaro che ancora viene investito nel settore dei combustibili fossili oggi ne vengono investiti due nel settore delle energie a basse emissioni. Secondo l’Agenzia Inetrnazionale dell’Energia nel 2024 sono stati investiti 1.150 miliardi di dollari in gas, petrolio e carbone, mentre ne sono stati dati circa 2.100 alle energie pulite e alle loro infrastrutture.
La metà dei pannelli fotovoltaici del mondo viene installata in Cina, così come è cinese il 60% delle vendite dei veicoli elettrici e due terzi della nuova domanda di elettricità, spinta anche (ma non soltanto) dai nuovi data center e dall’AI. Sicuramente è Pechino la locomotiva che traina la transizione verso l’energia elettrica prodotta da fonti a basse emissioni, ma elettrificazione e rinnovabili stanno guadagnando inerzia anche in altre parti del mondo.
Tra queste figurano i Paesi del cosiddetto gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia), che storicamente non sono noti per schierarsi apertamente a favore della politiche green.
Nonostante i duri colpi assestati al Green Deal, l’Europa continua nel suo percorso di decarbonizzazione: già nel 2024 il carbone era stato sorpassato dal solare senza l’aiuto di altre fonti rinnovabili, mentre a giugno 2025 nel Vecchio Continente il solare da solo è stata la prima fonte di produzione di energia elettrica.
Più di tre quarti dell’energia elettrica della Spagna ad esempio viene prodotta da fonti a basse emissioni, che includono il nucleare. Ma un’analisi di Ember rivela che non sono solo i Paesi mediterranei a puntare sul sole: nel giugno del 2025 l’Ungheria ha prodotto più del 40% della propria elettricità dal solare, mentre la sua media annuale nel 2024 era stata comunque del 25%, decisamente elevata non solo per un Paese dell’Europa Centrale, ma per la media del mondo intero.
La maggior parte della crescita del fotovoltaico ungherese è avvenuta tra il 2019 e il 2024, grazie a politiche favorevoli sia per le installazioni residenziali sia per quelle di scala più grande (utility-scale). Oggi quelle politiche non sono più in vigore e con ogni probabilità il settore vivrà un momento di stagnazione.
Anche la Repubblica Ceca ha raddoppiato la sua produzione solare rispetto al 2019, puntando in particolare sull’agrivoltaico, che permette di far convivere sullo stesso terreno colture agricole e pannelli fotovoltaici.
La Polonia, che partiva da una forte dipendenza dal carbone, dal 2022 ha iniziato una transizione che oggi l’ha portata a raddoppiare il solare e a far scendere il carbone da quasi il 70% della produzione elettrica a poco più del 50%. A giugno 2025, un mese dell’anno particolarmente assolato, la Polonia per la prima volta è riuscita a produrre più energia elettrica da fonti rinnovabili che da carbone: un momento storico che indica una tendenza ormai consolidata. Nel 2022 la Polonia si è piazzata al terzo posto tra i Paesi che hanno aggiunto più pannelli fotovoltaici in Europa e nel 2025 arrivati a 1,5 milioni i prosumers polacchi, ossia utenti che consumano e mettono in rete energia elettrica prodotta dal solare.
Sia in Polonia sia in Repubblica Ceca, dove pure la produzione solare è raddoppiata negli ultimi 5 anni, la maggior parte dei pannelli installati sono stati quelli residenziali, grazie al supporto di iniziative statali. Per far fronte alla crescita dei costi dell’energia degli ultimi anni, procedure amministrative snelle hanno consentito alle abitazioni di prodursi l’energia e abbattere i costi delle bollette.
In questo gruppo la Slovacchia resta il fanalino di coda. Dal 2019 al 2023 politiche sfavorevoli hanno sostanzialmente tenuto ferme le installazioni a circa 50 MW. Il calo dei costi del fotovoltaico accoppiati con l’esplosione dei prezzi dell’energia però hanno smosso lo stallo e vinto le resistenze degli scettici: sia nel 2023 sia nel 2024 le nuove aggiunte sono state di circa 270 MW l’anno. I numeri assoluti sono modesti, ma il trend di crescita è molto significativo.
La strada per la decarbonizzazione resta ancora lunga, ma Varsavia ha scelto di puntare convintamente anche sulle batterie, diventando uno degli hub produttivi più importanti al mondo, tanto da giocarsela per il secondo posto con la produzione statunitense e collocarsi dietro, seppur staccata di molto, al colosso cinese.
Oggi circa il 60% delle batterie al litio europee sono prodotte in Polonia. Altri importanti poli produttivi si trovano in Germania e proprio in Ungheria. Nonostante l’elevata produzione, l’adozione dei sistemi di accumulo nel sistema elettrico polacco resta bassa, ma è previsto crescerà di molto nei prossimi anni.
Da quando è stato approvato il Green Deal, nel 2019, la generazione di energia elettrica da fonte solare è cresciuta di circa 2,5 volte in Europa, passando da 125 TWh a oltre 300 TWh nel 2024. Nei Paesi del gruppo di Visegrad, la crescita è stata di 6 volte, ossia più del doppio della media europea, passando da 5 TWh a quasi 30 TWh.
Nello stesso periodo, in Ungheria il carbone è passato dal 12% al 6% della generazione elettrica. Nonostante le critiche al Green Deal che possono venire da alcuni dei leader di questi Paesi, le fonti rinnovabili crescono perché convengono.
Non è però tutto oro (o sole) quel che luccica. Nei propri piani nazionali per l’energia e il clima del 2019, i quattro Paesi del gruppo di Visegrad si erano posti obiettivi al 2030 talmente bassi che nel 2024 li avevano già raggiunti. I nuovi piani riflettono ambizioni più alte, ma che comunque restano al di sotto dell’obiettivo europeo di produrre il 66% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili: entro fine decennio la Repubblica Ceca mira al 31%, l’Ungheria al 42%, la Polonia al 51% e la Slovacchia al 26%.