CULTURA

Teatri (vuoti) al tempo del coronavirus: la parola ad Andrea Pennacchi e Mirko Artuso

Il coronavirus ha trasformato tutto, ha stravolto le nostre abitudini e le nostre esigenze di incontro e socialità, abbattendo il senso di comunità, vicinanza e condivisione. Non ha solo determinato la chiusura delle scuole e degli atenei, ma ha portato al blocco delle attività culturali, delle proiezioni cinematografiche e degli spettacoli a teatro, fino al 3 aprile prossimo.“Sono sospese le manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportano affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro”, si legge nel Dpcm del 4 marzo 2020 con misure riguardanti il contrasto e il contenimento sull'intero territorio nazionale del diffondersi del coronavirus. E così si farà: i teatri resteranno vuoti e gli attori, per un bel pezzo, lontani dal palco. La sera del 4 marzo, attori, musicisti, registi e altri professionisti dello spettacolo veneto si sono dati appuntamento al Teatro Filarmonico di Piove di Sacco per trasmettere, senza pubblico in sala, una diretta streaming “a porte chiuse” da condividere solo su Facebook, proponendo brevi pezzi di teatro e musica, per far sentire la propria voce e non scomparire. 

Abbiamo chiesto a due protagonisti del palcoscenico come Andrea Pennacchi e Mirko Artuso di raccontarci il teatro al tempo del coronavirus, di riflettere sul senso di responsabilità, sulle conseguenze di questa emergenza, sulle preoccupazioni presenti, su un futuro difficile da immaginare e sulle azioni da intraprendere (Agis e Federvivo hanno chiesto nei giorni scorsi l’apertura dello stato di crisi). Tutto questo, partendo da un'unica grande certezza: l'amore profondo per il teatro, per un mestiere prezioso e necessario, e, più in generale, per la cultura, che ci rende vivi, liberi, forti ma troppo spesso viene lasciata ai margini quando si inizia a parlare di finanziamenti e tutele.

"Quando si dice, scherzando, che il teatrante andrebbe in scena anche gratis non si è poi così lontani dalla realtà - spiega Andrea Pennacchi, attore di cinema, teatro e tivù -. Se abbiamo scelto questa strada è perché abbiamo bisogno di raccontare, ascoltare storie e incontrare gente, vivendo insieme il percorso della storia stessa. Non poterlo fare è doloroso". E Pennacchi continua precisando che, in situazioni critiche come quella attuale, è giusto rispettare le regole, ma in questo quadro di divieti e blocchi, "il teatrante non ha nessun tipo di tutela, è una cosa che sappiamo ma oggi ce ne rendiamo conto più che mai e viviamo questa cosa come un'ingiustizia [...] Questo mestiere non è percepito come primario ma, risolte le emergenze, c'è anche l'esigenza di fare comunità e una comunità è sana anche se c'è un teatro sano, in questo momento il teatro è ammalato. Il teatrante deve essere considerato come un lavoratore a pieno titolo. Nessuno chiede di più, nessuno chiede protezioni extra, noi crediamo di fare una cosa utile, il nostro è un lavoro vero". 

Mosso da un sentimento di preoccupazione e delusione è anche Mirko Artuso, attore di cinema e teatro, regista e direttore artistico del Teatro del Pane, che riflette sulle mancate tutele: "Stiamo vivendo un periodo molto complicato. La cosa più grave è che l'opinione pubblica si è completamente dimenticata della nostra categoria [...] Sembra che non sia preoccupante la nostra condizione. La nostra, di fatto, è una delle emergenze più gravi e significative, si è reso evidente fin dal primo giorno in cui siamo stati obbligati a fermarci [...] Ci siamo sentiti forse esclusi, per non dire abbandonati. Questa situazione ha fatto emergere una criticità che esiste da tempo e che la nostra categoria non aveva ancora ben messo a fuoco: non abbiamo tutele, ammortizzatori sociali, cassa integrazione, non abbiamo nulla dei diritti di un qualsiasi lavoratore e questo è un problema che, oltre a penalizzarci moralmente, ci penalizzerà economicamente e renderà tutto molto complicato. L'opinione pubblica non sa che se noi non lavoriamo non abbiamo diritto ad alcun risarcimento, il lavoro perso è lavoro perso, nulla lo fa più tornare. Siamo lavoratori a tutti gli effetti, con dei doveri e degli oneri, ma senza alcuna tutela".

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