SOCIETÀ

La transizione globale verso l’energia pulita procede, nonostante Trump

Ogni anno la rivista Science stila una classifica dei Breakthrough of the Year, ossia delle rivelazioni dell’anno appena trascorso. Nel 2025 la scena è stata spesso rubata dai Large Language Models: Gemini, quella di Google, addirittura si è aggiudicata la medaglia d’oro alle olimpiadi internazionali della matematica. L’Intelligenza Artificiale dunque si guadagna un posto nella lista, così come la terapia genica che ha permesso a un neonato di Philadelphia di sopravvivere a una grave e rara condizione metabolica.

Tuttavia, a prendersi la cima della classifica, nonché la copertina di uno degli ultimi numeri di dicembre di Science, è stata un’altra svolta che più che scientifica oggi è tecnologica, industriale e sociale: il boom delle energie rinnovabili.

In un editoriale intitolato Here comes the sun (come la celebre canzone dei Beatles), il direttore della rivista, Holden Thorp, ricorda che nonostante il 2025 sia stato segnato da guerre e attacchi alla scienza, ha avuto un bright spot, un punto luminoso: è stato il primo anno in cui nel mondo è stata generata più energia elettrica da fonti rinnovabili, trainate dal solare, che da carbone.

Il sorpasso è stato guidato dalla straordinaria capacità produttiva della Cina, che non solo domina il mercato dei pannelli fotovoltaici con circa l’80% delle forniture globali, ma anche quello delle turbine eoliche (70%) e delle batterie al litio (70%), che servono ad accumulare l’energia generata. Il solare in particolare è diventata la singola fonte di energia elettrica più economica sul mercato: i suoi costi nell’ultimo decennio si sono letteralmente decimati e per questo la sua crescita e quella delle rinnovabili più in generale, secondo Science, è ormai inarrestabile.

Un anno da record

Un’analisi pubblicata a novembre da Ember, mostra che nei primi tre trimestri del 2025 la crescita delle rinnovabili ha superato l’aumento della domanda di nuova energia elettrica. Questo significa che, in linea di principio, non è necessario aumentare la produzione di combustibili fossili per soddisfare la nuova domanda elettrica e che anzi l’energia prodotta da fonti a basse emissioni sta iniziando a erodere la quota prodotta da combustibili fossili.

In altri termini, la crescita delle rinnovabili ha definitivamente imboccato la strada per decarbonizzare il settore elettrico. Nel 2025 sono stati installati quasi 800 GW di rinnovabili nel mondo, un aumento dell’11% rispetto ai poco più di 700 GW del 2024. Secondo Ember, sarà sufficiente un modesto incremento delle installazioni annuali globali per arrivare a tagliare il traguardo fissato alla Cop 28 di Dubai nel 2023, che mira a triplicare entro il 2030 le rinnovabili nel mondo.

Nei primi tre trimestri del 2025 solare ed eolico da soli sono arrivati a produrre quasi il 18% dell’energia elettrica globale, mentre nel 2024 erano poco sopra il 15%. Aggiungendo il nucleare, l’idroelettrico, le biomasse e il geotermico, le fonti a basse emissioni hanno pesato per il 43% della produzione elettrica mondiale.

Le rinnovabili nella prima metà del 2025 hanno prodotto più di 5.000 TWh di energia elettrica (34,3% della produzione globale), contro i poco meno di 4.900 del carbone (33,1%).

“La capacità del solare globale è raddoppiata all’incirca ogni tre anni negli ultimi 30 anni” ricorda Ember, “l’energia immagazzinata dalle batterie è raddoppiata quasi ogni anno dal 2020 e le vendite di veicoli elettrici è cresciuta di 15 volte dal 2017 raggiungendo i 17,5 milioni di mezzi”.

La rinuncia degli Stati Uniti

L’ascesa delle fonti energetiche a basse emissioni e la progressiva elettrificazione dei consumi sul lungo periodo minacciano il dominio, finora incontrastato, dei combustibili fossili, che ancora oggi forniscono circa l’80% dell’energia primaria globale.

Gli Stati Uniti d’America, che sono i primi produttori al mondo sia di petrolio sia di gas, lo sanno benissimo e con la rielezione di Trump hanno deciso opporsi a questa transizione a guida cinese e rafforzare ancora di più la loro economia fossile, arroccandosi sulla posizione di petrostato e facendone una questione di sicurezza nazionale, tanto da arrivare ad appropriarsi con la forza delle risorse petrolifere del Venezuela.

Nonostante l’aggressività dimostrata, quella degli Stati Uniti può anche essere letta come una mossa disperata per difendere lo status quo dal nuovo che avanza. “L’energia pulita sta crescendo rapidamente, i mercati stanno cambiando e il sistema elettrico sta diventando il fulcro della strategia economica – dalla crescita dell’IA alla sicurezza energetica” sostiene Ember.

“Nel 2026 la sfida sarà trasformare questo slancio in una trasformazione a livello di sistema. I Paesi che amplieranno lo stoccaggio, risolveranno i colli di bottiglia delle reti elettriche, innalzeranno il livello di ambizione e metteranno i mercati in condizione di integrare le fonti rinnovabili daranno forma alla prossima fase della leadership globale”, che si giocherà sempre di più su questi campi, da cui Washington sembra volersi ritirare.

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