SCIENZA E RICERCA

Trent’anni di tutela della biodiversità

Abbiamo un solo pianeta, “there is no planet B”: è uno degli slogan più utilizzati dai movimenti ambientalisti come FridaysForFuture. Ma a che punto siamo con la tutela della biodiversità e dell’ambiente? Cosa resta dopo le celebrazioni e le dichiarazioni di intenti rilasciate in questi giorni, in occasione di due anniversari speciali: la giornata della biodiversità (22 maggio) e la giornata mondiale dell’ambiente (5 giugno)?

Sono trascorsi 30 anni dal 22 maggio 1992, quando a Nairobi in Kenya, veniva adottata la Convenzione sulla diversità biologica. Per la prima volta a livello internazionale veniva riconosciuto un valore alla biodiversità, ai servizi ecosistemici e si definivano degli obiettivi di tutela. E il 5 giugno, al Summit di Rio de Janeiro, quella stessa convenzione veniva aperta alla firma.

Ancora oggi, però, la biodiversità deve affrontare numerose minacce: perdita e frammentazione dell’habitat, competizione con le specie aliene, inquinamento e cambiamenti climatici. Una rapida idea sullo stato di salute della biodiversità ce la si può fare leggendo gli ultimi dati presentati lo scorso settembre al Congresso mondiale per la conservazione della biodiversità dall’IUCN – l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (il prossimo bollettino è atteso per luglio). Come vi avevamo raccontato, conosciamo circa 1,8 milioni di specie, di queste l’IUCN ne ha valutate 138.000. E oltre 38.500 sono minacciate di estinzione a vario titolo e grado, circa 10.000 in più rispetto all’anno precedente. In altre parole questo vuole dire che, stando alle stime, a essere minacciati sono il 41% degli anfibi, il 34% delle conifere, il 33% dei coralli, il 28% dei crostacei, il 26% dei mammiferi e il 14% degli uccelli. Decisamente uno scenario poco roseo, quello che ci si para davanti sotto lo spettro della sesta estinzione di massa. Solo in Europa, l’11% delle specie presenti sono a rischio di estinzione: 1.677 su circa 15.000 totali. E considerando solo l’Italia la situazione non migliora: secondo i dati IUCN, sono oltre 240 le specie animali e vegetali che hanno un rischio elevato di scomparire per sempre, che sono cioè catalogate come “in pericolo” o in “pericolo critico”.

Ci sono però dei segni di speranza. Valutare lo stato di conservazione di tutte le specie sarebbe impensabile. L’obiettivo minimo che si è posto l’IUCN è arrivare a valutare 160.000 specie. Siamo a 138.000, perciò ci siamo quasi. Questo ci permetterà di avere un quadro più ampio e onesto, con stime più affidabili. E anche se i numeri delle specie a rischio di estinzione sono destinati a crescere, ad aumentare sarà anche la consapevolezza di ciò che rischiamo di perdere. E questo è il primo passo per agire di conseguenza.

C’è poi un’altra buona notizia: l’impegno profuso in questi decenni per tirare fuori dal baratro alcune specie sta dando i suoi frutti. I progetti di conservazione funzionano, e anche in modo eccelso. Pensiamo al panda gigante, dichiarato ufficialmente fuori pericolo nel 2021; o ancora al petrello delle Bermuda, un parente dell’Albatros endemico delle Bermuda ritenuto estinto da 300 anni e “rinato” grazie a un progetto di conservazione che va avanti dagli anni Sessanta. O ancora al la colomba rosata delle Mauritius (Nesoenas mayeri), al condor della California (Gymnogyps californianus), o alla mangrovia dell’Asia orientale (Kandelia obovata). E persino al lupo, come si è potuto vedere anche nel nostro stivale dai risultati appena annunciati del primo monitoraggio nazionale. Tutte queste specie erano affacciate sul baratro dell’estinzione, ma l’impegno profuso per tirarle via da lì ha funzionato. E i successi nel campo della conservazione tanto significativi che l’IUCN ha deciso di affiancare alle Red List (le “Liste Rosse” con cui vengono catalogate le specie in pericolo di estinzione) delle nuovissime “Liste Verdi”: è stato lanciato un nuovo standard globale, il Green Status, per misurare il recupero delle specie e valutare l’impatto e l’efficacia delle azioni di conservazione messe in campo.

Per preservare la biodiversità, però, non si può prescindere dalla conservazione e dalla tutela dell’ambiente, parola che è entrata da solo un anno nella Costituzione italiana. E i dati relativi al nostro paese danno timidi segnali positivi.

Partiamo dai segnali negativi, che pesano come un macigno. Stando all’ultimo rapporto ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale disseminati nel territorio italiano ci sono oltre 12.400 siti contaminati (in Europa se ne contano 340.000). Di questi, 58 sono i casi considerati gravissimi sia per l’entità della contaminazione che per l’elevato rischio sanitario, tanto da essere definiti SIN - Siti di Interesse Nazionale. Tra i fondi non sufficienti al risanamento, lungaggini burocratiche, e un rischio sanitario elevato che ricade sulla pelle dei cittadini, ci sono però anche dei barlumi di speranza.

La notizia positiva è che ultimi anni le riserve e le aree protette in Italia sono aumentate, di poco per quanto riguarda le aree terretstri, ma per esempio è stato registrato un incremento dell’80% delle aree marine sotto tutela. Attualmente in Italia ci sono 871 aree protette, tra cui 32 aree marine protette, riserve naturali, parchi regionali e 24 parchi nazionali, come gli ormai secolari Parco Nazionale del Gran Paradiso e Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, che hanno appena festeggiato il loro centenario.

In totale nel nostro paese sono quindi tutelati più di 3 milioni di ettari a terra (1,5 milioni ricadono nei parchi nazionali), ai quali si aggiungono circa 2.850.000 ettari a mare e 658 chilometri di costa. Numeri che fanno ben sperare, ma che si ridimensionano subito se guardiamo le percentuali: tutelare 3 milioni di ettari a terra, significa tutelare il 10% del territorio nazionale. È un buon punto di partenza, ma non certo la destinazione di arrivo. Infatti nel Piano strategico per la biodiversità 2011-2020 siglato a Nagoya, l’Aichi Target 11 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità mirava a tutelare almeno il 17% della superficie terrestre entro il 2020.

Questo obiettivo non solo è rimasto ampiamente insoddisfatto, ma ad oggi è considerato addirittura totalmente inadeguato. Da due articoli appena pubblicati su Science arriva infatti una stima al rialzo. Anzi, al raddoppio. E anche un severo ammonimento: l’attuale sistema globale di aree protette è stato insufficiente nel rallentare la perdita di biodiversità a livello mondiale. Bisogna insomma rimediare, e in tempi rapidi. In un primo paper, un team internazionale di ecologi e biologi della conservazione è arrivato a questa conclusione: per tutelare la biodiversità andrebbero tutelati almeno 64 milioni di chilometri quadrati, ovvero il 43% delle terre emerse. E ovviamente questi 64 milioni di chilometri quadrati da proteggere andrebbero individuati in modo che siano rappresentativi delle ecoregioni, degli habitat e delle specie vegetali e animali presenti, in una sorta di arca di Noè a zone. Una stima che subito rimanda all’idea di Edward Wilson, esposta in Metà della Terra: per proteggere la biodiversità e garantirle un futuro occorre proteggere metà della superficie terrestre.

Il secondo studio pubblicato su Science, invece, punta l’accento su un altro aspetto fondamentale: garantire la connettività delle aree protette. Salvaguardare la capacità di spostamento di piante e animali, in vista anche degli impatti dei cambiamenti climatici, resta una priorità. Valutando la connettività funzionale delle attuali aree protette in tutto il mondo e modellando gli spostamenti di mammiferi di dimensioni medio-grandi, Angela Brennan dell’Università di Vancouver e colleghi hanno identificato i corridoi ecologici necessari a connettere le riserve, in particolare in vaste aree dell’Europa orientale e dell’Africa centrale. Rotte però già minacciate dall’impatto delle attività antropiche. Solo unendo i due sforzi, proteggere il 43% delle terre emerse e garantire corridoi ecologici a sufficienza, potremmo riuscire a garantire un futuro alla biodiversità.

Biodiversità e protezione dell’ambiente restano di fatto due metriche differenti per misurare la stessa cosa: la salute della nostra casa, la Terra. L’abc per tutelare l’unico pianeta su cui – con assoluta certezza – si è sviluppata la vita come la conosciamo, passa per tre parole: ambiente, biodiversità e consapevolezza. Consapevolezza che deve passare per un cambio radicale della cultura. Nonostante le conclusioni deludenti della COP26 a Glasgow, molto si è fatto in questi anni per smuovere le coscienze, grazie anche alle associazioni che svolgono progetti di educazione ambientale, all’impegno delle aree protette nella sensibilizzazione dei cittadini, e ai progetti LIFE con fondi europei. Perché, come ha ricordato anche il presidente Mattarella in occasione della giornata mondiale della biodiversità: «educazione ambientale vuol dire anche educazione alla legalità».

L’augurio più grande che possiamo farci è che in un futuro non troppo lontano non serva più istituire delle aree protette, perché ogni cittadino, ogni impesa, e ogni ente sia consapevole della cura che dobbiamo alla nostra casa e ai nostri coinquilini.  

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